06/02/2010
Original Version: Israel joining the EU? Words, words, words
Le parole del premier italiano Silvio Berlusconi alla Knesset sono state solo belle parole, ma è inconcepibile che Israele in questo momento entri a far parte dell’Unione Europea – scrive l’analista israeliano Herb Keinon
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Quando il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, mentre si trovava nella Knesset, mercoledì scorso, ha ribadito ciò che ha detto più volte, durante la sua visita qui, circa il suo sogno di vedere Israele entrare nell’UE, tutti nell’assemblea hanno applaudito.
Hanno applaudito anche se sanno che ciò probabilmente non accadrà mai, non solo perché l’UE non è poi così interessata alla nostra adesione, ma anche perché noi non necessariamente vogliamo entrare a far parte di quel club.
Eppure, Berlusconi offre e noi applaudiamo. Applaudiamo anche se non vi è alcun progetto di attuazione, ma semplicemente per ciò che l’offerta rappresenta, per il simbolismo del gesto.
Israele non è, per usare un eufemismo, l’idolo del momento in Europa. È demonizzato da alcuni (si pensi alla stampa svedese), accusato di crimini di guerra da altri (si pensi al sistema legale britannico), e diffamato da altri ancora (si pensi ai politici irlandesi).
Eppure, nonostante tutto, viene qui il premier dell’Italia – non proprio un piccolo e insignificante membro dell’UE – e dice da ogni podio in Israele che “voi siete come noi, noi vi vogliamo”.
Per una nazione che si sente sempre più isolata, queste parole danno refrigerio, e sono state debitamente applaudite.
Ma non lasciatevi confondere dagli applausi. Israele non ha alcuna fretta di entrare a far parte dell’UE. In realtà, Israele non ha mai fatto richiesta di aderire all’UE, un presupposto ovvio per l’adesione.
E non è perché nessuno abbia mai pensato a quest’idea. Già nel 2002, quando Benjamin Netanyahu era ministro delle finanze, egli si recò in visita da Berlusconi e gli chiese di prendere in considerazione l’ipotesi di includere anche noi nel club.
L’idea risvegliò l’immaginazione di alcuni a Gerusalemme, a quell’epoca, e furono preparati i documenti relativi alla questione da parte del ministero degli esteri. Ma la verità è che in questo momento l’adesione non andrebbe nel migliore interesse di Israele perché sarebbe basata sulle quattro libertà di circolazione dell’UE: delle persone, delle merci, del denaro e dei servizi.
Israele, viste le sue complicate considerazioni di sicurezza, non è sul punto di accettare la libera circolazione di tutti gli europei da e verso Israele. Non ora, non ancora.
Quei documenti, tuttavia, erano piuttosto tecnici. Ma ci sono altre questioni, alcune delle quali più poetiche.
Ad esempio, dopo 2.000 anni di esilio, il popolo ebraico finalmente ha vinto la sua aspramente combattuta lotta per l’indipendenza nel 1948, ottenendo una bandiera, un inno, e – infine – la sovranità politica.
Considerato ciò, Israele non sarà così pronto – almeno non nella sua relativa giovinezza – a cedere una parte di tale indipendenza a un altro organismo, e a mettere la sua bandiera sotto quella di un’altra organizzazione. E questo – in una certa misura – è ciò che l’adesione all’UE comporterebbe.
L’adesione all’UE significherebbe che la politica estera di Israele dovrebbe allinearsi con quella dell’UE, così come la sua politica industriale, economica e agricola. Se l’Unione Europea dicesse che gli agricoltori israeliani possono coltivare solo un certo tipo di peperone, essi potrebbero coltivare solo quel tipo di peperone.
Oppure, come ha detto il ministro degli esteri spagnolo Miguel Moratinos alla Conferenza di Herzliya martedì scorso, “Qualcuno riesce a immaginare [il ministro degli esteri israeliano Avigdor] Lieberman lavorare sotto l’Alto Rappresentante [Catherine] Ashton?”. La Ashton è il nuovo responsabile degli affari esteri dell’UE.
Per lo stesso motivo, è estremamente difficile immaginare che gli europei ci inseriranno nel club fino a quando imperversa il conflitto con i palestinesi e gli arabi. Basta guardare alle difficoltà che Israele ha incontrato nel momento in cui ha cercato di ottenere un rafforzamento relativamente lieve delle sue relazioni con l’UE – un processo che si è arenato a seguito dell’Operazione Piombo Fuso – per immaginare che cosa vorrebbe dire fare effettivamente richiesta per la piena adesione all’UE.
E ‘quasi inconcepibile pensare che l’UE conceda l’adesione a Israele fino a quando non vi sarà un ritiro completo entro i confini del 1967, che includa le alture del Golan e Gerusalemme Est. Ed è altrettanto inconcepibile pensare che Israele accetti di ritirarsi solo per entrare in questo club.
Così, le parole di Berlusconi sono altro che questo – parole. Sono belle parole, che indicano quanto è forte il sentimento che egli ha nei nostri confronti, ma le probabilità che Israele entri nell’UE in questo momento sono altrettanto scarse della possibilità che Israele diventi, ad esempio, il 51° Stato degli Stati Uniti d’America.
Herb Keinon è un analista politico del quotidiano israeliano Jerusalem Post; originario di Denver, in Colorado, si è a lungo occupato di temi riguardanti la società israeliana, la sicurezza, e la politica mediorientale




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