08/02/2010
Original Version: ‘Strike on Iran would not help Israel’
L’Iran sta puntando ad acquisire una capacità nucleare, ma la decisione di costruire un’arma atomica è del tutto differente. E preferibile convivere con un Iran che ha le capacità teoriche per costruire un ordigno nucleare che imbarcarsi in un’avventura militare che conduce verso l’ignoto – afferma l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, in un’intervista rilasciata al Jerusalem Post
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Un attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano non riuscirà né a fermare del tutto l’avanzata nucleare di Teheran, né a far cadere il regime degli Ayatollah – secondo l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann.
Parlando al Jerusalem Post a margine della Conferenza di Herzliya della scorsa settimana, Guldimann, che conosce bene il modo di pensare iraniano, ha espresso – come sua opinione personale – la propria profonda preoccupazione per un’eventuale opzione militare contro l’Iran.
Guldimann è stato ambasciatore svizzero in Iran e in Afghanistan dal 1999 al 2004. Come ambasciatore a Teheran, Guldimann – ora consulente e direttore del Middle East Project presso il Center for Humanitarian Dialogue, con sede a Ginevra – ha rappresentato gli interessi statunitensi in Iran, agendo come intermediario. Acquisì notorietà per un memorandum che egli trasmise agli Stati Uniti nel 2003, il quale conteneva una presunta proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, che comprendesse tutte le questioni – inclusa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi armati palestinesi. La proposta fu respinta dall’amministrazione Bush.
Secondo Guldimann, la posizione in base alla quale ‘se la comunità internazionale non fermerà il programma nucleare iraniano allora Israele dovrà farlo da solo’, si fonda sul presupposto non dimostrato che l’Iran si appresti effettivamente a imboccare la strada verso l’acquisizione di un’arma nucleare.
“La mia impressione è che essi non si spingeranno così lontano. Se voi dite che vi è [in Iran] una chiara politica volta a raggiungere una capacità nucleare, sono pienamente d’accordo. La si può definire come una fase di rottura. Ma essi prenderanno la decisione politica di produrre una bomba? Una rottura di questo genere è una questione assolutamente diversa”, afferma Guldimann.
Dunque, quali opzioni ha in mano Israele?
“Il vecchio approccio del bastone e della carota non ha aiutato affatto. Potete parlare di sanzioni, ma esse non hanno cambiato la posizione iraniana. Le sanzioni spesso sembrano avere, in Occidente, più che altro lo scopo di fornire una dimostrazione a Israele [che le cose si stanno muovendo]“, osserva. “L’altra opzione è la forza. Se Israele si orienta per l’opzione militare, sono davvero profondamente preoccupato del fatto che alcuni ritengano che una simile opzione possa essere d’aiuto”.
“Proviamo a usare la sicurezza di Israele come unico metro per valutare la situazione. Un attacco militare può danneggiare [il programma nucleare iraniano], ma non può fermarlo. Si tratta di un’industria con decine di migliaia di persone impiegate al suo interno. È possibile danneggiarla e ritardarne lo sviluppo. Si può anche ritenere che sia possibile colpirla una, due, forse tre volte. E si può tornare a farlo di nuovo, se si pensa che la situazione sia come quella di un bambino che continua a venir fuori e lo si picchia ogni volta. Ma il mondo potrebbe essere un luogo completamente diverso [dopo un primo attacco]“, dice Guldimann.
Guldimann sostiene che, anche in una situazione di disordini interni e di opposizione popolare al regime in Iran, un attacco esterno non farebbe cadere il regime.
“Non è questo lo stile iraniano. Si deve tener presente che se c’è un attacco esterno al regime, l’opposizione interna al regime, e l’opposizione al regime in generale, finiranno entrambe per allinearsi a quest’ultimo. Serreranno i ranghi. Sulla questione nucleare, [il leader dell'opposizione Mir Hossein] Mousavi è più intransigente del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Se vi è un attacco esterno agli impianti nucleari iraniani, il popolo iraniano si sentirà terribilmente umiliato. E se oggi Israele ha il regime iraniano come nemico, a quel punto non avrà contro solo il regime, ma anche l’intero paese. Un attacco all’Iran sarebbe un’ottima cosa per Ahmadinejad. Egli otterrà quel nemico straniero di cui ha sempre parlato”.
“Alla popolazione iraniana, essere bombardata le riporterà alla mente i ricordi della guerra con l’Iraq. Prima dell’invasione americana dell’Iraq, vi era chi, in Iran, aveva chiesto agli americani di rovesciare anche il regime di Teheran. Ma non appena gli iraniani hanno visto come è stato bombardato l’Iraq, questi appelli in gran parte sono scomparsi. Ora, se gli iraniani vedessero le bombe israeliane, e non solo su Natanz – quanto lontano potrebbe spingersi una campagna di bombardamenti? – ciò non farebbe cadere Ahmadinejad. Se il regime non fa nulla [per provocare apertamente un attacco], e all’improvviso l’Iran viene attaccato, le persone si raccoglieranno intorno al regime, e il regime sarà al sicuro”, dice Guldimann, aggiungendo che è ancora troppo presto per stabilire dove porteranno gli sviluppi politici iraniani.
“Possiamo anche supporre che le ingerenze politiche esterne serviranno solo a consolidare la presa del regime sul potere. Tutto il gran clamore sul cambio di regime che proviene dall’estero è molto pericoloso”, sostiene il diplomatico svizzero.
Secondo Guldimann, la sicurezza di Israele a lungo termine non sarebbe rafforzata da un attacco contro il programma nucleare iraniano. La reazione dell’Iran a un attacco del genere avverrebbe probabilmente a più livelli, e sarebbe di lunga durata – aggiunge.
Le valutazioni in Israele sono che l’Iran stia gonfiando il suo potere militare per scoraggiare qualsiasi attacco, creando la percezione che un attacco militare contro il suo programma nucleare potrebbe suscitare una reazione devastante – non solo per Israele, ma anche per le forze USA nella regione, così come per gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Sebbene una tale risposta potrebbe essere dolorosa, a Gerusalemme si ritiene che essa non sarebbe in realtà così dura come vorrebbe far credere Teheran alla comunità internazionale.
Guldimann ritiene che l’Iran potrebbe compiere ritorsioni anche in altri modi, per via indiretta. Potrebbe agire nello Stretto di Hormuz per far aumentare il prezzo del petrolio – sostiene.
“Potrebbe anche essere che in un primo momento gli iraniani non facciano nulla, ma invece si rivolgano alle Nazioni Unite facendo leva sulla simpatia che potrebbero guadagnare. Ma essi faranno in modo che i prezzi del petrolio salgano. Se avremo un prezzo del petrolio molto più elevato per un lungo periodo di tempo, ciò potrebbe influenzare il fragile contesto economico mondiale. Allora si potrebbe avere, tutto a un tratto, un’opinione pubblica con cui dover fare i conti. I governi occidentali sono con Israele, ma cosa penserà la gente in Europa? In Medio Oriente, il contraccolpo potrebbe avere conseguenze ben più immediate”, dice Guldimann.
“Agli iraniani piace giocare sui sentimenti delle masse arabe”, spiega. “Nel caso di un attacco israeliano contro l’Iran, i regimi arabi potrebbero tacitamente accettarlo, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere nelle piazze arabe – che cosa accadrà in Egitto, ad esempio? Per la piazza araba, Ahmadinejad è un eroe, ed egli giocherà questa carta”.
Guldimann sostiene che, per Israele, il modo migliore per risolvere il suo problema iraniano sta nel risolvere la questione palestinese.
“L’intera regione rimarrà un problema, a meno che la questione palestinese non sarà risolta. Per gli iraniani, la questione palestinese è una merce di scambio. Essi sanno che Israele è una realtà nella regione. Le loro posizioni non sono più radicali di quelle di Hamas. Hamas sta iniziando a parlare dei confini del ‘67”, dice Guldimann.
Egli esprime inoltre la sua convinzione che, se Israele dovesse attaccare l’Iran, nessuno nella regione crederebbe che ciò possa essere avvenuto senza il consenso degli Stati Uniti.
“Semplicemente non è credibile. Anche se l’America non desse il proprio consenso a Israele, e Israele andasse avanti lo stesso, nessuno crederebbe che il segnale di stop sia stato veramente dato. L’opzione militare potrebbe portare a un disastro. Se, tuttavia, la comunità internazionale è pronta ad accettare un Iran con una capacità nucleare come interlocutore, c’è la possibilità che il punto di breakout (la decisione di costruire in poco tempo un’arma nucleare trasformando all’improvviso il programma nucleare pacifico in un programma bellico (N.d.T.) ) venga evitato “, suggerisce Guldimann.
“Non nego i rischi legati [al fatto di] vivere con una industria nucleare in Iran”, dice. “Ma io preferisco questa seconda opzione allo scontro, che conduce verso l’ignoto.”
Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post




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