08/02/2010

Original Version: لماذا “طالبان” وليس حماس

E’ paradossale che l’amministrazione Obama ritenga accettabile dialogare con i Talebani e addirittura pensare di coinvolgerli nel governo afghano, mentre invece continua a considerare Hamas un movimento terroristico con il quale non è possibile alcun tipo di negoziato – sostiene il giornalista libanese Samih Saab

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Tra i paradossi più sorprendenti della politica del presidente americano Barack Obama vi è il fatto che egli abbia teso la mano ai Talebani mentre continua a boicottare Hamas. Nel primo caso Washington giustifica l’appello al dialogo rivolto ai Talebani sostenendo che vi sono elementi “moderati” all’interno del movimento che potrebbero essere allettati e fatti propendere per Kabul, al fine di farli diventare un puntello del fragile governo di Hamid Karzai. Nel secondo caso, invece, Hamas resta agli occhi degli Stati Uniti un movimento “terroristico” che deve accettare le condizioni del Quartetto prima che si possa dialogare con esso.

Nella sua apertura nei confronti dei Talebani, l’America su basa sul successo dell’esperienza di dialogo con i “Consigli del Risveglio” in Iraq, i quali in precedenza si erano uniti ai combattenti di al-Qaeda nella regione di al-Anbar, e la cui successiva defezione aveva compromesso l’efficacia del movimento fondamentalista, portando a un relativo miglioramento della situazione della sicurezza in Iraq. In Afghanistan, Washington spera di ripetere l’esperienza poiché tutte le conclusioni a cui sono giunti i vertici militari americani ed europei conducono a un unico punto di convergenza, quello dell’impossibilità di una vittoria militare.

Persino il rafforzamento delle truppe americane con l’invio di altri 30.000 uomini indica che l’obiettivo di tale rafforzamento è quello di trattare con i Talebani partendo da una posizione di forza, non certo quello di infliggere una sconfitta militare definitiva al movimento. Vi è un altro elemento su cui si concentrano i responsabili americani in Afghanistan e nello Yemen: l’intenzione di dire francamente al presidente afghano Karzai ed al presidente yemenita Ali Abdullah Saleh che la forza da sola non basta in una guerra per sradicare l’estremismo, e che è necessario concentrarsi sullo sviluppo economico come mezzo essenziale per convincere i giovani a non abbracciare il pensiero estremista.

Se questo è ciò che è accaduto in Iraq e in Afghanistan, la politica americana nei confronti della questione palestinese continua invece ad essere lontanissima dalla posizione adottata recentemente dagli americani nei confronti dei Talebani. Tutti sanno che la ragione di ciò è legata alla posizione israeliana, che si oppone a qualsiasi iniziativa americana nei confronti di Hamas, perché continua a ritenere che la forza, l’assedio, e il ridurre alla fame i palestinesi di Gaza siano elementi sufficienti per aver ragione del movimento. E Washington non ha il coraggio politico e morale di prendere decisioni che facciano infuriare Israele.

Tutto ciò non si applica solo al modo di rapportarsi con Hamas, infatti Washington non è in grado di avanzare idee o iniziative che risolvano il conflitto israelo-palestinese nel suo complesso, perché Israele continua a non accettare la creazione di uno stato palestinese in grado di sopravvivere. Di conseguenza Washington non può assumere iniziative che incarnino lo slogan della “soluzione dei due stati”. L’influenza che Israele esercita sulle decisioni americane riguarda anche la questione iraniana. Israele è fra i maggiori responsabili della decisione di Washington di mobilitare il sostegno internazionale all’imposizione di nuove sanzioni a Teheran affinché rinunci al suo programma nucleare. Allo stesso modo, si deve in gran parte a Tel Aviv se l’opzione militare nei confronti di Teheran continua a rimanere sul tappeto.

L’assenza o la limitatezza dell’influenza israeliana in relazione all’Iraq o all’Afghanistan ha fatto sì che gli Stati Uniti fossero più liberi di avviare iniziative di dialogo con gli avversari di ieri. Ed ecco dunque le aperture verificatesi nei confronti dei “Consigli del Risveglio” e dei Talebani.

Le limitazioni imposte da Israele alla libertà decisionale americana nel Vicino Oriente hanno prodotto finora la continuazione del conflitto e il fallimento degli sforzi americani di trovare una soluzione che si accordasse solo al punto di vista israeliano ignorando i più elementari diritti del popolo palestinese.

Che la posizione americana nei confronti della questione palestinese sia dovuta all’incapacità americana di esercitare pressioni su Israele, o alla scarsa convinzione di Washington della necessità di trovare una soluzione a questo confitto, in entrambi i casi il risultato di questa politica continua a basarsi su un sistema di due pesi e due misure, che riconosce solo a parole il diritto palestinese all’autodeterminazione ed alla creazione di un proprio stato. Di conseguenza, non è sorprendente che gli sforzi di George Mitchell risultino vani, fino a quando Washington continuerà ad adottare solo il punto di vista israeliano.

Samih Saab è un giornalista libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Nahar”

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