Assad siede saldamente sul suo trono

05/02/2010

Original Version: Assad sits comfortably on his throne

Il 2008 è stato l’anno della paura per il presidente siriano Bashar al-Assad.

L’indagine delle Nazioni Unite legata all’assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri indicava il diretto coinvolgimento di alti esponenti del regime di Assad. Il presidente francese Jacques Chirac, vecchio amico di Hariri, domandava a gran voce la testa di Assad. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) stava conducendo un’indagine su un impianto siriano che, secondo i mezzi di informazione occidentali, era stato bombardato dalle Forze Aeree Israeliane. Damasco veniva paragonata a Pyongyang e Assad a Kim Jong II.

Inoltre, Assad guardava con apprensione a eventuali sorprese dell’ultimo minuto da parte di George W. Bush, che ormai stava terminando il suo mandato. Bush odiava appassionatamente il regime siriano e desiderava vendicare le morti dei soldati statunitensi uccisi da combattenti stranieri che avevano raggiunto l’Iraq passando attraverso il confine siriano. Nel periodo conclusivo della presidenza Bush, tra il 25 e il 30% circa dell’esercito siriano era schierato lungo il confine con l’Iraq in atteggiamento difensivo proprio per questo motivo.

Inoltre, Assad guardava con sospetto la fine del mandato del primo ministro Ehud Olmert che aveva già, secondo fonti straniere, attaccato l’impianto nucleare siriano ad al-Kibar, e che secondo lui aveva ordinato l’assassinio del generale di Hezbullah, Imad Mughniyeh, a Damasco, fatto che causò un forte imbarazzo al presidente siriano. Infine, uno dei più importanti consiglieri di Assad, e punto di contatto con l’Iran e la Corea del Nord, venne ucciso dai proiettili di un cecchino.

Il leader siriano ha anche dovuto affrontare alcuni problemi a livello interno, problemi che non sono ancora stati risolti. La disoccupazione è alle stelle, e più di un milione di siriani vivono in Libano e nei paesi del Golfo a causa della mancanza di lavoro in patria. L’economia siriana, seppure in continua crescita, non si attesta sui livelli di sviluppo del Medio Oriente nel suo insieme. Il paese soffre di una grave mancanza d’acqua e non possiede né il denaro sufficiente né le capacità per costruire impianti di desalinizzazione. Vi sono alcuni quartieri di Damasco nei quali non vi è disponibilità d’acqua durante la notte. Anche il petrolio della Siria sta terminando, e Assad non ha ancora pensato a come rimpiazzare questa vantaggiosa fonte di introiti.

Malgrado tutto ciò, Bashar al-Assad è ancora ben saldo al potere. Il 2009 è stato un anno molto migliore per il presidente siriano. Da una parte l’Occidente sta cercando di far leva sul regime affinché si allontani da Teheran, dall’altra il regime iraniano corteggia Damasco affinché rimanga suo alleato. In questo contesto, Assad ha assunto un ruolo centrale in un Medio Oriente in rapida trasformazione, e ha posto fine in maniera graduale all’isolamento del proprio paese.

Egli è divenuto grande amico della Turchia, suo ex-avversario; un nuovo presidente americano, più malleabile, ha reinsediato il proprio ambasciatore a Damasco, e Assad è stato accolto a braccia aperte da un più clemente presidente francese. George Mitchell, inviato americano in Medio Oriente, si è recato in Siria con un appello, avendo potuto osservare la disponibilità della Siria ad avviare negoziati di pace con Israele. 

Assad ora ha influenza sia sul fronte pragmatico sia sull’asse radicale nel mondo arabo. Entrambe le parti vogliono che egli si schieri pienamente con loro, mentre l’Europa lo considera come parte di una soluzione. Al momento, Assad sta abilmente mettendo una fazione contro l’altra, ma non si sta muovendo in nessuna direzione, e deve ancora decidere dove intende posizionare il proprio paese lungo l’asse Est-Ovest.

Avendo così tanto da guadagnare, Bashar al-Assad ha iniziato il 2010 con il sorriso sulle labbra. Ed è proprio questo sorriso che il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman sta ora cercando di cancellare, minacciando il successo più importante di Assad: il suo controllo del potere.

Lieberman ha cercato di sminuire il potere di Assad lo scorso giovedì [4 febbraio (n.d.t.) ]. Ma il problema è che tutti i segnali mostrano che al momento Assad si trova in una posizione molto favorevole.

Assad è riuscito abilmente a far avanzare gli interessi del proprio paese nel corso degli ultimi anni. Secondo alcune valutazioni occidentali, il presidente siriano al momento non vuole la guerra, ed è improbabile che egli scateni uno scontro “simmetrico” con Israele. Sa bene che il suo esercito e il suo paese sono vulnerabili e non vuole che il proprio regime crolli.

Visti i numerosi progressi recenti, Assad ha molto da perdere. Quando il suo paese terminerà il petrolio, il suo regime sarà dipendente dal paese che gli permetterà di far fronte ai propri bisogni energetici, e l’Iran vorrebbe assumere questo ruolo. Tuttavia, Assad non vuole essere visto come un cliente dell’Iran, restando debole e isolato.

Le valutazioni dell’intelligence occidentale sostengono che Assad sarebbe pronto a pagare il prezzo di mantenere le alture del Golan demilitarizzate, pur di vedersi restituire lo strategico altopiano. Potrebbe addirittura permettere ad alcuni villaggi e vigneti israeliani di rimanere, in base a qualche forma di accordo. 

Finché Assad compirà solo piccoli passi in entrambe le direzioni – verso l’Occidente e verso l’Iran – e finché egli mostrerà la propria intenzione di riprendere i negoziati con Israele, la comunità internazionale non sosterrà un’azione aggressiva israeliana contro la Siria.

Avigdor Lieberman non gode neanche lontanamente della stessa accoglienza di cui gode Bashar al-Assad in molte capitali del mondo. I commenti del ministro degli esteri israeliano di giovedì scorso molto probabilmente non faranno vacillare la presa sul potere del leader siriano.

Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post

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