
Lo scorso 12 gennaio, Freedom House ha diffuso i risultati dell’ultima edizione del “Freedom in the World” , ovvero l’indagine sui diritti politici e le libertà civili che dal 1972 esamina la possibilità che ogni individuo ha di esercitare i propri diritti politici e civili. Il monitoraggio viene effettuato in 194 paesi e i risultati vengono pubblicati secondo una classifica che assegna ad ognuno un indicatore di libertà che può essere “libero”, “parzialmente libero” oppure “non libero”. Un paese è libero se c’è un’ampia possibilità di libera competizione politica, un clima di rispetto per le libertà civili e media indipendenti. Un paese parzialmente libero è caratterizzato da diverse restrizioni ai diritti politici e alle libertà civili, spesso in un contesto di corruzione, debole certezza del diritto, conflitti etnici o guerre civili. Un paese non libero è un paese in cui i diritti fondamentali sono assenti e le libertà civili più basilari sono ampiamente e sistematicamente negate.
Secondo i risultati dell’ultimo rilevamento, il 2009 ha segnato – per il quarto anno di seguito – un declino generalizzato della libertà: si tratta del periodo consecutivo di regressi della libertà più lungo nei quasi 40 anni di storia di questo rapporto d’indagine. Questi deterioramenti si sono mostrati più evidenti nella zona dell’Africa Sub-Sahariana ma è necessario sottolineare che si sono verificati anche in gran parte delle altre regioni del mondo. Per di più, l’erosione delle libertà si è verificata durante un anno segnato da un’intensificata repressione attuata contro i difensori dei diritti umani e degli attivisti per la democrazia che operavano in molti dei regimi autoritari più potenti del mondo, come Russia e Cina. Sono in tutto 40 i Paesi in cui il deterioramento delle libertà è stato più marcato, e tra questi ci sono numerose nazioni dell’America Latina (Guatemala, Nicaragua e Venezuela), del Medio Oriente (Iran, Yemen, Bahrain, Giordania) e dell’Asia (Vietnam, Tibet e Myanmar).
Il dato allarmante, secondo il direttore delle ricerche di Freedom House, Arch Puddington, è che questo declino “si è verificato in paesi in cui c’erano stati segnali di potenziali riforme. E se ciò non bastasse, i paesi con i regimi più autoritari hanno guadagnato importanza e peso politico sullo scenario internazionale”. Inoltre, il 2009 ha visto scendere il numero delle democrazie elettorali al livello più basso mai registrato dal 1995; se l’Asia è stato il continente con il maggior numero di miglioramenti è il Medio Oriente a restare la zona più repressiva del mondo, insieme all’Africa che durante l’anno ha assistito a ben 4 colpi di stato. Iran, Libia, Sudan, Somalia, Eritrea, Corea del Nord, Tibet… sono solo alcuni dei classificati nella lista chiamata “Il peggio del peggio”. La sanguinosa repressione del “movimento verde” iraniano dello scorso giugno, con esecuzioni e persecuzioni continuate durante tutto l’anno, è stato uno dei fattori di declino più pesante che ha afflitto la posizione del Medio Oriente. Solo Libano e Iraq hanno registrati lievi miglioramenti ma sono ancora lontani dal poter essere a tutti gli effetti “parzialmente liberi”.













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Non dubito minimamente che l’arch. Puddington sia, nella sua materia, un eccelso. Ho incommensurabili dubbi sulla di lui capacità di eseguire ricerche del genere, anche perchè non solo sia indispensabile conoscere approfonditamente la storia attuale, ma anche quella precedente. Inoltre, sono da considerare anche quelle che sono certe soggettività,
indipendendemente dal fatto che i confini della “democrazia” siano molto labili e, attualmente, non esistano termini di paragone.
Scrivere male dello Stato dell’Eritrea e terribilmente facile, sopratutto se ci si schiera dalla parte dell’O.N.U., e non in quella della Giustizia!!!
Walter
Sono completamente d’accordo con Walter: ormai dichiararsi concordi alle misure delle UN equivale ad un’aperta ammissione di torto. Credo comunque che lo scopo di questa pubblicazione annuale, al di là di certe superficialità, sia quello di mostrare una tendenza (quindi approssimativa) dello stato di salute del mondo. Non dimentichiamoci che l’anno scorso, secondo un rapporto simile, l’Italia è finita tra i paesi “parzialmente liberi”. Sono indagini costruttive ma pressapochiste, su questo non ci sono dubbi. Consiglio comunque di dare un’occhiata all’intera pubblicazione che offre, in certi approfondimenti, spunti di riflessione interessanti. Da quel che leggo qui è riportato solo un breve quadro indicativo, senza l’intenzione di essere esaustivo.