La comunità internazionale non deve ignorare le violazioni dei diritti umani in Iran

16/02/2010

Original version: We must not ignore human rights in Iran

Invece di concentrarsi esclusivamente su nuove sanzioni – che solitamente colpiscono la popolazione piuttosto che il governo – la comunità internazionale deve portare al centro dell’attenzione le violazioni dei diritti umani commesse dall’Iran – scrive l’analista Trita Parsi

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Le vecchie abitudini sono dure a morire. Dopo anni in cui l’Occidente si è concentrato quasi esclusivamente sulla questione nucleare, esso si è dimostrato lento a reagire al rapido deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran. Mentre i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stanno preparando sanzioni in merito al problema nucleare, l’ONU non ha ancora affrontato le violazioni dei diritti umani in Iran seguite ai brogli elettorali della scorsa estate.

Ora più che mai, l’esclusiva concentrazione sulla questione nucleare deve essere messa da parte, per rivolgere una rinnovata attenzione alle condizioni dei diritti umani in Iran. Si tratta letteralmente di una questione di vita o di morte.

Il 28 gennaio, Mohammad-Reza, Ali-Zamani e Arash Rahmanipour sono stati giustiziati per il reato capitale di ‘moharabeh’, ovvero di “prendere le armi contro Dio”. Sebbene le autorità iraniane sostenessero che due di loro erano implicati in proteste antigovernative successive alla controversia elettorale, l’avvocatessa di Rahmanipour ha sottolineato che egli fu arrestato un mese prima delle elezioni.

L’avvocatessa di Rahmanipour, cui fu impedito di rappresentarlo durante il processo-farsa di luglio, rimase scioccata quando seppe delle esecuzioni, dato che stava ancora aspettando notizie dalla corte d’appello. Il padre di Rahmanipour seppe dell’esecuzione di suo figlio dalla televisione.

Altri nove attivisti sono stati dichiarati colpevoli di moharebeh e stanno aspettando di essere giustiziati. Altre centinaia aspettano di essere processati sebbene sia stato negato loro il diritto ad una rappresentanza legale. Anche diversi leader della perseguitata minoranza Bahai sono sotto processo, accusati di spionaggio.

Nel tentativo di scoraggiare il Movimento Verde iraniano dallo scendere in piazza l’11 febbraio, nell’anniversario della Rivoluzione iraniana del 1979, alcuni elementi intransigenti all’interno del governo hanno introdotto un disegno di legge per rendere più rapide le esecuzioni.

La comunità internazionale non dovrebbe starsene seduta a guardare, mentre il governo iraniano viola i suoi obblighi di difendere i diritti umani. Una seduta speciale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dovrebbe essere convocata immediatamente per concentrare l’attenzione sul rapido deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran.

Le pressioni degli esponenti intransigenti del governo volte a giustiziare più prigionieri sono di chiara natura politica. Anche il capo della magistratura iraniana, Sadeq Larijani, le ha riconosciute come tali. “Queste richieste sono politiche, e sono contro la legge e la sharia”, ha detto la settimana scorsa. Una maggiore attenzione internazionale sulla situazione in Iran rafforzerebbe la resistenza contro gli intransigenti che sostengono la violenza e gli abusi.

Contrariamente a quanto si potrebbe comunemente pensare, le autorità iraniane sono sensibili alle critiche sui diritti umani. Alla base di questa attitudine c’è l’ambizione dell’Iran ad essere riconosciuto come paese leader della regione.
 
La natura stessa della Rivoluzione è alla base di questo impulso. Trent’anni fa, era l’Iran – non Washington – che parlava di cambiamenti di regime nella regione. I rivoluzionari vittoriosi cercarono di esportare la Rivoluzione nei Paesi limitrofi con lo scopo di ricreare un Medio Oriente a loro immagine.
 
Gli sforzi di Teheran fallirono completamente. Nessun altro Paese seguì l’esempio dell’Iran, e all’inizio degli anni ‘90 era chiaro che la stessa Rivoluzione dell’Iran era in pericolo. L’Iran era in rovina, devastato dalla guerra, isolato e completamente privato degli investimenti internazionali. Di sicuro non era un Paese leader.

Per reagire a questi dati di fatto, Teheran adottò un nuovo approccio. Invece di esportare la Rivoluzione, l’Iran sarebbe diventato uno Stato islamico modello, che gli altri avrebbero cercato di emulare.
Ma i Paesi che desiderano avere un ruolo di rilievo non hanno altra scelta che quella di salvaguardare la propria reputazione. Proprio come le violente reazioni del governo iraniano contro le proteste scatenate dalle elezioni lo hanno delegittimato all’interno del Paese, l’attenzione internazionale sugli abusi dell’Iran servirà ad indebolire le sue credenziali come Paese guida nella regione.
 
Teheran lo sa bene. Questo spiega parzialmente perché l’Iran spenda il suo capitale diplomatico per cercare di annacquare le risoluzioni di condanna, presso gli organismi internazionali, nei confronti della situazione dei diritti umani nel Paese. Ed è anche il motivo per cui l’Iran è così lesto a deviare l’attenzione dalle proprie violazioni criticando gli abusi di Washington e di Israele.

Si provi a paragonare questo comportamento con quello della Corea del Nord o di Myanmar, che in gran parte ignorano le condanne nei confronti delle loro violazioni dei diritti umani.

Criticare la situazione dei diritti umani in Iran non dovrebbe tuttavia essere confuso con l’interferire nei suoi affari interni. In qualità di firmatario di numerose convenzioni internazionali, l’Iran ha l’obbligo giuridico di difendere i diritti umani – e la comunità internazionale ha l’obbligo di far sentire la propria voce quando esso non lo fa.

La sensibilità di Teheran alla situazione in cui versano i diritti umani nel Paese lo rendono vulnerabile. Invece di concentrarsi esclusivamente su nuove sanzioni – che solitamente colpiscono la popolazione piuttosto che il governo – la comunità internazionale deve portare al centro dell’attenzione le violazioni dei diritti umani commesse dall’Iran.

Trita Parsi è un giornalista e scrittore di origine iraniana, esperto di questioni mediorientali; è cofondatore del National Iranian American Council

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