22/02/2010
Original Version: هل يلقى عباس مصير عرفات؟
Messo alle strette dagli scandali scoppiati all’interno dell’ANP, e pressato da Washington e da Tel Aviv affinché accetti di riprendere negoziati indiretti con gli israeliani in assenza di qualsiasi garanzia, e senza un congelamento degli insediamenti, Abu Mazen si trova di fronte a un difficile bivio: soccombere alle pressioni rischiando di squalificarsi definitivamente agli occhi dei palestinesi, o restare fermo sulle proprie posizioni correndo il rischio di andare incontro allo stesso destino di Arafat – scrive l’analista egiziano Wahid Abdel Meguid
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La situazione in cui si trova il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è estremamente difficile, in un momento in cui le scelte a sua disposizione si riducono e gli orientamenti si confondono. La questione palestinese è sul punto di scomparire, e la via verso una soluzione pacifica, che per lungo tempo era stata considerata percorribile, è ormai finita in un vicolo cieco. Ma, a rendere così difficile la situazione di Abu Mazen al momento attuale sono le crescenti pressioni nei suoi confronti affinché avvii nuovi negoziati con Israele in assenza di un congelamento degli insediamenti. Dopo aver profondamente sperato che l’amministrazione americana adottasse una posizione ferma nei confronti di Israele per spingerla a prendere seriamente gli sforzi di pace, ora il massimo a cui aspira il presidente palestinese è che le pressioni americane nei suoi confronti non siano tali da costringerlo ad impegnarsi in colloqui inconcludenti, che lo porrebbero di fronte a due scelte, entrambe amare.
Dopo che l’amministrazione americana non è riuscita a convincere il governo Netanyahu a congelare gli insediamenti come precondizione per avviare nuovi negoziati (al fine di creare un clima favorevole al conseguimento di rapidi progressi), a Washington non restava altra possibilità che “convincere” Abu Mazen del fatto che sarebbero state le trattative a risolvere la questione degli insediamenti e le altre questioni controverse. Il dilemma nel quale si trova ora il presidente palestinese è che accettare il negoziato dopo aver a lungo insistito su un congelamento degli insediamenti lo metterà in una situazione estremamente imbarazzante, non solo nei confronti di Hamas, ma anche dei suoi seguaci e dei sostenitori della sua linea pacifica.
Perciò, la scelta più giusta da parte di Abu Mazen sembra essere quella di perseverare sulle proprie posizioni, poiché abbandonarle equivarrebbe a un’enorme sconfitta agli occhi della piazza palestinese e di gran parte dell’opinione pubblica araba. Ma il problema sta nel fatto che rimanere sulle proprie posizioni continuando a insistere sulla necessità di un congelamento degli insediamenti prima della ripresa dei negoziati, potrebbe comportare, su un periodo di tempo più lungo, un’altra sconfitta per il presidente palestinese, che potrebbe essere a sua volta molto grave, qualora dovesse portare a un cambiamento delle politiche dell’amministrazione americana nei suoi confronti.
Se è vero quello che ha detto Abu Mazen ad alcuni direttori di giornali egiziani in occasione della sua ultima visita al Cairo, e cioè che egli avrebbe respinto le posizioni americane contrarie alla riconciliazione palestinese, questo significherebbe che non accettare la ripresa dei negoziati potrebbe tradursi nella fine della “luna di miele” tra l’ANP e l’amministrazione Obama. Il presidente palestinese ha affermato che Fatah aveva firmato il documento egiziano di riconciliazione palestinese malgrado le pressioni americane che vi si opponevano: “Ci era stato detto che se avessimo firmato ci saremmo posti sotto assedio da soli. Avevamo dunque due scelte davanti a noi: accettare queste minacce o firmare il documento. Abbiamo preferito firmare, e ci ha sorpreso scoprire che è stato invece Hamas a rifiutare”.
Sebbene la posizione di Hamas – che ha chiesto alcuni emendamenti all’accordo, o quantomeno la messa agli atti di alcune sue riserve – abbia salvato Abu Mazen dalle conseguenze delle minacce americane, è tuttavia probabile che il suo “strappo” abbia lasciato delle tracce negative nella posizione di Washington nei suoi confronti. Ed è probabile che i risentimenti di Washington nei confronti del presidente palestinese crescano qualora egli dovesse insistere a non riprendere i negoziati prima di un congelamento degli insediamenti. Ciò potrebbe rappresentare l’inizio di un’inimicizia candidata a produrre in futuro conseguenze ben peggiori.
E’ questo il nocciolo del dilemma di cui Abu Mazen si deve rendere conto, tanto più che già in passato egli ebbe modo di assistere al cambiamento di atteggiamento – o per meglio dire al voltafaccia – di Washington nei confronti di Yasser Arafat. Dopo essere stato oggetto di una calorosa accoglienza a Washington, al punto che egli fu ricevuto alla Casa Bianca più di ogni altro leader arabo fra il 1993 e il 2000, egli divenne sgradito all’amministrazione americana, e gli fu chiesto di cedere la propria leadership a partire dal 2001.
Abu Mazen ancora ricorda, al pari di altri leader palestinesi, come si sviluppò l’operazione di “demonizzazione” di Arafat, i cui primi segnali si ebbero a metà del 2001, dopo che nel settembre del 2000 era scoppiata l’Intifada “al-Aqsa”. Questi segnali emersero mentre ancora alcuni responsabili americani scommettevano su Arafat per fermare l’Intifada. Ad esempio, il segretario di Stato Colin Powell ancora parlava di Arafat in termini positivi prima del giugno 2001. I suoi toni cominciarono a cambiare progressivamente dopo l’attentato in una discoteca a Tel Aviv in cui rimasero uccisi 19 israeliani. Dopo quell’attentato, Powell inviò un messaggio ad Arafat esortandolo a “fermare la violenza, senza condizioni”. Egli poi espresse un cauto ottimismo quando il leader palestinese annunciò un cessate il fuoco, affermando che si trattava di una “posizione coraggiosa”, e aggiungendo tuttavia: “Aspettiamo di vedere cosa accadrà sul terreno”.
Sebbene Powell si rendesse conto che le parti in conflitto erano due, ed avesse invitato Tel Aviv ad esercitare “l’autocontrollo” dando ad Arafat la possibilità di fermare le operazioni armate, egli non attribuì ad Israele alcuna responsabilità per il fallimento degli sforzi di giungere ad una tregua, quando il governo israeliano rispose con estrema violenza all’attentato di Tel Aviv, aprendo una nuova ondata di scontri. Stando così le cose, Arafat non riuscì a controllare la situazione nel campo palestinese. Tuttavia gli americani riversarono la loro collera soltanto su di lui, facendo finta di non vedere la violenta escalation di Israele che aveva contribuito a questo risultato. Essi invece accettarono la campagna militare scatenata dal governo di Sharon per eliminare Arafat politicamente.
Arafat fu accusato di essere stato lui a far fallire gli sforzi di pace e ad aver dato il via libera a un’escalation di violenza in cui Fatah faceva a gara con Hamas e con altre fazioni palestinesi nello scatenare azioni armate contro Israele! Dunque, nel giro di pochi mesi Arafat divenne l’unico responsabile del deterioramento dei rapporti tra Israele e i palestinesi, e del fallimento del processo di Oslo. Prima che scendesse il sipario sul 2001, Washington si apprestava a ratificare la “condanna a morte” che il governo Sharon aveva emesso nei confronti di Arafat, sebbene alcune voci israeliane continuassero a mettere in guardia sulle conseguenze disastrose che una scomparsa di Arafat avrebbe comportato, essendo egli l’unico in grado di far accettare ai palestinesi le concessioni necessarie per giungere ad un accordo di pace.
Ma queste voci non ebbero alcuna influenza sul governo Sharon e non giunsero alle orecchie di Washington, che dal canto suo continuò a sostenere l’operazione di “demonizzazione” di Arafat da parte del governo israeliano, fino al completo isolamento del presidente palestinese all’interno della Muqataa a Ramallah.
Forse ora Abu Mazen ricorda quegli eventi, mentre riflette su come affrontare la difficile situazione in cui si trova, in modo da non offrire un pretesto per un’analoga campagna contro di lui. Esiste una via d’uscita da questa situazione, o Abu Mazen sarà costretto a compiere la scelta che sembra meno amara, e cioè accettare la ripresa di negoziati mentre gli insediamenti israeliani continuano ad espandersi? La proposta di avviare trattative indirette lo aiuterà a giustificare la sua posizione davanti al suo popolo, anche se i colloqui indiretti non saranno altro che un modo per “traghettare” i palestinesi verso la ripresa di colloqui diretti? Oppure egli persevererà nella sua posizione attuale rischiando di compromettere il suo rapporto con Washington ed aprendo la possibilità che egli vada incontro allo stesso destino di Arafat?
Wahid Abdel Meguid è direttore del Centro “al-Ahram” per le traduzioni e le pubblicazioni; è stato direttore degli uffici del Cairo del quotidiano panarabo “Dar al-Hayat”; è autore di numerosi libri




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Arafat era un antiamericano e ci sapeva fare per davvero in favore della Palestina. Non ha mai tirato la bocca come potrebbe fare un bambino capriccioso e deciso di favorire la controparte anche sapendo che era a proprio danno. Di quello che si capisce di Abu Mazen e’ che e’ dalla parte dell’abolizione ai gruppi armati e che vuole una pace per il popolo senza politica o altro.