La guerra sotterranea di Israele

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Mahmoud al-Mabhouh, importante esponente di Hamas e uno dei fondatori delle brigate Ezzeddin al-Qassam, il braccio armato del movimento, è stato assassinato lo scorso 19 gennaio a Dubai, ma le ripercussioni di quell’evento si avvertono ancora oggi, soprattutto a causa dell’inaspettata svolta che a metà febbraio hanno avuto le indagini condotte dalla polizia di Dubai.

Le immagini dei membri della squadra che si ritiene abbia portato a termine l’omicidio, catturate dalle telecamere a circuito chiuso dell’albergo in cui tale omicidio ha avuto luogo, hanno fatto il giro del mondo, assieme alle foto dei loro passaporti ed alla notizia che questi ultimi, a prima vista appartenenti a individui di nazionalità britannica, irlandese, francese, e tedesca, erano stati realizzati in gran parte rubando l’identità di persone reali in possesso anche della cittadinanza israeliana.

Questo ed altri elementi hanno spinto il capo della polizia di Dubai, ma anche la stragrande maggioranza dei commentatori della stampa internazionale, a puntare il dito contro il Mossad, l’agenzia d’intelligence israeliana, nota per aver compiuto numerose operazioni analoghe in passato.

I paesi europei da cui provenivano i passaporti falsificati hanno chiesto spiegazioni a Israele, che dal canto suo ha negato ogni addebito. Il governo israeliano, come è sua abitudine in questi casi, non ha confermato né smentito ufficialmente il coinvolgimento dei propri servizi segreti.

Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che non esiste alcuna prova che leghi direttamente l’assassinio di Dubai al Mossad, ma la stessa stampa israeliana, soprattutto nei giorni immediatamente successivi al 19 gennaio, ha attribuito l’operazione in maniera ben poco velata, e con un malcelato orgoglio, all’agenzia d’intelligence israeliana, lodando le capacità del suo attuale direttore Meir Dagan. A ciò si sono accompagnati i silenzi, e i “sorrisi compiaciuti”, di diversi responsabili israeliani.

Tuttavia, dopo che quella che era stata descritta inizialmente come un’operazione “perfetta” si è trasformata in uno scandalo internazionale a causa delle rivelazioni della polizia di Dubai, anche sui giornali israeliani hanno cominciato a fare la loro comparsa alcune voci critiche.

In particolare, il dubbio che è stato espresso da più parti in Israele è se fosse lecito mettere in pericolo dei comuni cittadini israeliani (in contrasto con i più elementari obblighi che lo stato israeliano, come ciascun altro stato, ha nei confronti dei propri cittadini) sottraendo le loro identità per compiere una simile operazione. Molti si sono anche chiesti se fosse opportuno rischiare di danneggiare i rapporti con i paesi europei i cui passaporti sono stati utilizzati dalla squadra che ha portato a termine l’omicidio il 19 gennaio.

In effetti, la “tempestività” e l’utilità di una simile operazione sono state messe in dubbio anche da buona parte della stampa europea. Questo tipo di operazioni, anche laddove sono coronate dal “successo”, si rivelano spesso controproducenti.

Nel 1997, il Mossad tentò di assassinare Khaled Meshaal, attuale leader di Hamas, che all’epoca si trovava in Giordania. Ma l’operazione fu scoperta, e Israele fu obbligata a fornire l’antidoto al veleno che era stato iniettato a Meshaal, ed a rilasciare il fondatore di Hamas, lo Sheikh Ahmed Yassin. Inoltre Tel Aviv rischiò di compromettere seriamente i rapporti con la Giordania, con la quale aveva firmato un accordo di pace solo tre anni prima.

Nel caso attuale, l’operazione è “tecnicamente riuscita”, poiché Mabhouh è stato eliminato fisicamente, ma Israele rischia di pagare un prezzo molto alto in termini di immagine a livello internazionale.

Innanzitutto, l’adozione di metodi extragiudiziari contravviene alle norme più elementari di uno stato di diritto, e si avvicina molto a quelle tattiche “terroristiche” che Israele dice di condannare. Ciò nonostante, hanno probabilmente ragione i responsabili e gli analisti israeliani quando affermano che il polverone di questi giorni è solo “una tempesta in un bicchier d’acqua”, e che i paesi europei non hanno interesse a compromettere i rapporti con Tel Aviv perché condividono con lo stato d’Israele gli stessi obiettivi nella lotta al terrorismo.

Questa affermazione potrebbe essere “esplicitata” nella maniera seguente: anche gli stati europei, come Israele, e come gli Stati Uniti, adottano metodi extragiudiziari nelle loro campagne antiterrorismo. Questo è vero in Afghanistan, come in Pakistan e in Iraq (ma anche in Europa: basti pensare allo scandalo delle “extraordinary renditions”), dove la tattica degli omicidi mirati e delle incursioni degli aerei senza pilota – ma anche il ricorso alla tortura – è stata abbondantemente utilizzata dai paesi occidentali in passato, ed è applicata tuttora.

Ma questi metodi fanno sì che la “lotta al terrorismo” sia completamente screditata agli occhi del mondo arabo-islamico, dove molti considerano le campagne antiterrorismo dei paesi occidentali come nient’altro che “terrorismo di stato”.

Inoltre, il modo in cui è stato assassinato Mabhouh, avendo comportato una palese violazione della sovranità di Dubai, è destinato a determinare una crisi nei rapporti fra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, sui quali Tel Aviv aveva sempre puntato per giungere a una normalizzazione delle proprie relazioni con i paesi arabi.

Dubai ha basato la propria fortuna sul fatto di essere una sorta di territorio neutrale – un “porto franco”, per l’appunto – dove gli interessi economici avevano la meglio sui conflitti politici. Questo piccolo emirato non può permettersi di diventare uno dei tanti teatri dei conflitti regionali. Anche così si spiega la determinazione della polizia di Dubai a non lasciare impunito questo assassinio.

L’affronto viene considerato tanto più grande, dagli Emirati, alla luce del fatto che solo pochi giorni prima dell’uccisione di Mabhouh il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau si era recato ad Abu Dhabi in occasione di una conferenza sulle energie rinnovabili, in quella che era considerata una visita storica, trattandosi della prima volta che un ministro israeliano veniva accolto dalla capitale degli Emirati.

E’ però opinione diffusa nel mondo arabo che Israele non abbia tanto voluto provocare o umiliare gli Emirati, quanto piuttosto far sapere ai suoi avversari in Medio Oriente di aver scatenato una guerra senza quartiere contro di essi, una guerra che non si arresta di fronte ai confini di nessuno stato.

Secondo molti osservatori arabi, Tel Aviv ha scelto in questo momento di preferire, rispetto a un intervento militare diretto, una guerra sotterranea fatta di attentati e operazioni sotto copertura per imporre il proprio “potere di deterrenza” nella regione.

Una teoria ancora una volta confermata dalla stampa israeliana, dove appaiono commenti che esaltano “audaci omicidi” attribuiti ad Israele, che avrebbero seminato il panico tra i “leader dell’asse del male”, e dove ci si vanta del fatto che Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, è costretto a vivere in un bunker da più di tre anni, e che Hamas si sta ancora “leccando le ferite” dopo l’aggressione israeliana a Gaza.

L’assassinio di Mabhouh è infatti solo l’ultimo di una serie di attacchi e attentati che hanno avuto come obiettivo membri di Hamas, di Hezbollah e della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Il primo di questi episodi attribuiti ad interventi del Mossad si verificò lo scorso dicembre quando un autobus con a bordo esponenti di Hamas e funzionari iraniani saltò in aria vicino a Damasco.

Se Israele ha davvero scatenato questa guerra sotterranea – come diversi indizi lasciano ritenere – la sua prima vittima saranno inevitabilmente i già deboli sforzi di pace nella regione. Come hanno affermato alcuni commentatori arabi, questa guerra sembra dimostrare che Israele predilige il linguaggio della forza e le logiche egemoniche alla via del dialogo e del negoziato pacifico.

Una politica di questo genere, adottata in un momento in cui è in atto una tregua a Gaza e sul confine israelo-libanese, può avere conseguenze estremamente gravi per l’intera regione. Innanzitutto fa mancare il terreno sotto i piedi a tutti coloro che nel mondo arabo cercano il dialogo e la soluzione pacifica dei conflitti; spinge movimenti come Hamas e Hezbollah a cercare a loro volta di compiere azioni di rappresaglia; e accresce ulteriormente le tensioni in un momento già estremamente difficile a causa della questione nucleare iraniana.

Diversi osservatori mediorientali hanno fatto notare che, colpendo al di fuori dei propri confini, e al di fuori dei confini della Palestina, Israele estende le aree di instabilità e rischia di far diventare altri paesi un teatro di scontro del conflitto israelo-palestinese. Ciò potrebbe a sua volta spingere gli avversari di Tel Aviv a colpire gli interessi israeliani in altri paesi. Hamas, che finora ha sempre adottato il principio di limitare la propria battaglia al territorio della Palestina storica, potrebbe decidere di cambiare politica e colpire anche altrove.

La sensazione che Israele stia oltrepassando i propri limiti è stata espressa, del resto, non solo dalla stampa araba, ma anche da giornali occidentali. Fra gli altri, un commento del britannico Daily Telegraph ha parlato, a proposito dell’assassinio di Mabhouh, di “missione suicida” di Israele, affermando che l’operazione di Dubai ha messo in evidenza “l’assurdo pensiero suicida che in questo momento passa per essere la politica estera e la strategia militare di Israele”.

L’articolo mette in evidenza come ultimamente l’attuale classe dirigente israeliana abbia danneggiato gli interessi del paese anche attraverso altri episodi: ad esempio umiliando l’ambasciatore turco e, pochi giorni fa, rifiutando di incontrare una delegazione di membri del Congresso americano solo perché era sponsorizzata dalla lobby filo-israeliana pacifista J Street.

Alla luce di quanto esposto fin qui, sembra che la logica dello scontro sia destinata a prevalere su quella del dialogo. L’assassinio di Mabhouh ed il protrarsi dell’assedio di Gaza non lasciano alcun dubbio sul fatto il governo israeliano sia determinato a distruggere Hamas. E questa sembra essere anche la posizione di Washington, a giudicare dal contributo determinante che gli americani stanno dando alla costruzione del muro sotterraneo al confine fra l’Egitto e la Striscia di Gaza, e dalle pressioni che a quanto pare essi hanno esercitato sul presidente palestinese Mahmoud Abbas per dissuaderlo dal giungere ad una riconciliazione con il movimento islamico palestinese.

Del resto, le voci su una possibile ripresa dei negoziati sotto forma di colloqui indiretti fra il governo israeliano e l’Autorità Nazionale Palestinese non suscitano particolari speranze. Qualora questi colloqui avessero inizio, essi sarebbero comunque privi di un chiaro quadro negoziale e di scadenze precise, ed avverrebbero con un presidente palestinese delegittimato dagli scandali e dalla scelta stessa di intraprendere delle trattative in assenza di garanzie e senza un congelamento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Fahmi Shabaneh, l’ex ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi che ha rivelato scandali di corruzione e scandali sessuali a carico di alti funzionari dell’ANP dagli schermi di Channel 10, un’importante rete televisiva israeliana, ha minacciato di fare ulteriori rivelazioni nelle prossime settimane. Il fatto che Shabaneh abbia fatto la sua denuncia da una TV israeliana ha destato i sospetti di alcuni. Diversi commentatori hanno fatto osservare che il filmato su cui si basano le accuse di Shabaneh risale a 18 mesi fa. Il fatto che Channel 10 abbia accettato di trasmetterlo ora potrebbe avere a che fare, secondo costoro, con un tentativo di mettere il presidente palestinese con le spalle al muro.

Quest’ultimo si trova di fronte a due scelte che potrebbero entrambe rivelarsi fatali per il suo futuro politico: accettare di impegnarsi in colloqui indiretti privi di qualsiasi garanzia (e trovandosi in una posizione facilmente ricattabile a causa degli scandali di queste settimane), oppure rifiutare il negoziato rischiando di inimicarsi Washington, da cui l’ANP dipende pesantemente da un punto di vista finanziario.

In entrambi i casi il destino politico di Abbas appare a molti ormai segnato.

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