26/02/2010
Original Version: Can Saudi ties with the Taliban help stabilize Afghanistan?
La mediazione saudita che dovrebbe facilitare il dialogo con i Talebani in Afghanistan e riconciliarli con il governo Karzai va probabilmente incontro a numerose difficoltà, a causa della scarsa comprensione della realtà afghana da parte della monarchia saudita – scrive la ricercatrice saudita Mai Yamani
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Nel tentativo di stabilizzare il proprio paese, il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai è arrivato due settimane fa vestito di bianco alla Mecca in quello che può soltanto essere definito un “pellegrinaggio diplomatico”. Nonostante Karzai abbia trascorso del tempo in preghiera presso il luogo sacro per eccellenza dell’Islam, la sua missione aveva lo scopo di dimostrare qualcosa di più della sua devozione religiosa.
Quale scopo diplomatico o finanziario stava dunque perseguendo? Che significato ha questo viaggio in Arabia Saudita proprio nel momento in cui l’azione militare del presidente americano Barack Obama è entrata nella fase operativa? Quali possibilità ha l’Arabia Saudita di svolgere un ruolo determinante nella risoluzione del conflitto che sempre più insanguina l’Afghanistan?
Una carta che i sauditi possono giocare è rappresentata dalla loro rigida ideologia islamica che è condivisa dai Talebani. In effetti, i sauditi, con il sostegno dell’intelligence militare pachistana, permisero lo sviluppo delle scuole religiose che hanno istruito i Talebani prima della loro ascesa al potere negli anni ‘90. In teoria i sauditi posseggono anche il potere economico necessario sia per allettare che per controllare i Talebani. Avendo presenziato alla loro nascita, i sauditi sanno come rivolgersi ai leader talebani.
Inoltre, l’Arabia Saudita ha mostrato la crescente volontà di utilizzare la Mecca come sede di dialogo per tentare di risolvere le dispute politiche regionali. Soltanto di recente il regime saudita sembra aver scoperto il potere di persuasione che gli deriva dal fatto di essere il custode della Mecca e di Medina, i due più importanti luoghi sacri dell’Islam. La Mecca è in effetti divenuta una sede influente per incontri politici, oltre che uno strumento di mediazione se non addirittura di manipolazione dei mezzi di comunicazione.
Nell’ottobre del 2006, ad esempio, la Mecca ospitò le trattative tra le diverse fazioni in guerra dell’Iraq. Nel febbraio del 2007 un governo di unità nazionale palestinese, che poi ebbe breve vita, venne creato in seguito a un incontro che si tenne proprio nella città. Nel dicembre del 2007 il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad compì il pellegrinaggio su invito personale del re Abdullah. Quella fu la prima volta che un capo di stato della Repubblica Islamica ebbe la possibilità di compiere il pellegrinaggio.
Nell’ottobre del 2008 l’Arabia Saudita condusse negoziati tra i Talebani e il governo afghano in seguito alla richiesta rivolta da Karzai al re Abdullah, considerato da Karzai “il leader del mondo islamico”. I Talebani non poterono rifiutare un invito a negoziare alla Mecca.
Oggi il regime saudita utilizza in maniera calcolata lo status di cui gode la Mecca tra i musulmani per cercare di riaffermare il ruolo primario della monarchia quale “stato di punta” a livello mondiale. Attraverso il coinvolgimento strategico della Mecca, la speranza è che le istanze radicali che caratterizzano la regione – quelle degli sciiti iracheni, di Hamas, di Hezbollah, dei Talebani e degli iraniani – subiranno una sorta di “risanamento”, avendo accesso ai principali luoghi sacri dell’Islam. Questo è anche un modo per ricordare allo stesso tempo ai potenziali rivali arabi sunniti, quali la Giordania hascemita e l’Egitto, che l’Arabia Saudita rimane la patria ideologica dell’Islam.
Ma il potere di persuasione saudita si estende oltre la custodia della Mecca e di Medina, poiché la diplomazia saudita è anche sostenuta dal fatto che il paese possiede le più ingenti riserve petrolifere del mondo. Questo fattore potrebbe far sì che i Talebani accettino di negoziare, e forse anche di rinunciare alla violenza, se i sauditi metteranno a disposizione soldi per aiutare i combattenti talebani a crearsi una nuova vita.
La missione diplomatica dell’Arabia Saudita in Afghanistan rappresenta un passo cruciale nel tentativo di restaurare la propria reputazione nei confronti dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, che non hanno dimenticato che la maggior parte dei dirottatori dell’11 settembre erano cittadini sauditi, e che Riyadh non era riuscita a controllare i Talebani durante gli anni che hanno preceduto gli attacchi. La successiva caduta del regime talebano in Afghanistan, come conseguenza dell’invasione guidata dagli Stati Uniti, ha creato qualche imbarazzo al regime saudita, in quanto esso aveva riconosciuto il governo talebano nel 1997 e lo aveva sostenuto sia ideologicamente che finanziariamente. L’Arabia Saudita era stata infatti uno degli unici tre paesi, insieme al Pakistan e agli Emirati Arabi Uniti, ad aver stabilito relazioni diplomatiche con il governo talebano.
Sebbene le tensioni a livello bilaterale iniziassero ad aumentare a partire dal 1998, a causa del rifiuto dei Talebani di consegnare Osama bin Laden all’Arabia Saudita (il suo paese di origine), la monarchia continuò a sperare che la diplomazia dei petrodollari potesse risolvere il problema. I sauditi invitarono addirittura alcuni esponenti talebani, compreso il Mullah Omar, a compiere il pellegrinaggio. Mohammad Rabbani, primo ministro talebano, compì il pellegrinaggio lo stesso anno, sebbene il suo governo ancora non si fosse deciso a consegnare Osama bin Laden.
Per i sauditi il tentativo di riabilitare i Talebani, nonostante il danno da essi causato alla posizione diplomatica della monarchia agli occhi dell’Occidente, rappresenta un obiettivo strategico. L’Arabia Saudita ha subito l’ascesa del potere sciita in Iraq e desidera mantenere la supremazia sunnita nel mondo islamico orientale. Tuttavia Riyadh si rende conto che con Karzai l’influenza saudita ha subito un declino in Afghanistan a partire dal 2001, mentre quella degli iraniani si è rafforzata.
Gli iraniani si oppongono categoricamente al ripristino del controllo dei Talebani sul governo afghano. Dal punto di vista culturale, etnico e linguistico gli afghani sono più vicini agli iraniani che non agli arabi. Al di là dell’ideologia che accomuna i sauditi ai Talebani, e al di là del passato riconoscimento saudita del governo talebano, i sauditi mancano di qualunque comprensione della varietà e della fluidità della società afghana.
L’ambivalenza saudita nei confronti di Karzai, sebbene egli sia un musulmano sunnita, si è mostrata chiaramente durante la sua visita nel regno saudita. In quell’occasione re Abdullah mandò soltanto un principe di rango inferiore ad accompagnare Karzai alla Mecca, fatto che ha rappresentato un affronto diplomatico ben studiato.
La questione per i sauditi è ora di fare in modo che i Talebani vengano invitati al tavolo dei negoziati. La loro speranza è quella di sfruttare il Pakistan, che considera l’Afghanistan in base allo stesso approccio strategico adottato dall’Arabia Saudita. L’India, e non l’Iran, rappresenta il principale competitore per l’influenza pakistana sull’Afghanistan. Vista la convinzione dell’amministrazione Obama in base alla quale il Pakistan rappresenta un elemento fondamentale per qualsiasi soluzione in Afghanistan, i sauditi hanno molto probabilmente formulato la loro scommessa correttamente, scegliendosi un alleato diplomatico nel tentativo di risolvere la partita afghana.
Mancando soltanto diciotto mesi alla riduzione delle truppe americane in Afghanistan promessa da Obama, la strategia occidentale mira chiaramente a separare i Talebani “buoni” dalla “cattiva” al-Qaeda. Tuttavia, data la passata decisione dell’Arabia Saudita di schierarsi a sostegno del radicalismo in Afghanistan, è molto improbabile che la monarchia riuscirà a raggiungere questo obiettivo.
Mai Yamani è una ricercatrice saudita; è Visiting Scholar presso il Carnegie Middle East Center, con sede a Beirut; il suo libro più recente è “Cradle of Islam”




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