
Il difficile e turbolento cammino della Turchia verso il rafforzamento delle istituzioni democratiche si è arricchito di nuovi e inaspettati sviluppi a partire dalla fine del mese scorso, mentre ulteriori passaggi cruciali si prevedono nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Il 22 febbraio, decine di alti ufficiali dell’esercito, in servizio e in pensione, sono stati arrestati nell’ambito di un’indagine riguardante presunti piani volti a rovesciare il governo guidato dal partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) negli anni immediatamente successivi al suo insediamento, avvenuto nel 2002.
Un’azione giudiziaria di questa portata a carico di esponenti dell’esercito non si era mai verificata in Turchia, un paese che ha conosciuto tre colpi di stato ad opera dei militari, nel 1960, nel 1971 e nel 1980 – a cui bisogna aggiungere il “golpe di velluto” del 1997 – senza che nessun alto ufficiale dell’esercito abbia mai dovuto risponderne davanti alla giustizia.
La riunione straordinaria dei vertici militari, convocata per discutere le implicazioni di questi arresti, ha fatto temere che essa potesse rappresentare un preludio a una dura reazione da parte dell’esercito, o che quantomeno costituisse un messaggio intimidatorio rivolto ai magistrati inquirenti.
Nei giorni successivi si è anche svolto un incontro al vertice fra il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Ilker Basbug, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, ed il presidente della repubblica Abdullah Gul. Tale incontro non ha però fermato le indagini e non ha impedito nuovi arresti. I militari, tuttavia, sono rimasti nelle loro caserme, e lo stesso Basbug ha affermato che i colpi di stato “sono una cosa del passato”.
Il clima politico nel paese resta però teso, e lo scontro fra i vari poteri dello stato prosegue. Dal suo esito, tutt’altro che scontato, dipenderà il futuro democratico della Turchia.
Molti, in Turchia e all’estero, hanno descritto questa crisi come un nuovo episodio della lotta di potere fra l’esercito e l’establishment laico da un lato, ed il governo “di ispirazione islamica” guidato dall’AKP di Erdogan, dall’altro. Numerosi episodi di questa lotta si sono verificati negli anni passati.
Nell’aprile del 2007, ad esempio, le forze armate emisero un comunicato in cui dichiaravano di opporsi all’elezione dell’allora ministro degli esteri Abdullah Gul alla presidenza della repubblica, minacciando che ciò avrebbe comportato gravi conseguenze per la Turchia. Alla fine Gul fu eletto, al termine di un iter lungo ed accidentato, ma l’allora capo di stato maggiore dell’esercito, Yaşar Büyükanit, non presenziò alla cerimonia del suo giuramento.
Nel 2008, il procedimento di chiusura intentato nei confronti dell’AKP, e passato all’esame della Corte Costituzionale, spinse il partito ad accantonare il progetto di introdurre una nuova Costituzione per sostituire quella del 1982, redatta da una giunta militare dopo il golpe del 1980, e tuttora in vigore pur avendo subito diversi emendamenti.
Secondo molti osservatori turchi, la Costituzione del 1982 non si basa su una reale separazione dei poteri, ma conferisce ad alcune istituzioni, come la Corte Costituzionale ed il Consiglio di Stato, poteri superiori a quelli del Parlamento e del Governo. Alcuni ritengono che nessuna delle Costituzioni approvate fino ad oggi sia stata il risultato di un vero contratto sociale; si è trattato piuttosto di testi “imposti dall’alto”. Inoltre, dal golpe militare del 1960 ai giorni nostri, oltre venti partiti politici sono stati chiusi.
La stessa Unione Europea ha più volte sollevato la questione dell’eccessivo potere dei militari, e delle loro ingerenze nella politica turca, sottolineando che alcuni ambienti dell’esercito non sembrano accettare il fatto di essere soggetti a un controllo civile.
Alla luce di quanto detto, molti ritengono riduttiva e fuorviante la descrizione dello scontro attualmente in corso in Turchia come una lotta tra “laici” ed “islamici”. Si tratta invece di una battaglia per giungere ad una forma compiuta di democrazia. Nell’ambito di questa battaglia, si assiste a uno scontro fra i diversi poteri dello stato – ed in particolar modo fra l’esecutivo, l’esercito e la magistratura – in cui ciascun potere spesso sconfina nella sfera di competenza degli altri.
Su un altro piano, lo scontro avviene tra uno schieramento di “forze democratiche”, presenti in vari settori della società – dalla magistratura al mondo universitario, ai media, al settore produttivo, e allo stesso establishment militare – e uno schieramento di forze favorevoli alla permanenza del cosiddetto “stato profondo” , in grado di controllare e orientare da dietro le quinte la vita politica del paese. Le forze che appartengono a questo secondo schieramento sono anch’esse presenti in molti settori della società, e soprattutto negli ambienti dell’esercito.
E’ opinione diffusa che i recenti arresti di esponenti dell’establishment militare si inseriscano nel quadro più ampio dell’indagine su Ergenekon, una misteriosa organizzazione di impronta ultra-nazionalista con profondi legami con gli apparati dello stato e con l’esercito, che è divenuta il simbolo stesso dello “stato profondo” a cui abbiamo appena accennato.
Composta da ex generali, funzionari dei servizi di sicurezza, giornalisti, magistrati e uomini d’affari, essa nacque durante la Guerra Fredda per contenere la minaccia del comunismo, ma sopravvisse all’era della contrapposizione Est-Ovest evolvendosi in un’organizzazione votata a definire gli orientamenti dello stato turco attraverso la pianificazione di disordini, attentati e omicidi di personalità illustri.
Gli arresti delle ultime settimane, nell’ambito di un’indagine riguardante piani per un tentativo di colpo di stato ai danni del governo Erdogan, si ricollegano a questo quadro più ampio. Uno dei documenti che sembrano comprovare il tentato golpe fu ritrovato inizialmente nell’ufficio dell’avvocato di un ufficiale implicato nel caso Ergenekon. Il titolo del documento era “Piano d’azione per combattere l’‘irtica’”.
Il termine ‘irtica’ letteralmente vuol dire “arretratezza”, “oscurantismo”, ma si riferisce in particolare ai movimenti religiosi (islamici) che minaccerebbero la “modernità” dello Stato. Il dovere di combattere l’ “oscurantismo” era anche uno dei compiti del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Tale compito gli era attribuito dal Documento sulle politiche di sicurezza nazionale (MGSB), un documento definito da alcuni “la Costituzione occulta”. Colpevoli di “oscurantismo” potevano essere gruppi etnici (come ad esempio i curdi) o religiosi, così come correnti politiche.
Bastano questi accenni per comprendere quanto fosse radicato lo “stato profondo” all’interno delle istituzioni dello stato turco. Le indagini degli ultimi anni ed i recenti arresti, secondo molti, stanno scardinando le fondamenta dello “stato profondo”, ma il cammino da percorrere è ancora lungo e irto di ostacoli.
Come ha scritto il politologo Herkül Millas, la costruzione dello stato-nazione in un ambiente non democratico, senza permettere il libero sviluppo delle identità (in particolare etniche e religiose) e imponendo orientamenti predeterminati, ha provocato delle reazioni, creando nuovi gruppi sociali ciascuno dei quali nutre delle paure irrazionali nei confronti degli altri. Ogni passo compiuto dal gruppo “antagonista” viene pertanto percepito come una minaccia. Questo meccanismo ha creato un circolo vizioso che ha portato ad avere uno scontro tra gruppi, invece di un confronto politico.
Questa crisi di fiducia è evidente anche nell’arena politica, fra l’AKP da un lato e i partiti dell’opposizione laica e nazionalista dall’altro. Gli avversari del partito di Erdogan accusano il primo ministro di voler sostituire una “tutela civile” a quella imposta finora dall’esercito alle istituzioni dello stato. Erdogan è accusato di voler soltanto imbrigliare l’esercito sostituendo il proprio potere a quello dei militari. Secondo i critici di Erdogan, l’indagine su Ergenekon sarebbe un modo per saldare vecchi conti in sospeso con i suoi avversari politici.
Queste accuse sono state facilitate dal fatto che le indagini non sempre sono state condotte in maniera accurata, coinvolgendo in alcuni casi personaggi da molti ritenuti estranei ai fatti; tali accuse sono state agevolate anche dai frequenti attacchi rivolti da Erdogan alla stampa (in particolare quella di opposizione).
Le ultime aggressioni del primo ministro nei confronti dei mezzi di informazione sono state provocate dalla crisi dei mercati turchi, a sua volta originata dalle paure propagatesi nel paese a seguito della recente ondata di arresti. Riferendosi ai media, ritenuti responsabili di alimentare l’allarmismo dei mercati, Erdogan ha detto che “nessuno ha il diritto di aumentare le tensioni nel paese”, ed ha aggiunto: “non posso lasciare che simili articoli di giornale sconvolgano gli equilibri finanziari”. Egli ha poi esortato i proprietari dei giornali a licenziare i giornalisti autori di questi articoli.
Questi errori hanno aiutato coloro che, in Turchia ma anche all’estero, hanno accusato l’AKP di non puntare a una democratizzazione del paese, ma piuttosto a una sua islamizzazione. Tuttavia, se è vero che il progetto democratico di Erdogan deve ancora superare numerosi esami, ipotizzare che egli persegua un’agenda di islamizzazione della Turchia appare però una forzatura.
L’analista Ömer Taşpinar sostiene che vi sono diverse ragioni che rendono improbabile l’eventualità che la Turchia si trasformi in uno stato islamico. Fra tali ragioni vi è il fatto che la tradizione turca di supremazia dello stato sull’Islam è addirittura antecedente alla Repubblica, risalendo all’Impero Ottomano. Secondo Taşpinar, mentre nel mondo arabo lo stato è un prodotto dell’Islam, in Turchia lo stato è antecedente all’Islam. Inoltre la Turchia ha ormai una lunga storia di democratizzazione, e la democrazia è il miglior antidoto a un stato islamico di stampo autoritario.
In ogni caso, il cammino democratico della Turchia si preannuncia ancora lungo e difficile. Mentre sono ancora chiaramente percepibili le tensioni tra l’esecutivo e l’establishment militare, un’altra crisi potrebbe esplodere nelle prossime settimane a causa del pacchetto di riforma della giustizia che il governo vuole approvare per uniformare il sistema giudiziario turco alle norme vigenti nell’Unione Europea.
Ambienti della magistratura hanno accusato il governo di cercare di porre il potere giudiziario sotto il controllo dell’esecutivo. Il primo ministro Erdogan ha replicato affermando che semmai è vero il contrario, ed ha ricordato come la Corte Costituzionale abbia annullato la legge che permetteva di indossare il velo nelle università, e che era stata approvata da 411 deputati. “Se i voti di 411 deputati sono considerati inesistenti in questo paese”, ha detto il primo ministro, “non potete certamente dire che il potere legislativo ed il potere esecutivo controllano il potere giudiziario”.
A giudicare da un recente sondaggio d’opinione, il desiderio del governo di riformare la giustizia è sostenuto dalla volontà popolare. Quasi il 79% della popolazione sarebbe favorevole a una riforma giudiziaria, mentre quasi il 70% sarebbe a favore di una nuova costituzione.
E’ tuttavia evidente che la partita resta molto difficile per l’AKP, il quale si giocherà il tutto per tutto alle prossime elezioni, previste nel luglio del 2011. Se l’AKP si aggiudicherà le future consultazioni, probabilmente riuscirà a consolidare definitivamente il progetto portato avanti in questi anni. Se invece dovesse perdere, il vecchio ordine potrebbe tornare a riacquistare forza.



Delicious


Colmo di forti contrasti, il clima politico turco è teso ormai da anni e bisognerebbe chiedersi come mai anche l’Unione Europea insista tanto per accoglierla fra i propri stati membri. A tal proposito segnalo il libro “Perché la Turchia non può entrare in Europa” di Del Valle, che svela alcuni “strategici” motivi.