10/03/2010
Original Version: On the edge of the Abyss
Mentre l’avvio di negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi (probabilmente comunque condannati al fallimento) sembra essere già messo in dubbio dall’annuncio israeliano secondo cui altre 1.600 abitazioni saranno costruite a Gerusalemme Est, l’analista israeliano Akiva Eldar scriveva nell’articolo qui proposto: “Non dobbiamo rinunciare a quest’ultima opportunità per accertarci se esiste una controparte palestinese; se ce n’è una, allora dobbiamo cominciare a cercare una controparte israeliana”
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A Gerusalemme le sirene d’allarme hanno ceduto il passo ai sospiri di sollievo. Un rapporto interno al ministero degli esteri d’Israele postula la possibilità che l’amministrazione Obama non preveda di dedicare troppa attenzione al processo di pace nell’anno a venire.
Neppure i palestinesi nutrono grandi speranze per i colloqui di pace. Una circolare interna scritta dal loro dipartimento per i negoziati offre alternative alla soluzione dei due stati, includendo un annullamento degli accordi di Oslo e la dissoluzione dell’Autorità Nazionale Palestinese. In un articolo apparso su Foreign Affairs, il commentatore politico israeliano Ehud Yaari ha stroncato su due piedi un accordo finale con i palestinesi del “fronte di Oslo”. Yaari raccomanda di rinunciare ad una larga porzione di territori in cambio di un armistizio e di una strategia di “gestione del conflitto” nei confronti di Hamas, la “longa mano” dell’Iran.
Quello che è davvero sconcertante è che questo tipo di idee, accanto all’infatuazione per l’illusoria nozione di uno stato bi-nazionale, stanno trovando terreno fertile. Il fronte della pace deve ancora riprendersi dalla storia del “non c’è un partner di pace” che Ehud Barak aveva diffuso dopo il fallimento del vertice di Camp David del giugno 2000. Una distorta visione degli eventi nel descrivere i contatti tra Ehud Olmert e Mahmoud Abbas ha fornito un ulteriore incoraggiamento al cliché che vuole che i palestinesi non perdano occasione di “perdere un’occasione”. Ogni mese di marzo, la Lega Araba si riunisce di nuovo e riafferma il suo appoggio all’iniziativa di pace araba del 2002. Ogni anno, Israele ignora ancora una volta questa risoluzione e perde un’occasione per porre fine al conflitto e ottenere una normalizzazione delle relazioni con tutti i paesi arabi e con il mondo musulmano in generale.
L’indice di fiducia tra israeliani e palestinesi è tornato al livello più basso, che caratterizzò i primi giorni del primo mandato di Benjamin Netanyahu. Il grande abisso che separa le posizioni iniziali israeliane e palestinesi riguardo alle questioni essenziali del conflitto permane tuttora. È difficile credere che in quattro mesi di negoziati indiretti, l’amministrazione Obama riuscirà a colmare le lacune su questioni come i confini, Gerusalemme e i rifugiati. Questa primavera, il mediatore americano sarà incaricato di dissipare quanto più possibile la nebbia che aleggia su questo abisso.
Ad un anno dal discorso di Netanyahu all’Università di Bar-Ilan, l’opinione pubblica israeliana merita di sapere se il governo Netanyahu-Barak-Lieberman può davvero essere considerato come una controparte per un accordo fondato sul concetto di “due stati per due popoli”, o se questo è solo uno slogan preparato da un ufficio di pubbliche relazioni. Per altro verso, l’opinione pubblica merita di sapere una volta per tutte se i palestinesi sono pronti a raggiungere un compromesso ragionevole su uno scambio di territori che permetta a Israele di annettere i principali blocchi di insediamenti dove vive l’80% dei coloni della Cisgiordania. L’opinione pubblica merita di sapere se i palestinesi riconosceranno i vincoli che legano il popolo ebraico ai luoghi sacri di Gerusalemme e se si accontenteranno di una soluzione per i rifugiati che non implichi per Israele il riconoscimento del diritto del ritorno.
Secondo un alto responsabile dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), l’amministrazione Obama ha promesso ad Abbas che se una delle parti non dovesse essere all’altezza delle aspettative, gli Stati Uniti non nasconderanno il loro disappunto e non esiteranno ad adottare provvedimenti per eliminare l’ostacolo. Inoltre, all’ANP era stato garantito che gli Stati Uniti non si sarebbero limitati ad interpretare il ruolo di messaggeri. Secondo quanto mi ha letto questo alto responsabile, l’amministrazione Obama presenterà le proprie proposte nello sforzo di colmare il divario tra le posizioni israeliane e quelle palestinesi.
Il presidente americano Barack Obama non dovrà faticare troppo. Tutto ciò di cui ha bisogno è esporre il piano di pace Clinton del dicembre 2000 ad entrambe le parti e domandare loro di dichiarare le loro posizioni sui principi menzionati dal documento. Essi includono l’istituzione di uno stato palestinese contiguo che occupi circa il 94-96% della Cisgiordania, insieme ad uno scambio territoriale aggiuntivo che includa dall’1 al 3% dei terreni all’interno della Linea Verde; l’imposizione della sovranità palestinese sui quartieri arabi di Gerusalemme e la sovranità israeliana sui quartieri ebraici; il riconoscimento che il diritto al ritorno non sarà pienamente realizzato in Israele anche se sarà esplicitamente menzionato il fatto che i palestinesi hanno il diritto al ritorno in una patria nazionale; e il dispiegamento di una forza internazionale lungo il confine con la Giordania.
Forse la soluzione dei due stati è senza fondamento. È possibile che il conflitto israelo-palestinese sia uno di quei problemi senza soluzione. Forse abbiamo raggiunto quell’orribile bivio in cui dobbiamo scegliere tra una nuova versione del disimpegno unilaterale da Gaza – il che significa che la Cisgiordania sarebbe lasciata in pasto ad Hamas e a coloro che gli stanno dietro – ed un conto alla rovescia per la fine, o di uno stato di Israele ebraico, o di uno stato di Israele democratico. Sventurato chi dovrà affrontare una simile scelta.
Non dobbiamo rinunciare a questa opportunità – forse la nostra ultima possibilità – per accertarci se esiste una controparte palestinese per un accordo sui due stati. Se ce n’è una, allora dobbiamo cominciare a cercare una controparte israeliana.
Akiva Eldar è un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano “Haaretz”




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