20/03/2010
Original Version: بلعين: نموذج متقدِّم للمقاومة… لِيُعَمَّم
Ancora una volta Bil’in, con la sua opposizione popolare contro il terrore dell’occupazione, ha vinto attraverso il suo modello globale di resistenza, che il piccolo villaggio palestinese è riuscito a imporre facendo sì che si radicasse nella coscienza di milioni di persone in tutto il mondo.
Non vi è dubbio che le migliaia di volontari stranieri che sono passati per Bil’in, ed hanno preso parte ai suoi cortei settimanali contro il muro di separazione razzista, abbiano portato con loro la questione palestinese, come importante messaggio mediatico nei loro paesi. E’ così che il numero di coloro che solidarizzano con i palestinesi e che desiderano giungere nei Territori per prendere parte alla resistenza contro il muro è divenuto molto maggiore di coloro che riescono ad arrivare ed a prendervi parte effettivamente, e tutto questo grazie al “modello Bil’in”.
Le autorità di occupazione non sono solo scontente di questi cortei settimanali: gli analisti israeliani ritengono che la resistenza popolare sia la più pericolosa per l’occupazione , e che nessun esperto di “pubbliche relazioni” in Israele sarebbe in grado di difendere la violenza esercitata contro dimostranti di cortei pacifici che si oppongono al muro di separazione razzista – dimostranti che, per di più, sono di diverse nazionalità.
Per uscire dall’impasse sempre più grave in cui si trovano, le autorità israeliane hanno impedito l’arrivo degli attivisti stranieri imponendo loro condizioni proibitive (a cui bisogna aggiungere il prodigarsi delle autorità di occupazione per ottenere informazioni tempestive su di essi). Nei mesi scorsi, decine di attivisti sono stati arrestati all’aeroporto, mentre altri sono stati rimandati indietro direttamente, a bordo degli stessi aerei con cui erano arrivati. Altri ancora sono stati rimandati nei loro paesi dopo essere rimasti in stato di arresto per diversi giorni, in condizioni di detenzione pessime.
Tel Aviv ha anche adottato politiche di espulsione nei confronti di quegli attivisti che sono stati fermati mentre prendevano parte ai cortei ed alle manifestazioni popolari indette per condannare il muro, la confisca dei territori palestinesi, e le aggressioni compiute dai coloni.
Dopo il fallimento delle politiche di arresto e di espulsione, le autorità militari israeliane hanno deciso, com’è loro abitudine fin dal 1967, di emanare un decreto militare in cui si dichiara Bil’in zona militare chiusa, nella quale è proibito entrare e organizzare cortei e manifestazioni. Coloro che trasgrediscono si espongono a un grave pericolo!
La chiusura militare dei territori palestinesi è stata, ed è tuttora, una spada di Damocle sul collo dei palestinesi, o per requisire le loro terre ed i loro beni, o per impedire loro di esercitare il loro diritto alla resistenza, o per proteggere i coloni. Ma questa volta la gente di Bil’in, ed i suoi sostenitori stranieri e palestinesi provenienti da tutta la Cisgiordania, hanno fatto fallire i piani dell’occupazione, si sono diretti a Bil’in ed hanno organizzato il corteo settimanale sfidando le decisioni dei militari, e opponendo i loro corpi alla prepotenza della forza.
E’ dunque questo il vitale modello di resistenza popolare, efficace e prolungata, che riceve grande sostegno all’interno dei territori e dall’estero. Al punto che la stessa informazione israeliana non ha potuto evitare di criticare i comandi militari che con la loro decisione stanno distruggendo l’immagine della “democrazia israeliana”, come ha affermato ad esempio l’editoriale del quotidiano israeliano Haaretz l’altro ieri.
Diffondere questo modello e sostenerlo è ormai un dovere di tutte le forze e di tutti i settori della popolazione palestinese senza eccezione. Non è possibile per nessun movimento, o partito, o istituzione locale o privata – oltre al settore pubblico – rinunciare a compiere ogni sforzo per sviluppare questo modello affinché porti avanti ed escogiti nuove forme di contrapposizione al servizio della questione del popolo palestinese.
E’ sorprendente la capacità degli organizzatori del corteo di trarre ispirazione da altri modelli a livello internazionale per attirare l’attenzione, ad esempio utilizzando il film “Avatar” e, prima ancora, utilizzando personalità mondiali come Mandela e Gandhi, o facendo uso di bare di legno e di immagini del muro di Berlino, o di disegni che ritraggono i soldati dell’occupazione israeliana come vampiri. Questi accorgimenti conferiscono ai cortei una spinta mediatica a livello globale, e non solo locale, ben sapendo che il problema di far pervenire il messaggio palestinese sta nella possibilità di avere un impatto all’estero, e non a livello locale.
La protesta di Bil’in è riuscita ad avere continuità. Riusciremo noi – politici, organizzazioni popolari e della società civile, e istituzioni governative – ad estendere questo efficace modello affinché coinvolga tutti i Territori palestinesi, in un momento in cui l’occupazione prova un senso di timore, ed intensifica le sue aggressioni contro terre, uomini e alberi?
Abdel Nasser Najjar è direttore del quotidiano palestinese al-Ayyam















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