Intifada, sì o no?

20/03/2010

Original Version: الشعب يريد الانتفاضة… الشعب لا يريد الانتفاضة

Sventurato il popolo palestinese, poiché le fazioni politiche palestinesi, in aspra contrapposizione fra loro, parlano in suo nome senza che nessuno le abbia delegate a far ciò. Il mandato che era stato loro conferito con le passate elezioni è infatti scaduto, e fino a questo momento non si sono tenute nuove elezioni.

Coloro che vogliono la terza Intifada sostengono che il popolo la vuole, senza far nulla per lanciarla, senza soffermarsi sull’esperienza delle due Intifade precedenti e sulle ragioni che gli hanno impedito di raggiungere i loro obiettivi, e senza domandarsi come la terza Intifada potrà ottenere ciò che le precedenti non sono riuscite a conseguire.

Coloro che non vogliono la terza Intifada affermano che il popolo palestinese non la vuole, senza comprovare le loro affermazioni, senza compiere sforzi sufficienti per mostrare che esiste un’altra via, oltre a quella dell’Intifada e della resistenza, per sconfiggere l’occupazione e ottenere la libertà e l’indipendenza, e trascurando la realtà della cattiva sorte che il processo di pace e i negoziati inconcludenti hanno attirato sul popolo palestinese.

E mentre le forze politiche manifestano le loro divergenze e si accontentano di lanciare slogan e minacce, e di scambiarsi accuse reciproche, la guerra tra il popolo palestinese e l’occupazione è entrata in una nuova fase. Vi è infatti uno scontro sul terreno, soprattutto a Gerusalemme, che prosegue ormai da diversi mesi seppure con momenti di maggiore e minore intensità, e che è destinato ad inasprirsi nella misura in cui continueranno ad intensificarsi i piani israeliani miranti alla giudaizzazione di Gerusalemme.

E’ necessario che le forze politiche si impegnino nella battaglia e cerchino di concentrarla nella misura del possibile contro l’occupazione, invece di impegnarsi in una resa dei conti interna. E’ infatti necessario che la prossima Intifada sia efficace, e che prenda in considerazione le capacità, i bisogni, le priorità, e ciò che il popolo palestinese può sopportare.

Non è difficile giungere alla conclusione che una parte significativa di Fatah, dell’ANP e dell’OLP, si oppone a una nuova Intifada, la teme, e si sforza di impedirla, perché la considera una sfida all’ANP ed alla sua capacità di governare, piuttosto che un elemento essenziale della liberazione nazionale.

La tesi portata avanti da coloro che sostengono queste posizioni è che lo Stato palestinese malgrado tutto è vicino, e che l’Intifada condurrebbe a una catastrofe, a un’enorme distruzione, senza ottenere nulla.

Ciò che costoro non dicono apertamente, ma che ripetono a se stessi in segreto, è che qualora iniziasse un’Intifada, Fatah non saprebbe governarla né saprebbe quando porvi fine, mentre Hamas la porterebbe avanti e ne coglierebbe i frutti.

Non è difficile affermare che alcuni ambienti di Hamas, delle correnti islamiche e delle fazioni residenti a Damasco, vogliono l’Intifada e la invocano. Esse infatti non rimarranno scottate dal fuoco che ne scaturirà, mentre invocarla mette in difficoltà la parte avversa. Alcuni di costoro invitano anche a riprendere la resistenza armata e ad infliggere un duro colpo militare all’occupazione israeliana, come se la resistenza armata o l’Intifada fossero solo una reazione ai provvedimenti dell’occupazione, uno strumento per una resa dei conti interna, o una tattica piuttosto che una strategia.

La piazza palestinese è divisa tra coloro che invocano l’Intifada e coloro che la temono, e questo è un riflesso della divisione esistente tra le forze politiche palestinesi. Tuttavia, malgrado questa indecisione, la piazza sa che l’Intifada, la resistenza e i negoziati – e nient’altro – potranno essere utili al popolo palestinese, alla luce delle devastanti divisioni interne, delle molteplici strategie e dei programmi interni influenzati dalle agende internazionali.

Malgrado l’indecisione popolare, si ha la sensazione che vi sia una grande maggioranza che è consapevole che ciò di cui il popolo palestinese ha più bisogno è l’unità, la resistenza e un’Intifada efficace, e che si rende conto che la via dei negoziati si è risolta in un totale fallimento.

I danni che la via dei negoziati ha inflitto al popolo e alla questione palestinese sono enormi, non avendo essa ottenuto niente di significativo, e non essendo in alcun modo paragonabile a ciò che ha ottenuto la resistenza (e l’Intifada) la quale è stata alla base del grande risveglio nazionale che è riuscito a unire il popolo palestinese in un’unica entità, sulla base di un unico programma e sotto un’unica leadership. Gli accordi di Oslo hanno invece diviso il popolo, hanno diviso la terra e separato le diverse questioni fondamentali, trasformando la questione palestinese in un conflitto per la terra, e non in una questione di liberazione nazionale.

La novità nel panorama palestinese attuale è che l’asprezza della contrapposizione tra Fatah e Hamas si sta attenuando. Le differenze non sono più decisive e assolute, fra coloro che sostengono l’ANP, l’OLP e i negoziati, e coloro che vi si oppongono. Molti all’interno di Hamas si sono convinti che la resistenza da sola non basta, e che l’Intifada non avviene a comando. Ma vi sono anche molti all’interno dell’OLP che si sono convinti che la via dei negoziati ha fallito palesemente. Per questo essi hanno invocato un’Intifada popolare, ed hanno invitato a distinguere fra essa e la resistenza armata.

Per mostrare il livello di fluidità raggiunto dalla situazione, possiamo accennare a quanto ha dichiarato un importante esponente di Hamas in Cisgiordania, il quale ha respinto l’appello “dall’alto” della leadership di Hamas a compiere un’Intifada, e a quanto ha dichiarato Hatem Abdel Qader, responsabile di Fatah per gli affari di Gerusalemme, che ha accusato il governo di impedire un’Intifada popolare in Cisgiordania per sostenere Gerusalemme.

Le accuse di Abdel Qader hanno una qualche giustificazione, perché l’ANP ha adottato una posizione ambigua. Da un lato ha invitato alla fermezza e ad opporsi alle aggressioni israeliane, ma dall’altro non si è limitata soltanto a mettere in guardia sulle conseguenze di una terza Intifada, ma ha cercato di impedire le manifestazioni di protesta ed ha evitato di opporsi alle forze di occupazione ed ai coloni in Cisgiordania.

La corrispondente militare della radio israeliana ha citato fonti militari israeliane che affermano che vi è un elevato coordinamento tra le forze di sicurezza palestinesi e quelle israeliane, che ha permesso di evitare che gli scontri si estendessero alla Cisgiordania.

E’ necessario trarre le dovute lezioni dalle Intifade precedenti affinché la futura terza Intifada riesca laddove le precedenti hanno fallito. Per vincere, l’Intifada ha bisogno dell’unità del popolo palestinese e delle sue forze vitali, di una leadership unificata e di un programma unitario, e di un accordo unanime sui suoi obiettivi e sulle forme di lotta, altrimenti non è che una ricetta per il caos e l’autodistruzione.

L’Intifada scoppierà quando saranno mature le condizioni perché questo avvenga. Essa non scoppierà semplicemente perché qualcuno lo avrà deciso o avrà premuto un bottone. Ciò che fino a questo momento ha impedito lo scoppio di un’Intifada è il permanere delle divisioni interne, che fanno sì che la lotta per il potere all’interno dell’ANP prevalga su ogni altra cosa, e che una parte importante del movimento nazionale continui a scommettere sul processo di pace, sebbene esso sia morto da tempo, mentre un’altra parte sia indecisa tra l’essere una componente del movimento nazionale e l’essere un’estensione di un movimento politico mondiale.

Martedì scorso, alcune forze a Gerusalemme sono scese in strada in gran numero e si sono impegnate in duri scontri con le forze di occupazione in diverse zone della città, spingendosi ben al di là dell’invito lanciato lunedì ad organizzare uno sciopero parziale per protestare contro le crescenti aggressioni israeliane nei confronti di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Infatti, quando il popolo è pronto si mobilita senza bisogno di autorizzazioni o di ordini da parte di nessuno. L’Intifada verrà prima o poi, se continuerà a permanere l’occupazione e se non esisterà altra via per ottenere i diritti dei palestinesi.

Il popolo non ha bisogno di qualcuno che lo mobiliti, esso si mobilita da solo. Esso ha bisogno, piuttosto, che i leader e le forze che lo guidano siano uniti alla testa dei suoi ranghi per resistere all’occupazione e guidare l’Intifada, e per fornire al popolo la consapevolezza e la fermezza necessarie per raggiungere gli obiettivi che le Intifade del passato non hanno raggiunto.

La prima Intifada riuscì a ottenere il riconoscimento dell’esistenza del popolo palestinese da parte del mondo intero, compresa la maggior parte degli israeliani. La leadership palestinese tuttavia sbagliò accettando gli accordi di Oslo che, in cambio del riconoscimento palestinese di Israele e della rinuncia alla resistenza ed agli elementi di forza dei palestinesi, riconobbero l’OLP ma non i diritti dei palestinesi.

La seconda Intifada riuscì a far riconoscere al mondo, compresa la maggior parte degli israeliani, la necessità di creare uno Stato palestinese. Ma la leadership palestinese sbagliò facendo ricadere su di sé e sul proprio popolo la responsabilità dello scoppio della “violenza”. Essa successivamente abbandonò ancora una volta la scelta dell’Intifada e della resistenza, e si impegnò a perseguire le illusioni della pace senza concentrasi sulla necessità di porre fine all’occupazione – un elemento essenziale senza il quale non è possibile creare uno stato libero e indipendente.

La terza Intifada arriverà senza dubbio, perché il popolo palestinese non può accettare la prosecuzione dell’occupazione, né accontentarsi di un mero miglioramento delle proprie condizioni di vita sotto l’occupazione.

Sulla base di questo fatto, devono impegnarsi tutti fin da adesso a dialogare ed a prepararsi a guidare la prossima Intifada affinché essa sia in grado di porre fine all’occupazione e di ottenere la libertà, il ritorno dei profughi e l’indipendenza. Affinché la prossima Intifada realizzi questi obiettivi è necessario che sia pacifica, popolare e totale, e che garantisca la continuazione della vita palestinese durante la lotta per sconfiggere l’occupazione, riducendo al minimo le perdite palestinesi e massimizzando le conquiste.

Se il dialogo nazionale non porrà fine alle divisioni, è possibile che l’opposizione all’occupazione attraverso un’Intifada popolare accorci il cammino verso l’unità. Perché l’Intifada e la resistenza uniscono, e il potere divide!

Hani al-Masri è un analista politico palestinese; è direttore di Bada’el – Palestine Media and Research Studies Center; risiede in Cisgiordania

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