Hamas: imparare dai propri errori

20/03/2010

Original Version: Hamas: Learning from mistakes

Chiunque abbia assistito alle performance di Hamas, o abbia seguito la sua retorica sin dalla sua fondazione in Palestina alla fine degli anni ’80, si rende conto che il gruppo islamico è notevolmente maturato nel corso degli ultimi 20 anni.

Inizialmente, Hamas si è tenuto lontano da tutto ciò che riguardava gli accordi di pace di Oslo firmati dal presidente palestinese Yasser Arafat, poiché riteneva che, accettando le risoluzioni delle Nazioni Unite, Arafat stava offrendo il riconoscimento di fatto di Israele. Lo statuto di fondazione di Hamas rifiutò di riconoscere lo Stato ebraico e promise di sradicarlo completamente, ripristinando in tal modo l’intera Palestina del 1948.

Hamas rifiutò di occupare incarichi governativi o parlamentari all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nata dagli accordi di Oslo, e condusse una sanguinosa guerra contro Israele durante la seconda Intifada, scoppiata 10 anni fa nel settembre 2000. Il movimento inoltre non volle riconoscere alcun ruolo agli Stati Uniti in Medio Oriente. Oggi, a 22 anni dalla sua fondazione, Hamas sta compiendo un severo riesame della sua storia, traendo utili lezioni sia dai propri successi che dai propri errori, al fine di tracciare un nuovo corso per il partito e la sua leadership.

Le cose cominciarono a cambiare nel 2006, quando Hamas decise di presentarsi alle elezioni del primo parlamento del dopo-Arafat nei Territori palestinesi – parlamento che era un prodotto degli accordi di Oslo. Accettando di assumere incarichi in una istituzione creata dal processo di pace, Hamas stava di fatto riconoscendo gli accordi di Oslo. Nella sua campagna elettorale, sebbene il movimento invitasse a continuare la lotta armata contro Israele, non invocava più la creazione di uno stato islamico in Palestina, come era invece indicato nel suo statuto del 1988: “Israele esisterà e continuerà ad esistere finché l’Islam la cancellerà, proprio come cancellò altri prima di essa”.

L’attuale ministro degli esteri di Hamas, Mahmud al-Zahhar, aveva precisato: “Non c’è posto per lo Stato di Israele in questa terra “; ma nel frattempo il fondatore di Hamas, lo sheikh Ahmad Yassin, aveva mostrato di accettare una tregua a lungo termine, o ‘hudna’, con Israele, se quest’ultima avesse accettato di ritirarsi entro confini del 1967 e di concedere il “diritto al ritorno” dei profughi della diaspora palestinese. Nel gennaio 2004, tale offerta fu ribadita da Abdul Aziz al-Rantisi, un alto comandante di Hamas, che invocò una “liberazione graduale della terra”, prima di essere assassinato da Israele tre mesi dopo, in aprile.

Diamo ora uno sguardo più da vicino ai dettagli. Hamas boicottò l’elezione del presidente Mahmoud Abbas nel gennaio 2005, ma partecipò alle elezioni comunali del maggio 2005, espugnando roccaforti come Rafah nella Striscia di Gaza e Qalqilya in Cisgiordania, con una maggioranza schiacciante. Alle elezioni parlamentari del 2006, ottenne il 42,9% dei voti e 74 dei 132 seggi, dopo essersi presentato agli elettori con il nome di lista “Cambiamento e Riforma”.

Hamas sperava di avere la possibilità di dimostrare i suoi meriti e di governare i Territori palestinesi, offrendo a Israele una tregua di 10 anni in cambio di un ritiro totale dalla Cisgiordania, dalla Striscia di Gaza e da Gerusalemme Est. Esso non chiese la liberazione di tutta la Palestina – rendendosi conto che la politica è l’arte del possibile, e che una tale richiesta non sarebbe stata accolta dalla comunità internazionale.

Invece di investire nella nuova politica di Hamas, la comunità internazionale boicottò i Territori occupati allo scopo di punire i palestinesi per aver votato a favore del movimento islamico palestinese, imponendo sanzioni su pressione della Casa Bianca del presidente George W. Bush, nel maggio 2006. Ciò portò gli elementi più intransigenti all’interno di Hamas ad abbandonare le posizioni moderate, sostenendo che Israele comprende solo il linguaggio della forza, e invocando un ritorno a ciò che Hamas sapeva fare meglio: guidare una rivolta armata contro Israele.

I leader della corrente principale di Hamas, tuttavia, volevano chiaramente essere riconosciuti come uomini di stato, piuttosto che come semplici guerriglieri. Lo scenario che avevano in mente era lo stesso di Arafat, il quale dopo aver lavorato per anni nella clandestinità palestinese, era diventato un presidente eletto negli anni ‘90, impegnato a fornire posti di lavoro, a pagare gli stipendi, ad attirare gli investimenti e a portare la sicurezza e la normalità nei Territori palestinesi.

Ciò che realmente importava, si resero conto i leader di Hamas, erano scuole migliori per i palestinesi, ospedali più attrezzati e meno costosi, e standard di vita più elevati per i cittadini della Cisgiordania e di Gaza. Sradicare la corruzione e sfornare più laureati dalle università palestinesi era diventato per loro più urgente che non condurre una battaglia sotterranea contro Israele.

Alcuni mesi fa, Ismail Haniyeh, il primo ministro del governo Hamas a Gaza, annunciò di accogliere con favore la dinamica positiva portata nella regione dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Egli era disposto a concedere a Obama il beneficio del dubbio qualora quest’ultimo avesse esercitato le necessarie pressioni su Israele per porre fine all’assedio di Gaza. Sono ormai lontani i giorni in cui Hamas rifiutava di accettare qualsiasi ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente.

La settimana scorsa, Hamas ha rilasciato il giornalista britannico Paul Martin, con grande sollievo del governo britannico. Ciò ha dimostrato che Hamas può anche risolvere i problemi in Medio Oriente. Basti ricordare come alcuni anni fa il movimento aveva contribuito a liberare dalla prigionia a Gaza il giornalista della BBC Alan Johnston. Hamas, inoltre, ha recentemente annunciato di essere disposto ad accettare l’iniziativa di pace araba promossa dal vertice di Beirut del 2002, la quale riconosce Israele entro i confini del 1967. Sembrerebbero dunque ormai lontani anche i giorni in cui Hamas rifiutava qualsiasi accordo di pace che non si fondasse sulla liberazione di tutta la Palestina.

Ci sono numerosi motivi per cui Hamas ha cambiato atteggiamento, pur mantenendo tuttavia il suo sogno originario di liberare la Palestina. Uno dei motivi è il desiderio di giungere al potere nei Territori palestinesi – un’ambizione comune ad altri partiti politici nel corso della storia.

Successe a Fatah nel 1993, quando Arafat si rese conto che la lotta armata da sola non sarebbe mai riuscita a liberare la Palestina o a portarlo al potere nei Territori palestinesi. Un’altra ragione per cui Hamas ha ammorbidito la sua linea politica è l’enorme distruzione e lo spargimento di sangue imposto a Gaza con la guerra del 2008-2009. Anche se sopravvissuto alla guerra di Gaza, Hamas ha capito che le persone sotto il suo governo vivono in condizioni insopportabili e che esso avrebbe dovuto migliorare rapidamente il loro standard di vita. Se ammorbidire le sue politiche era il prezzo per alleviare le sofferenze di Gaza, allora Hamas era disposto a pagarlo.

Una terza ragione per cui Hamas è in rapida evoluzione è un’ulteriore presa di coscienza, ovvero l’aver compreso quanto sia diverso l’ambiente naturale che lo circonda rispetto a quello di Hezbollah, che può permettersi il lusso di mantenere una linea politica intransigente, e allo stesso tempo di condividere il potere con elementi filo-occidentali all’interno della politica libanese.

In primo luogo, condividere il potere con Fatah non è evidentemente possibile nei Territori palestinesi, malgrado tutti i tentativi di arrivare a questo risultato a partire dal 2006. In secondo luogo, mentre Hezbollah è protetto dalla vicinanza geografica della Siria, Hamas confina con un governo egiziano estremamente ostile che, ben lungi dall’offrire un sostegno, rende la vita ancora più difficile alla gente di Gaza.

Mentre Hezbollah si avvale anche del terreno accidentato del sud del Libano, combattendo nelle grotte e nelle montagne, Hamas non può farlo nella piatta Striscia di Gaza, poiché è un facile bersaglio per gli aerei militari israeliani. Inoltre, Hezbollah prende molto sul serio la sua sicurezza, ed ha fatto in modo che in nessun caso gli israeliani avessero la possibilità di infiltrarsi nella comunità di Hezbollah.

Come è emerso chiaramente dai risultati della guerra del 2006, Israele non dispone di informazioni sulla localizzazione dei più importanti comandanti di Hezbollah. In caso contrario, li avrebbe uccisi, come ha fatto con i leader di Hamas fin dagli anni ‘90.

All’interno dei Territori palestinesi, la fame prende la gente per la gola, il che rende molto facile per Israele inviare un esercito di spie e informatori per comprare chi ha disperato bisogno di denaro. Per questo motivo, Israele è riuscita a colpire un gran numero di funzionari di Hamas, come il suo fondatore Ahmad Yassin e Abdul Aziz al-Rantisi, ed è sospettata di aver avuto un ruolo anche nella morte dello stesso Arafat nel 2004.

Nel mese di gennaio, Israele è riuscita a uccidere Mahmoud al-Mabhouh, un altro pezzo grosso di Hamas, a Dubai, e lo scorso fine settimana ha arrestato il fondatore di Hamas a Ramallah, Maher Udda. Qualche settimana fa, il figlio dello Sheikh Hasan Youssef, un importante  fondatore di Hamas, ha dichiarato di aver lavorato con i servizi segreti israeliani del Mossad fin dal 1990, e nel frattempo si era trasferito negli Stati Uniti e convertito al cristianesimo.

Le informazioni da lui fornite avrebbero salvato la vita al presidente israeliano Shimon Peres e portato all’arresto di palestinesi influenti come Marwan Barghouti. Un caso del genere non è mai accaduto negli ambienti di Hezbollah, e ciò mostra quanto sia difficile per Hamas digerire un’amara realtà: a causa della povertà, Israele  ha potuto infiltrare la società palestinese in modi drammaticamente sofisticati.

La povertà nelle strade, una comunità internazionale indifferente, e soprattutto il desiderio di governare, spiegano perché Hamas sia più saggio nel 2010 rispetto al passato.

Sami Moubayed è un analista politico siriano; è direttore della rivista Forward;  risiede a Damasco

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