I negoziati indiretti in Palestina e il panorama politico arabo

L’avvio di negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi attraverso la mediazione americana non sembra aver ricevuto grande attenzione da parte dei media internazionali. I nuovi colloqui sono esclusivamente il risultato della volontà della Casa Bianca di riprendere a tutti i costi un processo negoziale, anche in assenza di aperture reali che facciano intravedere un possibile risultato positivo al termine del periodo di quattro mesi previsto per tali colloqui.

Il pessimismo sembra essere il sentimento prevalente nei Territori palestinesi e nei paesi arabi (ma anche in Israele), al punto che ci si potrebbe chiedere per quale motivo la Lega Araba abbia dato all’Autorità Nazionale Palestinese il via libera per riprendere le trattative.

La posizione araba è stata riassunta dal primo ministro del Qatar, Hamad Bin Jassim Al Thani, il quale ha affermato che gli arabi non credono nella volontà di Israele di raggiungere un compromesso, ma hanno riscontrato segnali positivi da parte del mediatore americano. I governi arabi hanno dunque riposto tutta la loro fiducia nel presidente Barack Obama.

Tra i commentatori arabi, quelli che sono maggiormente disposti ad attribuire qualche possibilità ai cosiddetti “colloqui di prossimità” sono coloro che per una ragione o per l’altra sono a più stretto contatto con la realtà politica americana. Essi si rendono conto che il recente litigio fra l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu ha effettivamente suscitato un dibattito politico all’interno degli Stati Uniti, al punto da spingere i gruppi di pressione filo-israeliani a scendere apertamente in campo contro la Casa Bianca.

Se da un lato ciò testimonia quanto siano numerosi gli appoggi su cui può contare il governo Netanyahu negli USA, dall’altro il fatto che questi gruppi siano usciti così insolitamente allo scoperto a difesa di Israele, e contro il governo degli Stati Uniti, ha spinto alcuni a chiedersi in che misura essi facciano gli interessi americani, visto che si contrappongono così apertamente all’amministrazione USA per difendere la linea politica di uno stato estero.

Gli osservatori più ottimisti sono anche dell’opinione che, solo all’interno di un processo negoziale come quello appena avviato, la Casa Bianca potrà effettivamente esercitare pressioni sulle due controparti affinché raggiungano un compromesso. Nella cornice di una trattativa, gli Stati Uniti potrebbero addirittura presentare un proprio piano di pace per giungere ad una soluzione definitiva della questione israelo-palestinese.

Contro una simile eventualità hanno però già messo le mani avanti alcuni responsabili israeliani, affermando che una soluzione imposta sarebbe destinata al fallimento. Del resto, i pessimisti (che sono la maggioranza) sostengono che qualsiasi piano di pace americano inevitabilmente chiederebbe agli israeliani più di quanto essi sono disposti a concedere, e offrirebbe ai palestinesi meno di quanto essi possono accettare.

Alcuni commentatori arabi sostengono che, siccome Netanyahu ritiene di aver fatto un’enorme concessione a Obama, avendo accettato un tacito congelamento degli insediamenti a Gerusalemme Est, ed in generale avendo acconsentito ad un negoziato sulla creazione di uno stato palestinese, egli si aspetti ora analoghe concessioni  da parte di Obama nei confronti di Israele.

In effetti, una prima ricompensa Tel Aviv l’ha già ottenuta: l’ingresso nell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), salutata da alcuni in Israele come una contropartita per l’avvio dei negoziati indiretti, secondo una formula che fu inaugurata agli inizi del processo di pace: Israele fa delle concessioni ai palestinesi, e riceve in cambio vantaggi dall’Occidente.

Il problema, secondo molti osservatori (non solo arabi), è che le concessioni fatte da Israele sono praticamente inesistenti: l’avvio di colloqui indiretti al momento privi di qualsiasi prospettiva, poiché l’unico stato palestinese che l’attuale governo israeliano ha lasciato capire di poter accettare è uno stato privo di continuità geografica, demilitarizzato, e completamente dipendente da Israele da un punto di vista economico – ovvero uno stato non in grado di sopravvivere autonomamente.

Vista l’assenza di qualsiasi reale apertura sul piano delle questioni chiave legate al futuro stato palestinese, è opinione di molti che l’unico obiettivo di tutte le parti coinvolte nel processo negoziale sia quello di portare avanti la trattativa per il solo fatto di poter dire che un negoziato è effettivamente in corso.

Ciò permette all’amministrazione americana di affermare di aver ottenuto un progresso (seppure parziale), consente al governo israeliano di allentare la pressione internazionale nei suoi confronti, e offre l’ultimo appiglio a una leadership palestinese ormai delegittimata sia per la scarsità dei risultati fin qui ottenuti sia perché il mandato del presidente palestinese Mahmoud Abbas è ormai scaduto da tempo.

Con queste premesse, è difficile aspettarsi che dei negoziati “indiretti” (la formula stessa lascia ben poco spazio all’ottimismo) possano portare a dei risultati concreti.

Ma, a prescindere dall’enorme distanza che separa le posizioni israeliane da quelle palestinesi, le prospettive appaiono ancor meno incoraggianti se l’avvio di questi “colloqui di prossimità” viene visto nel più ampio contesto regionale.

La ripresa dei negoziati israelo-palestinesi coincide infatti con l’annuncio della riconferma delle sanzioni che Washington ha imposto ormai da anni alla Siria. Questo annuncio, a sua volta, giunge al culmine di un’aspra campagna di accuse rivolte in maniera congiunta dall’amministrazione americana e dal governo israeliano contro il regime siriano, il quale sarebbe colpevole di aver consegnato missili Scud a Hezbollah in Libano.

Per inciso, va detto che, sebbene la Siria abbia contribuito al riarmo di Hezbollah negli ultimi anni, non vi sono prove della consegna di missili Scud al movimento sciita libanese. Alti ufficiali dell’UNIFIL – la forza dell’ONU dispiegata nel sud del Libano – hanno affermato che non vi è nulla che indichi che un tale passaggio di armi abbia effettivamente avuto luogo, e gli stessi responsabili americani hanno ammesso di avere soltanto dei sospetti, ma di non disporre di prove concrete (fra l’altro questi missili sono considerati di scarso aiuto per una milizia come Hezbollah, perché si tratta di vettori di grandi dimensioni, scarsamente manovrabili e facilmente individuabili).

L’inasprimento dei rapporti tra Washington e Damasco giunge del tutto inaspettato, dopo che nei mesi scorsi la Casa Bianca aveva compiuto grandi aperture nei confronti della Siria, contribuendo in maniera determinante a farla uscire dall’isolamento internazionale nel quale era stata confinata durante l’era Bush.

La reazione di Damasco è stata molto dura. La televisione siriana ha aspramente criticato la decisione di confermare le sanzioni, giustificata da Washington con la motivazione che la Siria rappresenterebbe tuttora una minaccia per la sicurezza nazionale americana (essenzialmente a causa del fatto che il regime siriano appoggia Hezbollah e Hamas).

In realtà, la Siria ultimamente era venuta incontro a molte delle richieste americane, rafforzando i controlli e i pattugliamenti sul confine siro-iracheno per impedire il passaggio di miliziani e gruppi estremisti. Damasco si attendeva che Washington in cambio avrebbe appoggiato la ripresa dei negoziati di pace siro-israeliani. Tali negoziati, sotto forma di colloqui indiretti portati avanti attraverso la mediazione turca, stavano dando buoni risultati nel 2008, ma erano stati bruscamente interrotti a causa dell’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza verso la fine di quell’anno.

La Siria ha sempre detto di volere negoziati di pace con Israele (l’ultima conferma è giunta questo finesettimana, in occasione della visita del presidente Bashar al-Assad ad Istanbul) e di essere disposta a firmare la pace con Tel Aviv in cambio della restituzione delle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967. La mancata restituzione del Golan è la principale ragione per cui Damasco appoggia movimenti come Hezbollah e Hamas.

Fino a questo momento, però, nessun governo israeliano è stato disposto a rinunciare al Golan in cambio della pace con la Siria. Washington riconosce che l’occupazione israeliana del Golan è illegale in base al diritto internazionale, tuttavia, rinnovando le sanzioni, la Casa Bianca ha fatto capire a Damasco di essere essenzialmente schierata con Israele.

Secondo la televisione siriana, affermare che la Siria è una minaccia alla sicurezza nazionale americana perché appoggia movimenti come Hezbollah e Hamas equivale a dire che la sicurezza americana coincide con la sicurezza israeliana (visto che nessuno di questi due movimenti rappresenta una reale minaccia per gli Stati Uniti).

In questo modo, dal punto di vista di Damasco, la Casa Bianca dimostra di non essersi di fatto allontanata dalla linea dell’ex presidente George W. Bush, poiché chiede alla Siria di smettere di appoggiare Hezbollah e Hamas, e di troncare i suoi rapporti con Teheran, come condizione preliminare per qualsiasi apertura effettiva nei suoi confronti (e senza peraltro fornire alcuna garanzia che Damasco otterrà realmente in cambio la restituzione del Golan).

Questa chiusura nei confronti di Damasco lascia ben poche speranze nei colloqui di pace israelo-palestinesi, poiché è improbabile che nel conflitto arabo-israeliano una singola pista negoziale possa registrare passi avanti in assenza di progressi effettivi sugli altri fronti. Ciò è ancor più vero se si tiene conto che i palestinesi sono tuttora divisi fra loro, con Hamas che continua ad avere il controllo della Striscia di Gaza, mentre l’Autorità Palestinese mantiene il potere in Cisgiordania (sempre sotto l’occupazione israeliana).

Inoltre, la posizione assunta da Washington non contribuisce di certo ad allentare le tensioni fra Israele da un lato e la Siria ed il Libano dall’altro. Da mesi, ormai, si rincorrono le voci di un possibile nuovo round di combattimenti fra l’esercito israeliano ed Hezbollah, che questa volta potrebbe coinvolgere anche la Siria.

Sebbene tutte le parti in causa neghino di voler dare inizio a una guerra, ciascuna di esse accusa la parte avversa di volerla scatenare. Si è così venuta a creare una situazione paradossale in cui tutti temono un conflitto, e di fatto vorrebbero evitarlo, eppure si stanno preparando ad esso poiché lo ritengono probabile.

In conclusione, se assieme all’atteggiamento intransigente del governo israeliano e alle divisioni esistenti fra i palestinesi si tiene conto delle tensioni regionali che vedono Tel Aviv contrapporsi a Hezbollah e a Damasco – una contrapposizione a cui fa da sfondo la persistente crisi nucleare iraniana – i “colloqui di prossimità” fra il governo israeliano e l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas appaiono poco più che un diversivo.

Per completare il quadro, bisogna osservare che allo stato attuale non esiste a livello arabo alcun coordinamento lontanamente paragonabile all’asse tripartito siro-egiziano-saudita che negli anni ’90 favorì il processo di pace che avrebbe portato agli accordi di Oslo.

Il panorama mediorientale è radicalmente cambiato da allora. L’invasione dell’Iraq nel 2003 e la successiva ascesa dell’influenza iraniana nel mondo arabo hanno inasprito le divisioni, rendendo di fatto impossibile ristabilire un livello di coordinamento accettabile fra i principali paesi arabi.

Il disgelo fra la Siria e l’Arabia Saudita, sancito dalla visita del re saudita Abdullah a Damasco nell’ottobre scorso, si limita essenzialmente ad un ritrovato accordo sulla spartizione delle sfere di influenza in Libano, un’intesa di per se stessa estremamente fragile alla luce delle difficoltà che il paese dei cedri continua ad attraversare.

Sul fronte delle relazioni siro-egiziane, la visita (ormai da lungo tempo attesa) del presidente siriano Bashar al-Assad al Cairo dovrebbe sancire la normalizzazione dei rapporti fra i due paesi, dopo gli aspri contrasti degli ultimi anni. Ma l’alleanza siriana con Teheran e l’attuale politica egiziana nei confronti della questione israelo-palestinese (l’Egitto, fra l’altro, dà un contributo essenziale al mantenimento dell’assedio alla Striscia di Gaza controllata da Hamas) sono destinati a rappresentare anche in futuro due punti di attrito fra il Cairo e Damasco.

Nella regione, ed a livello internazionale, sembra dunque mancare qualsiasi vera spinta politica e diplomatica in direzione di un efficace processo negoziale.

A soli due giorni dalla ripresa dei colloqui indiretti, i palestinesi hanno denunciato quella che a loro giudizio è la prima violazione israeliana dei termini stabiliti per il negoziato, a causa della costruzione di alcune unità abitative da parte di alcuni coloni in un quartiere di Gerusalemme Est.

E’ dunque evidente che il destino dei colloqui è appeso a un filo, e che basterà un qualsiasi incidente per farli saltare, mentre tutte le principali questioni regionali restano tuttora insolute, ed i rischi di una conflagrazione locale o regionale restano elevati.

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