Arabia Saudita – Hai la coscienza pulita? Allora sei colpevole di non sentirti colpevole

14/05/2010

Original Version: A clear conscious? Then you are guilty of not feeling guilty

Il potere della polizia religiosa in Arabia Saudita si sta gradualmente riducendo, ma ci vorrà ancora molto tempo perché la società saudita cambi le proprie idee – scrive la sociologa Hissa Al-Dhaheri

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Non esiste la segregazione dei sessi nella religione islamica. Quest’affermazione dello sheikh Ahmed al-Ghamdi, pubblicata a dicembre sul quotidiano saudita Okaz, ha scatenato una controversia se non altro perché lo sheikh è a capo della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, della Mecca, meglio conosciuta come polizia religiosa.

Nei mesi passati, la poetessa Hissa Hilal è stata minacciata di morte per aver criticato delle specifiche fatwa e alcune figure religiose integraliste. Sebbene la Hilal non abbia fatto alcun nome, si è pensato che la critica fosse rivolta allo sheikh Abdul Rahman al-Barrak, il quale aveva emesso una fatwa che sosteneva che chiunque incoraggia la commistione dei generi è “un infedele” che “deve essere ucciso”. Come molti sanno, la Hilal è arrivata terza nella competizione televisiva “Million’s Poet” (Sha’ir al-milyun).

L’ironia è che lo sheikh Al-Ghamdi viene ora condannato dallo stesso establishment a cui appartiene, e difeso da una poetessa, mentre la Hilal, che ha già criticato l’apparato religioso, è a sua volta condannata dalla gente comune. Il ruolo della polizia religiosa nel controllare le persone forse sta cambiando, ma la gente comune sta sempre più decidendo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato a livello della società.

A partire dagli attentati al compound di Riyadh nel 2003, il peso della polizia religiosa sta diminuendo. Una commessa saudita una volta mi ha detto: “Hanno perso potere da quando sono avvenuti gli attacchi terroristici. A partire dal quel momento ho notato che sempre meno persone mi importunano se non mi copro il volto alla Mecca”.

Il loro potere sembra essere stato ulteriormente ridotto a causa della marginalizzazione dei conservatori nel recente processo di riforma. Tuttavia, ci vorrà ancora molto tempo prima che i membri della società saudita cambino le proprie idee.

Per una coincidenza, lo scorso anno durante il mio viaggio alla Mecca per effettuare l’Umrah (il pellegrinaggio “minore”, che può essere compiuto in qualsiasi momento dell’anno (N.d.T.) ), il re Abdullah ha annunciato la nomina del primo viceministro donna in Arabia Saudita. Paradossalmente, mentre mi recavo alla moschea , quel giorno, mi è stato consegnato un volantino che essenzialmente paragonava gli uomini a dei cani, e le donne a dei pezzi di carne – per essere più precisi, pezzi di carne fresca pronta da essere ghermita da un cane sbavante e affamato. Ho pensato che tutto ciò fosse tristemente divertente, e offensivo sia per gli uomini che per le donne, e per l’umanità in generale.

In teoria, la religione dovrebbe elevare gli essere umani dai loro istinti barbari e animali, per far sì che vi sia giustizia e pace all’interno della società. Eppure, quel volantino “islamico” giustificava le molestie sessuali e ne attribuiva la colpa alle donne. Quello che è interessante è che il volantino non era stato stampato dal governo, bensì da individui che volevano promuovere la loro idea di moralità.

Più tardi, quella sera stessa, un uomo mi seguì fino dentro a un negozio e cercò di indottrinarmi su come mi dovessi coprire, e poi mi offrì lo stesso volantino. Io pensavo di essere vestita in maniera appropriata, indossando una larga tunica (abaya) che sarebbe potuta andar bene anche per una persona del doppio della mia stazza.

Ho cercato di rifiutare in maniera gentile e gli ho detto che lo avevo già letto. Egli si è innervosito e mi ha chiesto come fosse possibile che io l’avessi già letto e che ancora non fossi vestita “adeguatamente”. Mi ha squadrato e mi ha detto: “Tu vivi nelle tenebre e finirai all’inferno”. All’inizio ho pensato che fosse uno della polizia religiosa, ma poi mi sono accorta che era soltanto una persona qualunque.

Più tardi, dopo la preghiera, una donna che stava pregando dietro di noi iniziò a parlare con me e mia sorella. Si mise a farci la predica a proposito delle nostre abaya che erano decorate con ricami colorati sulle maniche. Ci disse che le abaya dovevano essere completamente nere per evitare di attrarre gli uomini.

Sebbene non fossi d’accordo, evitai di mettermi a discutere poiché sarebbe stata una perdita di tempo. Inoltre, rispettavo il fatto che questo fosse il suo punto di vista e ritenevo che non lei non intendesse fare alcun male. Tuttavia, lei continuò a voler istruire un gruppo di donne del Kuwait che indossavano delle semplici abaya, dicendo loro che le dovevano portare sopra le loro teste come un chador, poiché, sempre secondo lei, alcune parti del loro corpo erano visibili. Anche lei era una persona qualunque.

Anche se il potere della polizia religiosa è un po’ diminuito, le scelte fatte dal governo saudita nel corso dell’ultimo secolo hanno favorito un tipo di controllo religioso intransigente. La società stessa tende ad agire da polizia religiosa e ad imporre la morale, e ci vorrà molto tempo per cambiare questo modo di pensare.

La donna che ha voluto ammonirci e gli uomini che distribuivano i volantini sembrano aver dimenticato che l’Islam è basato sull’interpretazione, la tolleranza e il rispetto delle differenze. La polizia religiosa, o almeno lo Sheikh Al-Ghamdi, sembra aver fatto propria una parte di questa flessibilità.

Il problema non è la religione o gli insegnamenti dell’Islam in se stesso, quanto piuttosto il funzionamento della mente umana. Pensiamo infatti che, essendo in possesso della “superiorità morale”, abbiamo il diritto di giudicare.

Questo esagerato senso di rettitudine non è chiaramente limitato all’Arabia Saudita. Non c’è bisogno di guardare molto lontano per vedere le potenze mondiali fare la guerra per promuovere la democrazia, ritenuta la “giusta” forma di governo. In generale, se non si segue la definizione di moralità che viene imposta da quelli che detengono il potere, si viene condannati.

Ma non è solo eseguendo gli ordini che si diventa più morali. Quelli che ci guadagnano alla fine sono quelli che stabiliscono cosa è morale e umano, non perché essi hanno necessariamente ragione, ma perché si attribuiscono un falso senso di rettitudine. In questo sistema di giudizio, ci viene insegnato che siamo costantemente colpevoli, e se abbiamo la coscienza pulita dovremmo automaticamente sentirci in colpa perché non ci sentiamo in colpa.

Un’amica saudita di Riyadh una volta mi disse che le era stato imposto di coprirsi il volto. Una delle sue sorelle, che è abituata a coprirsi il volto, veniva rimproverata perché non indossava la sua abaya sulla testa. Alla sorella maggiore, che indossa l’abaya come un chador o un niqab, fu detto di coprirsi gli occhi. La mia amica ha concluso: “Nulla sembra andar bene a sufficienza poiché, secondo loro, andremo comunque tutte all’inferno”.

Hissa Al-Dhaheri è una sociologa che risiede negli Emirati Arabi Uniti

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