IL COLONIALISMO IN-FINITO

Per definire il colonialismo, facciamo nostre le parole di Aimé Césaire, che in modo puntuale ha saputo delineare nel suo “Discorso sul colonialismo” quanto abbia rappresentato per milioni di popoli africani, asiatici e mediorientali, sottoposti alla dominazione da parte delle nazioni europee per più di un secolo.

La colonizzazione non é stata, secondo l’autore, l’opera di civilizzazione della quale si fregiava l’Europa di fine Ottocento, né “evangelizzazione, né impresa filantropica, né volontà di combattere l’ignoranza, le malattie, la tirannia, né propagazione dell’opera divina, né estensione del diritto”, [1] ma é stata l’opera di avventurieri, pirati, commercianti, mercanti e cercatori d’oro, spinti unicamente dalla brama di possesso e dagli appetiti della fame e della forza.

Assodato ciò che il colonialismo non é stato, c’é da chiedersi cosa abbia spinto le nazioni europee, ad improntare un’azione di questo tipo in maniera così consensuale, al punto da poterla definire una sorta di “impresa collettiva”.

Le motivazioni addotte dagli studiosi sono varie e di differente natura, e prendono in esame sia ragioni economiche, che politiche e psicologiche per definire la necessità e la volontà dei Paesi europei di possedere delle colonie, come: arginare la crisi economica in cui versava l’Europa, causata dall’ipersaturazione della produzione; la grandeur e il fascino della potenza, improntata alla conquista di territori al di fuori dei confini nazionali.

Non ultimo, la crociata vista come “fardello dell’uomo bianco”, al fine di portare la civilizzazione a popolazioni prive di progresso tecnologico e scientifico.

Queste motivazioni concertate da uomini politici, monarchi, studiosi di economia e intellettuali, furono favorite da una propaganda imperialistica strutturata al fine di suscitare un forte consenso da parte dell’opinione pubblica a favore dell’assoggettamento delle colonie.

Indubbiamente ciò che fece presa sull’opinione pubblica, oltre al fascino dettato dall’esotismo di una terra incontaminata e ricca di tesori, fu la motivazione pseudoetica della colonizzazione per la quale le nazioni europee, investendosi autoreferenzialmente come portatrici di cultura e civiltà, avrebbero avuto non solo il diritto di sottomettere e assoggettare le popolazioni dell’Africa, ma anche il dovere di portare “la luce” a quei popoli considerati inferiori, rispetto al vecchio continente.

Per questo scopo, furono utilizzati l’alibi delle teorie razziste e una sorta di storpiatura di quelle di Darwin, arrivando a “definire una vera e propria graduatoria dei continenti e delle nazioni, nell’ambito della quale l’ultimo posto sarebbe spettato alle popolazioni negre”. [2]

A sostenere queste tematiche e a prenderne le mosse furono scienziati, fisiologi, medici, scrittori, studiosi ed esploratori dell’epoca, concordi nel considerare che l’uomo di colore é un “essere inferiore da assoggettare, assistere e istruire”: per questi versi la colonizzazione, venne salutata da molti come un processo di “educazione dei popoli”.

Queste ideologie, unitamente a quella del razzismo, sono state la base a sostegno della spinta verso la conquista e la sottomissione del continente africano e di altri popoli nativi, segnando inoltre le dinamiche di quell’assoggettamento fisico, mentale e psichico tipico del colonizzato che venne portato alla luce da Frantz Fanon nelle sue opere.

Frantz Fanon, autore martinicano amico di Aimé Césaire, é stato il primo a spiegare la logica interna al mondo coloniale, non solo da un punto di vista politico-sociale, ma soprattutto psicopatologico e psichiatrico.

In qualità di medico e psichiatra, ha avuto la capacità di “tradurre” il colonialismo in modo da lasciare ai posteri, tra i quali gli autori postcoloniali, una reale testimonianza della realtà distorta che il governo coloniale aveva prodotto.

La sua peculiarità é stata anche di aver tracciato, in modo chiaro, lo “stato di eccezione” del mondo coloniale al cui interno la caratteristica dell’umanità del soggetto (colono-colonizzato) diventa estranea, perché messa ai margini della società coloniale stessa.

Società che egli considera alienata, oltre che alienante, in quanto ogni rapporto si basa su delle antinomie: colono/colonizzato, bianco/nero, buono/cattivo, superiore/inferiore, un mondo dicotomico costruito su un “manicheismo delirante”, che si genera di continuo e senza posa.

Infatti, tutto il contesto porta con sé il vessillo della dicotomia: uomo bianco/ uomo nero, capacità e incapacità, volontà e pigrizia, tracotanza e umiltà, un mondo dove bene e male si stagliano l’uno di fronte all’altro in modo molto preciso.

La sua struttura, secondo l’autore martinicano, ha delle linee ben definite, difatti “il colono fa del colonizzato una specie di quintessenza del male.

La società colonizzata non é solo descritta come una società priva di valori. L’indigeno viene dichiarato impermeabile all’etica, assenza di valori, ma anche negazione dei valori.  Egli é il male assoluto, depositario di forze malefiche. Le usanze del colonizzato, le sue tradizioni, i suoi miti, soprattutto i suoi miti, sono il segno stesso di tale indigenza, di tale depravazione costituzionale”. [3]

Per questo verso la cultura dell’indigeno – reso tale e considerato un essere a metà tra l’uomo e l’animale per meglio dominarlo – i suoi miti, le sue tradizioni, vengono soppresse o mummificate, e sostituite dagli stereotipi dell’uomo bianco.

I clichés dell’uomo europeo, finiscono quindi per diventare le uniche forme di rappresentazione valide all’interno del mondo coloniale, al quale il colonizzato deve necessariamente attenersi per evitare vessazioni di qualsiasi tipo.

Questa forzatura, é causa delle varie forme di nevrosi che si rintracciano negli “indigeni”:  una serie di malattie psicosomatiche che Fanon definisce “sindrome nordafricana” il cui quadro clinico si delinea sempre nel medesimo modo: dolori vaghi localizzati a livello della regione gastrica, emicranie, tachicardie e irrigidimento muscolare. 

Soprattutto quest’ultimo tende ad avere una caratteristica sia fisica che psichica perché l’indigeno, paralizzando i suoi movimenti fisici, attua anche una sorta di cristallizzazione di quelli mentali e psicologici: questa condizione troverà una soluzione solamente durante la guerra di liberazione.

Durante questa fase il colonizzato, liberatosi dalle briglie e dal morso del colono, attua una sorta di trasformazione mentale e psicologica che porta a far emergere un’audacia rivoluzionaria volta al riscatto, comprendendo dentro di sé che il suo essere, il suo respiro e i battiti del suo cuore sono gli stessi di quelli del colono. Questi nuovi sentimenti, queste nuove prospettive hanno il vigore di aprire al colonizzato una nuova percezione della sua libertà; infatti, scatta al suo interno una sorta “di interruttore” che gli consente di “illuminarsi” e capire ciò che prima gli era estraneo, a causa della condizione di sudditanza fisica e psicologica nella quale versava.

Quanto appena definito non é un’evidenza che rimane legata al passato; é rilevante notare – come afferma l’autore postcoloniale Miguel Mellino – che le tematiche legate al colonialismo sono tuttora esistenti nel mondo della globalizzazione, la quale tende a uniformare civiltà, stili di vita e culture a un unico modello occidentale, appiattendone l’unicità e le differenze.

Per questo motivo l’uomo contemporaneo, deve porre una forte attenzione su ciò che il colonialismo é stato e dare rilevanza a quegli autori che, come Fanon e Césaire, hanno lasciato un contributo evidente della sua specificità, soprattutto perché il presente in cui egli vive, afferma Mellino, é dettato da un perenne stato di guerra globale “caratterizzato dall’aggressività e dalla ferocia di una nuova volontà imperiale capace di arrogarsi ancora una volta il diritto a esportare il suo modello di civiltà, di democrazia e di mercato attraverso la forza e la violenza”. [4]

Di fatto, il mondo attuale viene rappresentato continuamente dai mass-media attraverso la metafora dello “scontro di civiltà” ponendo così in evidenza la necessità, da parte dell’establishment politico delle superpotenze, di attuare una missione civilizzatrice simile nell’ideologia a quella configurata alla fine del XIX secolo per la conquista dei continenti asiatico e africano. Ancora oggi vengono inoltre riutilizzati, molti degli stereotipi razzisti di origine coloniale, anche se sotto una nuova veste: come le cittadinanze di serie B, concesse ai migranti e ai discendenti dei popoli coloniali, o l’islamofobia ormai imperante in buona parte delle istituzioni, non ultimo alla criminalizzazione delle migrazioni

Gli esempi nel merito sono molti e per averne il sentore, é sufficiente dare uno sguardo ai telegiornali e ai quotidiani, attraverso i quali l’imperialismo delle superpotenze – soprattutto quella statunitense – attua il tentativo di tenere sotto la sua egida e il suo controllo, quegli stati che esulano dai propri dettami e dalle proprie ideologie.

In quest’ottica pensare al colonialismo, su come si é strutturato, su come ha agito e su ciò che ha trasformato, non è solamente volgere lo sguardo verso il passato e trarne delle considerazioni storiche, ma diventa una necessità impellente per gli Europei di oggi: un modo di interrogare e leggere il mondo in cui vivono sulla base delle esperienze del passato, poiché le logiche del colonialismo e dell’imperialismo si ripresentano continuamente nell’attualità, anche se sotto forme diverse.

E’ inoltre utile ricordare che spesso altri popoli, non hanno la stessa percezione del passato che si ha oggi in Europa, dove il colonialismo è narrato come una fase del ‘900 transitoria e definitivamente terminata.

Gli echi del passato europeo sono ancora oggi molto vivi e presenti in Paesi terzi, forse parte di quell’eredità psicologica che la sottomissione coloniale ha lasciato dietro di sé, e l’Europa non può pretendere di guardare “con occhi vergini” al resto del mondo.

 

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[1] Aimé Césaire, Discour su Le Colonialisme, Paris, Presence Africane, 1955, pag. 9. “De convenir de ce qu’elle n’est point; ni évangélisation, ni entreprise philantropique, ni volontà de reculer les frontières de l’ignorance, de la maladie, de la tyrannie, ni élargissement de Dieu, ni extension du Droit”.

[2] Francesco Surdich, Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell’età della rivoluzione industriale, Espansione coloniale e organizzazione del consenso, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1979, pag. 21.

[3] Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, Einaudi, 2007, pag 8.

[4] Di Miguel Mellino, Frantz Fanon e la poetica del reale, tratto da Internet, http://www.trickster.lettere.unipd.it/numero/mellino_fanon/mellino_fanon.html pag. 1.

 

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Elena Albertini è laureata in Storia dell’Europa e del Mediterraneo all’Università degli Studi Roma Tre

 

5 Responses to “IL COLONIALISMO IN-FINITO”

  1. Rocco Santoro scrive:

    Vivo e lavoro da 3 anni in Mauritania. Da tempo che ritengo molto importante rileggere autori come Fanon per capire cosa è successo e sta accadendo nei paesi che hanno vissuto il passaggio alla forma statuale moderna tramite il colonialismo.A mio avviso il 50nario dell’indipendenza africana dovrebbe essere l’occasione per far prendere atto del fallimento statuale della maggioranza dei paesi subsahariani. Le ragioni storico-antropologiche di tale fallimento risiedono proprio nel trasferimento più o meno voluto dei processi colonialisti all’interno delle strutture sociali micro (il nucleo familiare) e macro (le relazioni di potere). Oggigiorno si dovrebbe riconoscere come l’aiuto allo sviluppo ha di fatto agevolato la prosecuzione del colonialismo plagiando all’interno le strutture psico-sociali e creando le condizioni per la prosecuzione della sudditanza dei popoli africani dai “toubab”. Il caso SudAfrica è il più clamoroso: la fine del regime razzista afrikaaner ha aperto il vaso di pandora delle disparità sociali ed etniche che quel regime aveva sostanzialmente congelato. Sono esplose le ingiustizie sociali e lo sfruttamento, anche grazie ad una passiva adozione del modello occidentale di produzione e sviluppo economico e la vetrina dei mondiali di calcio ha ridotto tutto ad un problema securitario. Sarebbe molto importante suscitare una riflessione non semplicemente accademico su tutto ció: le generazioni nate nel primo decennio del terzo millennio potranno sperare di morire in una realtà post-coloniale?

  2. elena albertini scrive:

    La ringrazio del commento e delle delucidazioni, in merito soprattutto a cio’ che accade/e’ accaduto in SudAfrica. Da parte mia credo proprio che le letture di Fanon, proprio perche’ egli viene citato e letto dagli autori post-coloniali come il primo dei medesimi o come il loro precursore, possano ancora dare un forte contributo alle generazioni del terzo millennio, come specchio di quanto accaduto. Tutto sta nella sensibilizzazione, che deve essere tradotta dalle generazioni del secondo millennio, ovvero esse devono essere in grado di mettere in evidenza e consegnare quanto accaduto anche da un punto di vista storico della situazione di un continente come l’Africa, che risulta ancora essere in piena “evoluzione” dal punto di vista delle caratteristiche sociali. La causa di cio’, e’ ancora dovuta a quel colonialismo di fine dell’Ottocento, sia in qualita’ di relazioni – le dipendenze dalle ex madrepatrie tuttora esistenti come appunto Lei afferma, sia in qualita’ di concetti. Probabilmente solamente togliendo il velo e ri-scoprendo quanto Fanon ha evidenziato insieme ad altri autori che hanno analizzato il colonialismo, sara’ possibile consegnare alla nuove generazioni la possibilita’ piu’ che di morire in un mondo post-coloniale, di viverlo pienamente.

  3. Ringrazio l’autrice per l’ottimo articolo che mi consente di avviare sul tema una serie di riflessioni specifiche che avevo in programma ma che ho sempre rinviato. Di Franz Fanon ricordo un titolo editoriale Einaudi che mi aveva sempre incuriosito (parlo di oltre 40 anni fa): I dannati della terra. La mia riflessione ha tuttavia bisogno di partire da una comparazione con un passato assai remoto: la costruzione storica dell’Impero Romano.E’ stato colonialismo? Roma ha dato qualcosa ai popoli che ha incluso nella sua unità geopolitica? O ha solo “sfruttato”? Il fatto che abbia sempre rispettato le religioni locali offre a mio avviso un approccio per avviare uno studio comparativo. Ma il senso di questo intervento, più che di un contributo, è quello di un sincero ringraziamento all’Autrice, che mi ha dato lo spunto per aprire una serie di links nel mio blog: M = Colonialismoe e globalizzazione. Grazie, in particolare per questo accostamento: “colonialismo” e “globalizzazione”.

  4. ELENA scrive:

    Ringrazio Lei per l’intervento e per darmi nuovamente la possibilita’ di scrivere in merito. Credo che se andiamo a confrontare il colonialismo dell’Ottocento con la dominazione dell’Impero Romano, potremmo – e dico potremmo – trovare delle similitudini, ma i contesti erano e sono assai differenti. L’Impero romano si e’ sicuramente imposto in chiave geopolitica nel mondo antico, ma ha anche appreso tanto dalle popolazioni conquistate, ad esempio con le antiche citta’ greche in quanto a cultura, arte, filosofia, mitologia e ritualita’ unitamente al Pantheon delle divinita’ che poi ha fatto sue rispettandone la tradizione. Il coloniaolismo del XIX secolo, direi che ha voluto sostitursi alle culture natie in toto, non solo soggiogandole, ma schiacciandole e facendo diventare le loro tradizioni ambiti strettamente folkloristici, direi che le ha snaturate nella loro autenticita’, in piu’ ha sfruttato il contesto economico locale in modo assai massivo sia in persone che materie prime di cui il continente africano era copiosamente fornito.
    Mi fa piacere che, per il tramite dell’articolo, abbia riavviato nuovamente le sue riflessioni su Frantz Fanon, autore non solo di testi politici, ma anche psichiatrici e precursore dell’etnopsichiatria. Altri testi che le consiglio di leggere sono sicuramente: Pelle nera, maschere bianche e nella serie politica dell’Einaudi a cura di Giovanni Pirelli – di non facile reperimento se le vuole acquistare, ma credo che nelle biblioteche siano presenti: Fanon 1 e Fanon 2 del 1976.

  5. ELENA scrive:

    Un ultimo “suggerimento” per Antonio Caracciolo e’ anche quello di dare lettura agli autori postcoloniali, che hanno fatto proprie le parole di Fanon sulla dicotomia del mondo coloniale, sugli stereotipi razziali, e sull’opportunità di creare una cultura nazionale quale espressione delle nuove nazioni indipendenti, in particolar modo, Miguel Mellino “La critica postcoloniale”, Homi K. Bhabha, “I luoghi della cultura” ed anche Robert J. C. Young, “Introduzione al postcolonialismo”. Grazie per il suo contributo! Elena Albertini

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