Un nuovo triangolo mediorientale?

08/06/2010

Original Version: A new Middle East triangle?

I recenti avvenimenti e l’attività diplomatica prima e dopo l’attacco israeliano alla “flottiglia della libertà” diretta a Gaza hanno delineato un nuovo potente triangolo regionale a spese del vecchio triangolo arabo.

Il riavvicinamento tra Iran, Turchia e Siria sta creando un nuovo asse regionale che, ai fini pratici, potrebbe sostituire l’indebolito triangolo arabo composto da Arabia Saudita, Egitto e Siria, trasformando la regione in questo processo.

Le visite dei presidenti di Iran e Siria in Turchia, questa settimana, hanno evidenziato un nuovo senso di solidarietà e cooperazione, che sarà seguito con molto interesse e preoccupazione nelle capitali occidentali e in Israele.

Se rafforzato, il nuovo trio potrebbe rompere la contrapposizione moderati-estremisti imposta dagli USA nella regione, introducendo invece un nuovo asse, diversificato e più difficile da isolare, che è fondamentalmente contrario all’occupazione israeliana, e impegnato a rompere l’assedio di Gaza.

Ciascuno di questi attori mediorientali porta al tavolo importanti risorse strategiche: l’Iran è una potenza del Golfo, ricca di fonti energetiche, che ha in mano un’importante carta nucleare; la Turchia è un’emergente potenza euro-asiatica che fa parte della NATO; e la Siria è una nazione araba che esercita un’influenza in Libano, e che potrebbe, in qualità di partner del vecchio triangolo siro-egiziano-saudita, legittimare il nuovo triangolo agli occhi degli arabi.

Questi tre paesi hanno mantenuto una politica di apertura delle frontiere, che potrebbe finire per creare un mercato di oltre 150 milioni di persone.
 
Il vecchio triangolo

Il disaccordo tra la Siria e l’Egitto  sulla questione palestinese e le tensioni tra Damasco e l’Arabia Saudita sulla questione iraniana hanno – tra gli altri fattori – contribuito a ridimensionare l’importanza del cosiddetto triangolo arabo che ha esercitato una notevole influenza sulle politiche arabe per decenni.

Con il loro coordinamento alla vigilia della guerra del 1973 contro Israele per recuperare le terre occupate nel 1967, con la loro cooperazione nell’accordo di Taif del 1989 che pose fine alla guerra civile libanese, con il loro sostegno alla guerra degli Stati Uniti per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena, e con il loro consenso alla base dell’iniziativa di pace araba del 2002, Damasco, il Cairo e Riyadh sono state in grado, a volte, di produrre grandi cambiamenti nel mondo arabo.

Il loro triangolo non si tradusse mai in un’alleanza formale o esplicita, e alcuni dei loro detrattori lo considerarono più che altro come una fantasia.

Ma, in realtà esso rappresentava un modo pragmatico ed efficace per servire i loro interessi, quando era conveniente: l’Egitto sfruttò la guerra del 1973 per firmare un accordo separato con Israele; la Siria usò l’accordo di Taif per mettere le mani sul Libano; l’Arabia Saudita approfittò della debolezza dell’Iraq per estendere la sua influenza regionale sotto l’egida degli Stati Uniti.

Tuttavia, il rifiuto israeliano della loro iniziativa di pace, e le guerre e gli interventi degli Stati Uniti dopo l’11 settembre, hanno gettato scompiglio nel trio arabo lasciando gli arabi nel caos.

Il disaccordo su quale fosse il modo migliore per rispondere alle guerre di Israele in Libano e a Gaza, o più specificamente su come trattare con Hezbollah e Hamas, rappresentarono la goccia che fece traboccare il vaso.

Entrare a far parte di un trio improbabile

Fino a poco tempo fa, le relazioni turco-siriane erano dominate dall’ostilità, così come le relazioni turco-iraniane erano improntate alla freddezza.

Anche se la Turchia e l’Iran sono membri fondatori dell’Economic Cooperation Organization (ECO), il legame turco con Israele e con la NATO ha allontanato Ankara dai suoi vicini orientali e meridionali.

Il rapporto tra il regime laico nazionalista arabo in Siria e il regime religioso sciita in Iran è stato rafforzato soprattutto dalla loro comune ostilità nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein.

La questione curda è stata importante per tutte e tre le nazioni (così come per l’Iraq) ed è stata fino a poco tempo fa un importante punto di attrito tra la Turchia e la Siria. Queste quattro nazioni hanno usato e abusato della questione curda ogni volta che ciò rientrava nei loro interessi.

Separati dalla lingua e dalle diverse esperienze storiche, questi tre paesi hanno fatto pochi sforzi per cementare buoni rapporti di vicinato fino a pochi anni fa.

Ma, l’elezione del partito “Giustizia a Sviluppo” (AKP) in Turchia ha innescato un’importante trasformazione politica che ha aperto la strada a un rafforzamento delle relazioni turche con i paesi vicini.

Una Turchia rinvigorita

Da allora la Turchia ha rafforzato i suoi legami economici, ha aperto le sue frontiere e ha condotto ampie consultazioni – promuovendo un effettivo coordinamento – su importanti questioni regionali con i suoi vicini musulmani.

Ankara ha inoltre svolto un importante ruolo di mediazione tra la Siria e Israele, così come tra l’Iran e l’Occidente.

Ma le relazioni turco-israeliane si sono deteriorate a causa dell’incapacità del governo israeliano di rispondere positivamente alla mediazione turca, e della sua decisione di scatenare la guerra a Gaza alla fine del 2008.

Infine è giunto l’attacco israeliano contro la flottiglia turca in acque internazionali.

La risposta di Ankara all’attacco contro la flottiglia sta compromettendo il rapporto tra i due paesi più profondamente di quanto Israele avesse mai potuto prevedere.

La decisione di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, di rifiutare una commissione d’inchiesta internazionale sull’attacco alla flottiglia – una condizione chiesta dalla Turchia per normalizzare le relazioni con Israele – porterà a un’ulteriore escalation nelle ostilità diplomatiche.

Già adesso, la maggior parte degli israeliani che avevano progettato una vacanza in Turchia quest’estate hanno cancellato i loro viaggi, e i rapporti commerciali e strategici tra i due paesi, del valore di 3 miliardi di dollari, saranno danneggiati dalle azioni compiute da Israele.

Importante senza dubbio, ma durerà?

Il triangolo turco/iraniano/arabo potrebbe esercitare molta influenza, ma durerà?

Questo trio è in grado di silurare qualsiasi intervento straniero nella regione e potrebbe avere abbastanza peso strategico per promuovere gli aspetti dell’agenda comune a questi tre paesi.

Che si tratti di una soluzione alla crisi nucleare con l’Iran, del blocco imposto a Gaza/Hamas, o del futuro dell’Iraq dopo la partenza delle forze americane, questo trio potrebbe avere voce in capitolo negli affari regionali.

A molti arabi sembra che la Turchia stia cercando di esercitare la stessa influenza politica e diplomatica che l’Arabia Saudita ha tentato di praticare senza successo, anche se entrambi questi paesi sono alleati degli Stati Uniti.

L’Iran, allo stesso modo, ha cercato di giocare il ruolo che l’Egitto una volta ricopriva nel mondo arabo e musulmano nei confronti di Israele e dell’Occidente.

Per quanto riguarda la Siria, il nuovo triangolo si adatta meglio alla sua visione regionale e alle sue ambizioni, e le fornisce la necessaria sicurezza e influenza regionale – molto più di quanto i suoi legami con l’Egitto e l’Arabia Saudita abbiano potuto offrirle fino ad oggi.

In assenza di un coraggioso programma arabo comune, ci si può aspettare che altre potenze regionali come la Turchia e l’Iran intervengano a riempire il vuoto politico e strategico.

E tuttavia ci si può chiedere quanto a lungo durerà il nuovo trio con il crescere delle pressioni occidentali.

Alcuni sostengono che le pressioni americane/occidentali nei confronti dell’alleato turco e la competizione turco-iraniana per l’influenza regionale potrebbero facilmente spingere Ankara e Teheran a rompere questo ‘ménage a trois’ con la Siria,  nella prospettiva di guadagnare maggiore peso strategico.

Che cosa accadrebbe se, ad esempio, gli Stati Uniti e l’Europa aumentassero le pressioni sulla Turchia per spingerla a scegliere tra i due campi? Oppure, se l’Arabia Saudita e l’Egitto offrissero alla Turchia un ruolo centrale negli affari regionali come parte di un nuovo asse ’sunnita’, sostenuto da Stati Uniti ed Europa?

Non c’è dubbio che molto di ciò dipende dalla ’superpotenza mediorientale’, gli Stati Uniti.

Dopotutto, Barack Obama ha dimostrato di essere un presidente pragmatico piuttosto che ideologico, un presidente che è più concentrato sulle relazioni con la Cina che non su quelle con la Gran Bretagna, sulle relazioni con l’India e il Brasile che non su quelle con la Francia.

Egli potrebbe, quindi, concentrarsi sul nuovo peso della Turchia e sulla sua influenza nei confronti della Siria, della Palestina e perfino dell’Iran per promuovere gli interessi statunitensi nella regione, invece di fare affidamento sull’Egitto, l’Arabia Saudita, o perfino Israele – paesi che soffrono tutti di enormi deficienze politiche.

Vale la pena ricordare che Ankara è stata respinta più di una volta dall’Europa. E, come membro della NATO, non ha potuto nemmeno sollecitare la condanna dell’Alleanza Atlantica nei confronti dell’attacco israeliano contro i suoi cittadini in acque internazionali.

Per il momento, l’opposizione della Turchia alle sanzioni – ed a qualsiasi attacco militare contro l’Iran – sta aiutando Teheran a rompere l’isolamento imposto dall’Occidente, e in larga misura le fornisce – con il sostegno del Brasile e forse, in una fase successiva , della Cina – uno scudo protettivo contro qualsiasi attacco importante degli Stati Uniti.

Nel momento in cui la Turchia, la Siria e l’Iran uniscono i loro sforzi e rafforzano i loro legami, rompono la contrapposizione regionale (imposta dall’Occidente) fra estremisti e moderati, fra oppositori e facilitatori delle politiche occidentali – il fondamento della politica israelo-americana – e costringono le potenze mondiali a cambiare i loro postulati (e forse le loro strategie) mediorientali.

Marwan Bishara è un palestinese di nazionalità israeliana; scrittore, giornalista, e analista politico per il canale satellitare al-Jazeera English, ha insegnato presso l’American University of Paris

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