17/06/2010
Original Version: Dire remarks on Europe from men at the helm
L’ambasciatore Volkan Bozkir, responsabile del segretariato generale della Turchia per l’UE, e il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso sono stati citati, questa settimana, per quelle che sembrano osservazioni profetiche in merito all’UE e alle sue relazioni con la Turchia.
I giornali hanno riportato le seguenti parole dell’ambasciatore Bozkir, pronunciate martedì durante una conferenza a Smirne: “Il sogno dell’Unione Europea è finito. L’UE non è più un luogo che fornisce denaro ai nuovi aderenti, ma è un’area che deve affrontare i problemi dei suoi stessi membri.”
L’ambasciatore Bozkir ha continuato il discorso, puntualizzando che questo non significa che la Turchia abbia rinunciato alla sua candidatura all’UE, e aggiungendo che egli si aspetta ancora l’ammissione di Ankara, da lui definita “inevitabile” se vista dalla prospettiva dell’Europa.
Ma le sue parole riflettono chiaramente uno stato d’animo crescente in Turchia riguardo all’Europa, certo non positivo.
D’altra parte, le dichiarazioni attribuite a Barroso dalla stampa europea erano decisamente più drammatiche di quelle dell’ambasciatore Bozkir, e contribuiranno senz’altro a rafforzare l’immagine negativa che i turchi hanno del futuro dell’UE.
In effetti è difficile crederlo, e forse è piuttosto ironico da un punto di vista turco, ma sembra che la democrazia potrebbe crollare in Grecia, in Spagna e in Portogallo – secondo quanto dice Barroso – a meno che non si prendano urgenti provvedimenti per contrastare l’attuale crisi economica che sta sconvolgendo il continente europeo e non solo.
I tre paesi a cui Barroso fa riferimento sono diventati delle democrazie solo negli anni ‘70 e hanno naturalmente una lunga storia di golpe militari. L’avvertimento di Barroso (a quanto si dice, durante un briefing della scorsa settimana con dei dirigenti sindacali) è particolarmente importante, visto che lui stesso è portoghese e conosce, chiaramente, le dinamiche del suo paese.
Tutto questo pone immediatamente alcune domande, praticamente ovvie. Se l’Unione Europea non può evitare il crollo della democrazia e un possibile colpo di stato militare in paesi che hanno avuto tempo sufficiente per consolidare i criteri politici di Copenaghen, allora, quante probabilità ha di riuscirvi con dei nuovi membri nell’Europa sudorientale, i quali si trovano in una situazione di maggiore instabilità a questo riguardo?
Barroso sta forse dicendo che, nonostante tutte le parole degli ultimi decenni su come la prospettiva dell’Unione Europea consolidi le democrazie, ciò potrebbe non valere nel caso di una grave crisi in Europa, come quella economica attualmente in corso?
D’altronde, il fatto che una recessione economica può avere tale effetto sull’Europa odierna non mette in discussione l’intera organizzazione di un’unione nata come entità economica mezzo secolo fa, e che dovrebbe aver creato da tempo dei meccanismi che la aiutino a superare crisi del genere?
Questi dubbi ci riportano alla prospettiva espressa dall’ambasciatore Bozkir. In questa sezione, abbiamo trattato frequentemente la crisi economica europea e i suoi effetti politici.
Abbiamo segnalato che, di conseguenza, per i turchi l’ingresso nell’UE non sembra più così allettante.
Alcune persone hanno considerato i nostri articoli un’espressione “tipica dell’atteggiamento della volpe di fronte all’uva, da parte di chi è amareggiato perché l’Europa non ammetterà il suo paese nell’Unione”. Quello che invece dovrebbero fare è annotare le parole dei rappresentati europei, i quali non offrono alle nuove realtà emergenti del mercato globale l’immagine migliore del vecchio continente.
Adesso hanno persino altro materiale su cui riflettere, dopo le sorprendenti osservazioni attribuite al presidente della Commissione Europea, anche se personalmente riteniamo che queste considerazioni siano un po’ esagerate.
Per esempio, potrebbe benissimo darsi che tutto quello che Barroso stava cercando di fare fosse di allarmare i sindacalisti europei, per evitare che esercitassero il loro diritto a manifestare e a scioperare.
La Turchia sta subendo anch’essa gli effetti negativi della crisi economica, naturalmente. Ma sta reagendo meglio di alcuni membri UE, dato che ha risanato il suo sistema bancario dopo la devastante crisi economica del 2001 e ha attuato importanti riforme strutturali in campo economico, che adesso si stanno rivelando utili.
Considerato questo, potrebbe esserci un’altra ironia a proposito delle relazioni fra la Turchia e l’Europa. Praticamente sembra che siamo destinati a un’Europa a più livelli, dove alcuni membri sono considerati più uguali degli altri, in base al loro rendimento economico.
Alcuni già sostengono che l’Europa è stata divisa in un nord ricco e in un sud povero; e quelli del nord dicono fin d’ora di non voler pagare per il sud. È probabile che, con il proseguire della crisi economica, questi sentimenti si diffondano, suscitando inevitabilmente una risposta aggressiva del sud.
Pertanto, è probabile che la Turchia avrà a che fare con un’Europa sempre più divisa, anche se rimanesse in piedi la struttura generale dell’UE. Forse una simile Europa, come comunità, avrà meno tempo per la Turchia, ma i singoli stati europei vorranno stringere nuovi legami con un paese che è considerato uno dei più promettenti mercati emergenti.
Inoltre, è verosimile che i paesi del nord più ricco continuino a essere quelli maggiormente interessati alla Turchia per ragioni economiche. Questo, a sua volta, darà al paese più influenza per la sua candidatura all’UE. Allo stato attuale delle cose, già si nota che il coro dei “no alla Turchia” ha abbassato i toni della sua retorica negativa, specialmente all’interno dei principali partiti in Francia e in Germania.
E’ forse a causa di ciò che ora è l’estrema destra in paesi come l’Olanda e la Danimarca che dice “no alla Turchia” apertamente e a gran voce. Ma anche ciò ci parla più dell’Europa che della Turchia, dato che l’estrema destra è meno interessata all’economia e più alle questioni legate all’identità culturale e religiosa.
Comunque, si sa che “è tutta una questione economica alla fin fine”, ed in fin dei conti è sempre stato così.
Come abbiamo già detto, mentre l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea potrebbe rimanere una questione aperta “a tempo indeterminato” (secondo quanto dicono alcuni in Europa), è chiaro che è l’intero “sogno dell’UE” (per usare le parole dell’ambasciatore Bozkir) che in realtà è una questione “a tempo indeterminato”.
Semih Idiz è un giornalista turco















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L’unione Europea del Ventunesimo secolo è la metastasi della Unione Sovietica del Ventesimo secolo, e farà la stessa fine.