La morte di Fadlallah lascia un vuoto nel mondo islamico

05/07/2010

Original Version: Fadlallah’s death leaves a vacuum in the Islamic world

Nel 1976, all’inizio della guerra civile libanese, l’Ayatollah sciita Mohammed Hussein Fadlallah venne cacciato dalla periferia di Beirut dove viveva, quando l’area fu occupata da milizie cristiane.

La cocente esperienza di essere costretto a lasciare la propria casa, insieme a migliaia di altri residenti sciiti, contribuì a rendere le sue idee più radicali. Durante i mesi in cui il suo quartiere era sotto assedio, Fadlallah scrisse un libro cruciale: ‘l’Islam e la logica della forza’. Nella prefazione del volume, egli descrisse le condizioni in cui lavorava: “Alla luce delle candele, sotto pesanti bombardamenti. Riporto questa testimonianza così che possa essere ricordata”. 

E sicuramente è stata ricordata. Ciò che Fadlallah ha scritto in quei giorni di pericolo ha contribuito a proiettarlo alla guida del processo di trasformazione della comunità sciita nella principale forza sociale e politica del Libano. Egli sarebbe diventato un grande ayatollah, nonché l’esponente religioso sciita libanese più influente.

La sua morte, domenica 4 giugno, all’età di 75 anni lascia un vuoto nella comunità sciita e priva il mondo islamico di una voce che ha promosso un modello di sciismo politicamente attivo, ma moderato.

In ‘L’Islam e la logica della forza’, Fadlallah sosteneva che gli sciiti dovevano liberarsi da secoli di sottomissione ed esclusione politica, e seguire la tradizione delle figure fondanti del movimento: Ali e Hussein, nemici della tirannia (rispettivamente il primo ed il terzo imam degli sciiti; Ali fu il cugino del Profeta Muhammad, ed il quarto ed ultimo dei ‘Califfi ben guidati’; Hussein fu il secondo figlio di Ali e della figlia del Profeta, Fatima (N.d.T.) ). La comunità sciita, sosteneva l’ayatollah, doveva affermarsi nel Libano e al di fuori di esso. 

 “Forza significa che il mondo ti offre le sue risorse e i suoi mezzi; al contrario, in condizioni di debolezza, la vita di un uomo degenera, le sue energie vanno sprecate; egli diventa soggetto a qualcosa simile al soffocamento o alla paralisi”, scriveva Fadlallah. “La Storia, la storia fatta di guerra e pace, di scienza e progresso, è la storia dei forti.” 

Fadlallah ha scritto un resoconto memorabile della sua intensa vita. Egli affermava che non era sufficiente per delle guide spirituali dedicarsi ai rituali religiosi e alla vita nella moschea. “L’Islam è sia una vocazione, sia uno stato”, scriveva. “La società ha bisogno di uno stato, di essere organizzata.”

Negli ultimi anni, comunque, Fadlallah ha rifiutato la dottrina del governo assoluto del clero che prevale nell’Iran odierno. I leader iraniani rimasero contrariati dalle critiche di Fadlallah e questo guastò il suo rapporto con Hezbollah, la milizia armata appoggiata dall’Iran, che in Libano è diventata il movimento politico sciita di maggior rilievo.

In Occidente, Fadlallah è stato frainteso. Lo hanno erroneamente etichettato come la “guida spirituale” di Hezbollah. Indubbiamente, i suoi scritti e i suoi accesi sermoni sono stati fonte d’ispirazione per molti giovani combattenti sciiti negli anni ‘80. Ma Fadlallah non aveva un ruolo attivo all’interno delle milizie, per la maggior parte dirette e finanziate dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana.

Tuttavia, Fadlallah ha prodotto decreti teologici che hanno legittimato gli attacchi suicidi contro obiettivi militari. Ha respinto i tentativi compiuti dall’Occidente per “liquidare la resistenza islamica come terrorismo”, e ha affermato che “le grandi potenze dettano le leggi”, lasciando il debole “senza nessuna alternativa oltre all’obbedienza”. In merito a questo, ha scritto: “Bisogna rispondere alla forza con una forza uguale o superiore. Se è legittimo difendere se stessi, la patria e il futuro, allora sono legittimi tutti i sistemi di autodifesa”.

Nonostante questa apologia dell’uso delle armi, redatta scrupolosamente, Fadlallah è stato uno dei primi esponenti religiosi nel mondo islamico a condannare senza mezzi termini gli attacchi dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. In seguito, ha scritto che niente poteva giustificare l’indiscriminato massacro di civili perpetrato da gruppi come al-Qaeda. 

Forse, il contributo teologico più importante di Fadlallah riguarda il dibattito che i religiosi sciiti portano avanti da secoli, e che concerne il loro ruolo nelle politiche di governo. La scuola ‘quietista’, profondamente radicata nella tradizione sciita che cerca di evitare il confronto con i governanti autoritari, si oppone al coinvolgimento diretto nelle questioni politiche. La corrente più attivista enfatizza il martirio dell’imam Hussein che promuoveva la ribellione contro i governanti iniqui. Ma anche all’interno del filone interventista è in corso un dibattito sul ruolo del potere del clero. 

Il modello di governo assoluto che prevale in Iran è solo una delle molteplici dottrine contrastanti all’interno del clero sciita. La dottrina del wilayat al-faqih, ovvero della “tutela del giurista”, trionfò sotto l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader della Rivoluzione Iraniana del 1979.

Il carisma di Khomeini e la sua abilità politica oscurarono la concezione sciita più moderata, originaria della città irachena di Najaf (dove Fadlallah nacque e si formò come religioso fino all’età di 30 anni). Eclissando la scuola di Najaf, Khomeini riuscì a combinare il ruolo di teologo sciita con quello di leader politico dell’intera comunità musulmana.  

La scuola ‘quietista’ dello sciismo ha prevalso fino al XIX secolo: la maggioranza dei religiosi sciiti evitava il coinvolgimento politico, e gli sciiti che vivevano sotto il governo ottomano in Iraq, in Libano e in altre regioni non sfidavano il regime sunnita dominante.  Il concetto di wilayat al-faqih risale all’inizio del XIX secolo, ma Khomeini lo ha reinterpretato nel 1970 durante il suo esilio a Najaf. 

In una serie di sermoni, Khomeini affronta il problema di come creare uno stato islamico in assenza del Mahdi, il dodicesimo imam nascosto che gli sciiti considerano l’infallibile ed ultimo legittimo successore del Profeta. (La maggior parte degli sciiti crede che il loro Madhi, scomparso nell’874, sia ancora nascosto e alla fine ritornerà per il giudizio finale dell’umanità). Fino al ritorno del dodicesimo imam – afferma Khomeini – un teologo fra i più anziani, ispirato da Dio, dovrebbe governare al suo posto.  

Ma molti religiosi sciiti si sono opposti a lungo all’idea khomeinista di un leader supremo e onnipotente. Essi non vogliono prendere direttamente il potere politico, né in Iran, né in Iraq o altrove. Vi è una fazione che pensa che un gruppo di religiosi anziani dovrebbe governare tramite il consenso, mentre un’altra corrente sostiene che la leadership dovrebbe essere lasciata a politici devoti ma non necessariamente appartenenti al clero.

Bisogna riconoscere che è stato Fadlallah a tentare di trovare una base comune fra le diverse correnti teologiche. Egli simboleggiava l’attivismo politico all’interno della comunità religiosa, ma anche una ricerca di equilibrio. Fadlallah aspirava a una rinascita religiosa, non a una teocrazia. Sentiremo la mancanza della sua voce.

Mohamad Bazzi è un giornalista americano-libanese; è membro del Council on Foreign Relations, con sede a New York, ed insegna giornalismo alla New York University

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