PENELOPE DISFA LA TELA: Pregiudizio e odio di cosa sono il nome?
L’antisemitismo e qualsiasi altra forma di esclusione e di rigetto di un popolo sono sempre quell’oscura macchia dell’intelligenza e del cuore dell’uomo che esprimono la scelta passionale di chi non accetta la “differenza” e l’uso della ragione pregiudicata da fattori che ad uno studio approfondito si rivelano banali e non veri. Questa scelta passionale e questo uso di una pregiudicata ragione hanno tessuto la tela della definizione di antisemitismo e di tutti gli “anti” col filo del disprezzo, dell’odio e del pregiudizio aggiungendole, specificatamente per quanto riguarda l’antisemitismo, il filo del concetto di razza mutuato da quell’Illuminismo che in certe sue istanze si è veramente oscurato. Passione e intelligenza, se si riflette, hanno commesso gli stessi errori nei secoli! Allora, come Penelope, scuciamo l’ordito della tela ed esaminiamone i fili e la trama. Purtroppo a noi è precluso di tesserne una nuova e di prendere tempo in attesa di qualcuno che possa cambiare il corso della Storia, però non ci è precluso di porci delle domande per evitare di tagliare i fili della conoscenza e della memoria: – Pregiudizio e Odio di che cosa sono il nome?-.
Il pre-giudizio secondo la linea interpretativa del filosofo Gadamer viene delineato in forma positiva perché veicola un’azione critica che verifica i fatti e poi esprime un giudizio. L’esempio migliore di questa visione positiva viene dal campo giuridico. Il pre-giudizio è infatti la fase pregiudiziale di un processo, è “ante” ad un rinvio a giudizio. Si esamina, si verifica, e poi si conferma o meno il giudizio. Prima c’è sempre una indagine conoscitiva. Per contro, sotto una visione più restrittiva e negativa, e questa Gadamer la affida al pensiero illuminista, ma socioculturalmente più acquisita e più diffusa, il pregiudizio invia ad un rifiuto dell’oggetto respingendo qualsiasi impulso di conoscenza nel dettaglio. In questa accezione, chi esprime un giudizio di squalifica verso l’oggetto preso in considerazione, vuole sempre affermarsi con forza col suo io giudicante, ed è proprio per questo che un pregiudizio può venir espresso sia in modo neutrale e “obiettivo” che in modo più aggressivo e accentuato. “Non ho niente contro di loro, ma è evidente che anche quella gente ha i suoi limiti” questa è un’ espressione obiettiva, gentile e nuda; “Non li sopporto a pelle, ho una repulsione solo a vederli, se ne stiano a casa loro” l’espressione è palesemente scortese. Dipende dalle caratteristiche individuali. Cosa vera è che a monte c’è sempre un comportamento o un atteggiamento anomalo verso l’oggetto del pregiudizio, perché, esprimere verbalmente in modo aperto un’ostilità pregiudiziale sarebbe sconveniente o socialmente deprecabile, allora questa ostilità viene resa latente e si inizia a manifestare tale avversione in maniera subdola, per esempio, con la pratica dell’esclusione da un gruppo o dell’isolamento verbale o ancora dell’additamento per banali motivi nonché con la pratica della diffusione di gratuite o volute bugie. La debolezza è quella del rifiuto della conoscenza che si avvalga di strumenti di reale azione critica e investigativa.. L’odio come l’amore è un laccio che ci lega all’ “altro”, un sentimento che travolge la nostra mente occupando tutto lo spazio e il tempo di cui essa dispone per fissarsi sull’oggetto odiato, dimenticando tutto il resto. La configurazione dell’odio non deve necessariamente seguire lo stereotipo “chi odia è cattivo”, perché se si pensa alla Sindrome di Stoccolma, la vittima si innamora del suo carnefice e finisce per amare il suo nemico. L’odio è una invidia, un desiderio, una passione e il suo grado si misura in base al suo modo di manifestarsi. Ed è qui tutto il suo nodo gordiano. L’individuo può curare l’odio o mitigarlo attraverso la psicanalisi, ma una società come si cura? L’odio acceca il buonsenso. L’odio confonde. L’odio “ama” la sua vittima se la sua radice è nell’invidia. In psicologia l’odio viene spiegato secondo due canoni: il canone dell’odio come determinazione caratteriale e il canone dell’odio reattivo. L’odio caratteriale è una predisposizione della persona ad essere ostile che si risveglia sempre in una situazione particolare e il soggetto che prova odio convoglia tutta la sua soddisfazione in quel sentimento di odiare che in qualche modo lo appaga e lo calma. Questa dinamica non appartiene invece alla persona caratterizzata dall’odio reattivo. Fromm definisce l’odio reattivo come la cicatrice di una ferita il cui dolore non è scomparso e non scomparirà mai e chi ha questa cicatrice è sprovvisto di forze e di mezzi per guarirla, è completamente impotente. Questo odio si dà sempre in un contesto più generale. Hitler era un amalgama di questi due odi. La questione si amplifica quando si analizza l’odio sociale la cui potenza deve essere arrestata nel momento in cui essa si trasformi in una malvagia applicazione, come quella di arrivare all’annientamento dell’altro e degli altri. Il cambiamento e la ristrutturazione della cultura della società potrebbe sovvertire tutto questo. Una potenza può essere sovvertita solo da una altra potenza, e noi per combattere quella dell’odio e del pregiudizio opponiamo quella della conoscenza e non della guerra, perché questa ultima concorrerebbe alla nascita di nuovi pretesti di odio. Abbracciare una filosofia della differenza sarebbe una delle possibili vie d’uscita.
L’uomo è riuscito a sottrarre alla natura i segreti più reconditi, ha fatto propri i perfetti equilibri, fisici, chimici e biologici della natura-mondo e ha scoperto un mondo dell’infinitesimamente piccolo e un mondo del macroscopicamente grande; si è gettato con coraggio in tutto ciò che lo limitava e lo circondava per superare barriere oscure e sconosciute, purtroppo però, si sta consegnando al servilismo della meccanica e dello strumento scientifico fine a se stesso e molto poco alla volontà di trovare la via che permetta di superare il pregiudizio e lo stereotipo che condanna l’altro, un uomo che sente diverso da lui. Questo porta inevitabilmente a domandarci come mai tutta questa conoscenza dei meccanismi fisici, chimici, biologici e fisiologici della mente e del cervello umano non riesca a spiegarci cosa accada nella testa dell’uomo quando, nonostante gli si spieghi in tutti i modi che il suo giudizio sia fondato su errori, egli non comprenda: elemento grave è che per lui sia “autentico e giusto” il partorire orrori e banalità e il rivendicare una non verità come razionale. Questo è il mistero ancora da svelare, il gioco perverso dell’uomo di rendersi cieco. I pregiudizi e l’odio hanno un loro eterno esistere nel nascere, accendersi, affievolirsi e mai morire perché viaggiano con l’uomo e, come le favole, le passioni, le ostilità e le diffidenze hanno origine da quella fantastica inclinazione dell’essere umano ad ingigantire la realtà o a sminuirla, a farsi sopraffare dal proprio sentimento e a provare quell’innato oscuro desiderio di “servire” che il filosofo Etienne de La Boetie definì nel XVI secolo “vizio sventurato”……
GENOVA 26 Agosto 2010
Simonella Di Teodoro è laureata in Filosofia all’Università degli Studi Roma Tre













Delicious
Due brevi osservazioni. La prima si riferisce alla frase: “trovare la via che permetta di superare il pregiudizio e lo stereotipo che condanna l’altro.” Un simile tentativo, per quando degno di plauso, e’ sicuramente destinato a fallire, se e’ vero che il pilastro della societa’ occidentale, e cioe’ il contratto sociale, nasce dalla consapevolezza che la convivenza puo’ essere garantita solo da regole ben precise, in assenza delle quali ognuno e’ potenzialmente nemico di tutti.
La seconda nasce invece dalla lettura della frase: “non riesca a spiegarci cosa accada nella testa dell’uomo quando, nonostante gli si spieghi in tutti i modi che il suo giudizio sia fondato su errori, egli non comprenda: elemento grave è che per lui sia “autentico e giusto” il partorire orrori e banalità e il rivendicare una non verità come razionale”. Trovo questo giudizio preoccupante. “Errori” secondo quali parametri? Chi decide circa la razionalita’ di una determinata verita’? Chi e’, soprattutto, il soggetto di “gli si spieghi…”? Chi e’ questa entita’ (stregone, sacerdote o intellettuale?) che possiede la verita’ che dovrebbe poi essere spiegata.. a chi?, al popolo ignorante?
Ho l’impressione che il saggio in questione si muova tra tentazioni buoniste e impulsi paternalistici, basati sulla convinzione che esista una verita’ assoluta e che–e qui il discorso diventa veramente pericoloso–tutti debbano prostrarsi di fronte ai suoi detentori o essere tacciati di “orrori”, “banalita’” e irrazionalita’. O forse ho frainteso io.
La invito a leggere “Della Servitù Volontaria” conosciuto anche come il “Contr’uno” di Etienne de La Boètie scritto nel 1530, testo quasi irreperibile. Lei è già tutto un fraintendimento. Si tenta solo di portare ad una riflessione e di porsi dei perchè, altro che paternalismo, qual è la sua proposta? Io ho 19 anni e sono iscritta a scienze biologiche e ho molto apprezzato.