01/02/2011
Original Version: Only authentic leaders can deliver a Middle East peace
La pubblicazione, da parte del Guardian e di al-Jazeera, di documenti che rivelano l’enorme disponibilità dell’Autorità Nazionale Palestinese a fare concessioni, regolarmente rifiutate da Israele, ed il livello di subordinazione e di dipendenza di tale Autorità dai suoi finanziatori occidentali, rappresenta un’ulteriore e definitiva conferma del carattere fallimentare del processo negoziale portato avanti nell’ultimo decennio – scrive il giornalista Seumas Milne
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E’ una tragedia per il popolo palestinese il fatto che, nel momento in cui la sua causa è al centro del più forte sostegno popolare globale di cui abbia mai goduto nella storia, i movimenti politici che dovrebbero battersi per i suoi diritti siano allo sbando più totale. Questo è uno dei messaggi più chiari emersi dalla serie di documenti che al-Jazeera e il Guardian hanno pubblicato nei giorni scorsi (si tratta dei cosiddetti “Palestine papers”, oltre 1.600 documenti riguardanti un decennio di negoziati israelo-palestinesi; essi rivelano che l’ANP era disposta a fare enormi concessioni a Israele, tra cui in particolare: cedere a Israele la quasi totalità degli insediamenti israeliani – illegali dal punto di vista del diritto internazionale – situati a Gerusalemme Est; rinunciare in gran parte al diritto al ritorno dei profughi; per maggiori dettagli si può consultare direttamente il Guardian e al-Jazeera English ). Non si tratta solamente della portata delle concessioni unilaterali – dalla questione dei rifugiati agli insediamenti illegali – offerte dai negoziatori palestinesi e respinte gratuitamente dai loro partner israeliani. Il ritornello costante di un disperato tentativo di ingraziarsi l’interlocutore è in qualche modo ancora più scioccante. Mentre Tzipi Livni rifiuta l’offerta di vasti quartieri di Gerusalemme considerandola insufficiente – aggiungendo “ma lo apprezzo molto” – e Condi Rice riflette sul reinsediamento dei rifugiati palestinesi in Sud America, il capo negoziatore dell’Olp, Saeb Erekat, è ridotto a mendicare per una “foglia di fico”.
Si tratta di uno “studio” sul decadimento di ciò che nel periodo di massimo splendore di Yasser Arafat fu un autentico movimento di liberazione nazionale. Si provino ad immaginare i negoziatori vietnamiti parlare in questo modo ai colloqui di pace di Parigi negli anni ‘70 – o l’FLN algerino negli anni ‘60 – ed è evidente quanto la leadership palestinese in Cisgiordania si sia allontanata dai suoi capisaldi nazionali.
Per quanto ne fossero noti i contorni di base, non è molto sorprendente che molti palestinesi siano ancora scioccati nello scoprire esattamente ciò che viene detto e fatto in loro nome. Erekat scrive sul Guardian che “nulla è deciso finché non sarà tutto deciso”, e che qualsiasi accordo verrà sottoposto ad un referendum. Tuttavia, come sappiamo dai “Palestine papers”, lui stesso ha chiarito in privato che tale voto escluderà la maggior parte dei palestinesi, in particolare i profughi. E, come lui stesso disse ad alcuni funzionari statunitensi l’anno scorso, lo stesso pacchetto proposto tre anni fa è “ancora lì”, in attesa di essere accettato.
Ma puntare semplicemente il dito contro i leader palestinesi significa non avere compreso la questione. Ciò che è stato evidenziato dai documenti non rappresenta il ritratto di negoziati genuini e compromessi necessari, ma di un clamoroso squilibrio di potere che non può portare la pace, figuriamoci la giustizia. Inoltre, si tratta di un quadro in cui le potenze occidentali intervengono ripetutamente per far pendere l’ago della bilancia ancora di più contro le vittime del conflitto.
Ciò che è emerso più chiaramente dai documenti riservati è che parlare di “partner per la pace” è una pura fantasia. Una leadership israeliana molto più centrista di quella al potere in questo momento non era neanche lontanamente disposta ad accettare un’offerta che sarebbe comunque stata quasi certamente respinta dai palestinesi, se solo fossero stati consultati.
Ma perché i negoziatori israeliani avrebbero dovuto comportarsi diversamente, quando il loro rifiuto fu sostenuto fino in fondo dal governo degli Stati Uniti? Dalla lettura delle trascrizioni dei colloqui, i funzionari israeliani spesso sembrano semplicemente fingere.
Questa è la storia di 20 anni di negoziati di pace falliti che sono diventati una farsa, un modo per mantenere lo status quo piuttosto che per fornire la promessa soluzione a due stati – negoziati che ora evidentemente sono finiti nel dimenticatoio. Inevitabilmente, il vuoto che hanno lasciato alle spalle non può che aumentare la minaccia di una nuova guerra.
Questo è lo stesso processo di pace che ha determinato lo sfacelo di una leadership in passato autentica, e prodotto le strutture disfunzionali dell’Autorità Nazionale Palestinese, che sono alla base del tono dimesso che emerge dai documenti trapelati.
L’ANP nacque nel contesto degli accordi di Oslo del 1993 come un’amministrazione temporanea che avrebbe guidato il paese per un periodo transitorio di cinque anni fino alla creazione di uno stato vero e proprio. Diciotto anni dopo, essa è un “parastato” autoritario e a tempo indeterminato, un braccio operativo della stessa occupazione israeliana che avrebbe dovuto sostituire, finanziato e di fatto controllato da Stati Uniti, Gran Bretagna e altri governi occidentali.
Il mandato elettorale del suo leader è scaduto due anni fa, e l’ANP è diventata un’autorità sempre più repressiva che imprigiona e tortura sia gli attivisti civili che militari del suo rivale, Hamas, il quale ha vinto le ultime elezioni palestinesi.
Poiché la maggior parte delle sue entrate provengono dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, i leader dell’ANP sentono di dover rendere conto più ai loro finanziatori che alla loro gente. E, come mostrano gli appunti di trattative private tra funzionari statunitensi e funzionari dell’ANP, sono il governo americano e i suoi alleati che ora effettivamente scelgono i leader palestinesi.
La nuova amministrazione USA si aspettava di vedere al potere ancora “le stesse facce palestinesi” se il denaro avesse continuato a fluire (questo fu detto ai funzionari dell’ANP, dopo l’elezione di Obama): Mahmoud Abbas e, soprattutto, l’uomo di punta degli americani, Salam Fayyad.
E, pur con una retorica meno stridente, i governi statunitense e britannico hanno continuato a promuovere la divisione tra Fatah e Hamas, di fatto bloccando la riconciliazione nazionale palestinese mentre riversavano risorse e addestramento nella campagna finalizzata a rivolgere la macchina della sicurezza dell’ANP contro il movimento islamista palestinese.
Come sappiamo, l’intelligence e i funzionari del governo della Gran Bretagna sono stati in prima linea, tra gli stati occidentali, per trasformare l’ANP in un’operazione di contro-insurrezione “in stile iracheno” diretta contro Hamas e altri gruppi che continuano ad abbracciare la scelta della resistenza armata contro l’occupazione. Pur essendosi messo al riparo da qualsiasi responsabilità politica in patria, come fa il sostegno segreto del governo britannico nei confronti della detenzione senza processo di palestinesi da parte di altri palestinesi a promuovere la causa della pace e della sicurezza in Medio Oriente o altrove? In realtà, tale sostegno rende semplicemente ancora meno probabile l’esistenza di una leadership palestinese rappresentativa in grado di ottenere pace e giustizia.
Il messaggio degli eventi rivoluzionari sviluppatisi in Tunisia e diffusisi in altre parti del mondo arabo dovrebbe essere abbastanza chiaro. Il sostegno dato dall’Occidente ai regimi dittatoriali filo-occidentali in tutta la regione, per paura di coloro che il popolo potrebbe eleggere se gliene fosse data la possibilità, non solo è sbagliato – non funziona più, e rischia di provocare quella stessa reazione che mirava a prevenire.
Ciò vale ancor di più per i territori palestinesi, sotto occupazione militare da 44 anni. A meno che quei governi che sostengono il negazionismo di Israele e il clientelismo dell’ANP non cambino rotta, il risultato sarà quello di alimentare e propagare il conflitto.
Per i palestinesi, la priorità deve essere quella di cominciare a ribaltare questo equilibrio di potere asimmetrico. Ciò richiederà una leadership nazionale più rappresentativa ed unita, come ci ha insegnato la storia raccontata dai “Palestine papers” – il che dovrebbe per lo meno tradursi in una riforma democratica di istituzioni palestinesi come l’OLP. Sulla scia di quanto è emerso in questi giorni, la spinta al cambiamento è destinata a crescere. Chiunque si preoccupi per la causa palestinese deve sperare nella sua buona riuscita.
Seumas Milne è stato corrispondente del Guardian dal Medio Oriente, dalla Russia, dall’Asia meridionale e dall’America Latina; in precedenza ha lavorato per l’Economist















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