Circa quarant’anni fa il professore emerito P.J. Vatikiotis della SOAS (School of Oriental and African Studies) a Londra interpretava – ripreso più tardi da uno dei suoi massimi ammiratori, Bernard Lewis – l’atto rivoluzionario dei popoli del Vicino Oriente come ispirato da uno stimolo “sessuale” piuttosto che “ragionato”.
In realtà – proseguiva Vatikiotis – l’atto rivoluzionario sarebbe in antitesi a ciò che potremmo definire “umano” ( ovvero l’idea di un pensiero perfetto, giunto al compimento della sua massima evoluzione con la «famiglia indoeuropea» – per dirla alla Renan). Così i popoli cosiddetti «incompleti» del Vicino Oriente sarebbero talmente arretrati tecnologicamente, culturalmente, nonché eticamente e finanche religiosamente, da non poter comunque nemmeno ambire ad attuare una rivoluzione per la propria indipendenza o per migliorare la propria situazione: sarebbero ontologicamente inferiori agli europei.
Oggi la Tunisia, e l’Egitto subito dopo, ci dimostrano che tutto questo non è solo sbagliato e fuorviante nella teoria, ma anche nella pratica. In pochi giorni di protesta aperta, nelle piazze, per le strade, il popolo tunisino ha ottenuto che il proprio dittatore Ben Alì fuggisse da Tunisi e che entro sei mesi si svolgessero delle nuove elezioni. Subito dopo, anche gli egiziani sono entrati in rivolta contro Mubarak e da giorni protestano anch’essi per le strade.
Tunisia ed Egitto ci dimostrano che un popolo che sia unito e che sappia organizzarsi, che voglia raggiungere il proprio scopo, può riuscirci. Tunisini ed egiziani si sono dimostrati degli ottimi organizzatori: tramite i social network come Twitter e Facebook hanno fatto girare informazioni e video arrivando a riempire le piazze per protestare insieme. Uniti sono riusciti a sostenere oltre due settimane di continue e sostenute proteste, nonostante il governo egiziano avesse cercato di porre dei grandi ostacoli a tutti ordinando che molti account dei social network fossero sospesi e che lo fossero anche le linee telefoniche (Vodafone è stata costretta ad inviare sms pro-Mubarak ai cellulari). Anche le tv locali, tranne Al-Jazeera, non dicono nulla riguardo tutte queste proteste. Nonostante ciò, il popolo egiziano resiste ancora.
E resiste ancora nonostante molti muoiano anche solo per aver protestato: da qualche giorno su YouTube gira il video di un manifestante disarmato e pacifico che viene ucciso a freddo da due militari distanti e armati, solo perché questi ballava, in segno di protesta, davanti ai loro occhi.
Nonostante tutto ciò, gli egiziani resistono e reagiscono contro Mubarak. E qui in Italia cosa accade? Il direttore de “Il Giornale” Sallusti, nella puntata del 6 febbraio alla trasmissione TVtalk in onda su Rai Storia, afferma che il suo giornale non apre con le notizie riguardanti l’Egitto perché agli italiani di questo argomento non interessa nulla. Ed avvalora la propria tesi dicendo che il “Corriere della Sera”, nei tre giorni che ha “aperto” sull’Egitto, ha venduto meno copie. Il compito di un direttore di giornale – continua Sallusti – è quello di vendere “una copia in più”, a quanto pare anche a spese dell’informazione pubblica.
Ma agli italiani davvero non interessa nulla di quel che avviene in Egitto? Se così fosse, allora dovremmo cominciare a porci delle domande serie, a compiere un’autocritica costruttiva. Dovremmo iniziare a ringraziare l’esempio degli egiziani: un popolo quindi tutt’altro che «incompleto» ma coraggioso, che ha molto da insegnarci.
Ma per quale motivo agli italiani poco importa di tutto questo: degli egiziani, di Mubarak? Alcuni maliziosamente potrebbero rispondere che agli italiani poco importa di Mubarak perché già fin troppo dà loro da pensare sua “nipote”. Ma a parte la satira… forse il problema è proprio questo: ovvero che in Italia si fa sempre più satira e sempre meno politica trasportando il dibattito sul piano del pettegolezzo, oscurando la realtà dei fatti, la loro reale consistenza. È così che poi il politico si specializza in comicità e appare simpatico mentre al comico tocca occuparsi di politica, a rischio di apparire inopportuno. A parte la satira, quindi, sembra che gli italiani siano un popolo sempre meno reattivo, più provinciale e ripiegato su se stesso: non c’è interesse per ciò che non ci riguardi direttamente, e spesso nemmeno per questo.
Molti muoiono ancora per la libertà: anche oggi nelle proteste di piazza in Egitto qualcuno starà morendo. E’ come dipingeva Regnault: la libertà o la morte.
Andrea Masseroni è un laureando in Geografia, identità culturali e sviluppo del territorio all’Università Roma 3













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Bravo Masseroni, ben scritto. Aggiungo il profluvio di interviste sui media italiani a Sawiris che deve “spiegare” l’Egitto. Nessuno spiega, io ci ho provato, che Neguib Sawiris è uno di coloro che hanno tratto più vantaggi dal sistema Mubarak comprando aziende e concessioni a un ottavo del valore di mercato. In Tunisia la Banca mondiale ha bloccato un prestito di 250 milioni di dollari quando Sawiris ha acquistato una rete locale con un credito delle banche tunisine sul 100% del valore della transazione. Sawiris con Wind è uno dei maggiori inserzionisti di tv e giornali, quindi è scomodo dire la verità su questo signore che adesso partecipa al processo di transizione, parla di democrazia e reclama persino un piano Marshall.
Mi raccomando citare i fatti, sempre i fatti: è questo il motivo per cui la politica estera “non interessa”. Si fa leggere eccome se si espongono con chiarezza gli interessi politici ed economici che ci coinvolgono. Grazie