
Mubarak cade ed il fracasso della caduta di colui che si era autoproclamato ultimo faraone d’Egitto si propaga in tutto il Medio Oriente. Se vedendo quel giovane egiziano bloccare un carro armato nella piazza Tahrir il pensiero era corso alla piazza Tienanmen, oggi, rivedendo le scene di gioia del popolo egiziano liberato da trent’anni di sordido regime, non è difficile pensare ad un evento paragonabile alla caduta del muro di Berlino. Il Muro del Cairo è durato trent’anni ed il fragore del suo crollo si propaga in tutto il Medio Oriente giungendo fino in Siria, in Giordania e nello Yemen dove migliaia di persone hanno sfilato nella capitale Sanaa tentando invano di forzare il blocco per raggiungere l’ambasciata d’Egitto, le cui bibliche piaghe sono ora diventate il simbolo di una libertà conquistata. Le rivoluzioni sono infatti contagiose e molti governi tutt’altro che democratici che vivacchiano nella regione cominciano a temere per la propria sopravvivenza. Se è crollato il Muro del Faraone infatti, quell’enorme massa d’acqua – che dal Nilo avanza minacciosa verso tutto il Medio Oriente come un’onda anomala – minaccia ora di spazzare via altri insediamenti politici costruiti sul dispotismo e sulla paura. In Marocco centinaia di persone hanno manifestato in questi giorni nel centro di Rabat per sostenere il popolo egiziano. Le autorità marocchine per ora tacciono ma il loro è un silenzio eloquente. In Algeria migliaia di persone hanno riposto all’appello del Coordinamento Nazionale per il cambiamento e la democrazia (CNCD), comitato nato il 21 Gennaio scorso sulla scia delle rivolte che hanno causato cinque morti e oltre ottocento feriti. Il motto del CNCD, che include diversi partiti d’opposizione, rappresentanti della società civile e sindacati ‘non ufficiali’ (ostili cioè al potere costituito) è ‘cambiare il sistema’. Giorni difficili attendono Bouteflika. Le proteste si allargano a macchia d’olio in tutto il mondo arabo e forse anche la teoria del domino della democrazia – l’antica teoria del politologo statunitense Nicholas John Spykman – andrebbe riformulata per spiegare lo tsunami che sta avvolgendo il mondo arabo. Dopo la Tunisia e l’Egitto a chi tocca? “Occorre soddisfare le richieste dei popoli” ha detto da Teheran il presidente turco Abdullah Gul commentando ciò che sta accadendo nel Maghreb. ”I recenti eventi non sono arrivati inaspettati, perché le informazioni circolano nel mondo di oggi e la gente è a conoscenza delle cose”. Le sue parole sono importanti perché provengono da un paese, la Turchia, da molti paesi arabi additato come il modello di percorso politico da intraprendere.
A differenza di Ben Ali, che ha tolto velocemente il disturbo, Mubarak ha resistito 18 lunghi giorni prima di cedere il passo e lasciare la guida del paese nelle mani di un esercito che ha giocato un ruolo fondamentale decidendo di rimanere neutrale fino alla fine. L’ennesimo rifiuto del raiss di passare la mano aveva provocato un nuovo gigantesco assembramento di milioni di persone nella piazza Tahrir. Dopo i venerdì della collera, che hanno fatto più volte vacillare il regime, arrivava finalmente il “venerdì della determinazione”. Verso le 5 del pomeriggio Suleiman annunciava alla televisione la notizia che avrebbe fatto esplodere la piazza Tahrir. Mubarak lascia.
Nelle ore convulse che seguono l’annuncio di Suleiman raggiungo immediatamente per telefono Mayte Carrasco, reporter di guerra per El Pais Semanal, Pùblico, Sky Tg e France 2, che si trova al Cairo. Dopo diversi tentativi vani riesco a prendere la linea. Il fracasso di grida e clacson che l’accerchia è assordante. Dopo alcuni lunghi minuti riesce ad infilarsi in un taxi che però resta bloccato nella folla che accerchia da ogni lato la piazza Tahrir.
“E’ un giorno storico per l’Egitto – ci dice al telefono – dopo la dichiarazione dalla piazza si è levato un vero proprio boato e da quel momento in poi sono iniziati i festeggiamenti. Non si erano mai viste sventolare tante bandiere egiziane. Ci sono letteralmente fiumi di folla che attraversano l’intera città. E’ la vittoria del popolo egiziano, di una politica che viene dai movimenti, quello del 6 Aprile [movimento politico nato nel 2008 in seguito agli scioperi degli operai tessili] e dalla società civile. Nonostante la gioia ed il caos comunque sembra che l’esercito possa gestire tranquillamente il dopo-Mubarak anche perché la sua condotta imparziale gli ha garantito una certa autorità presso la popolazione. Anche le minoranze religiose, tra cui quella copta, nonostante i timori per possibili recrudescenze, hanno piena fiducia in una transizione democratica fino a nuove elezioni”.
Intanto Sultan Sooud Al Qassemi, dalle colonne del quotidiano ‘The National’, aveva accusato il grande imam della moschea di Al-Azhar Shmed el-Tayyib ed il Papa Copto Shenouda di aver fornito una copertura ‘religiosa’ alla brutalità politica di Mubarak e chiedeva loro gentilmente di seguire l’esempio del raiss e di togliere il disturbo. Si sta forse preparando il campo all’arrivo dei Fratelli Musulmani? In Israele si spera di no. Ma esiste comunque una lettura più positiva di questi eventi. L’ha fatta migliaia di chilometri più in là Jackson Diehl sul ‘Washington Post’. Ai molti che speculavano su una possibile ascesa al potere dell’Islam politico più radicale in Egitto, Diehl ha ricordato che una lettura simile sottovaluta la portata della rivoluzione egiziana e soprattutto dimostra di ignorarne la natura. Le rivoluzioni arabe sono innanzitutto una grande lezione di democrazia per gli Stati Uniti e l’Occidente.
Al valico di Rafah la situazione resta tesa. Anche il popolo di Gaza è in fibrillazione. Hamas, malgrado tutto, teme anche per la propria sopravvivenza. Il popolo di Gaza non ha dimenticato ciò che accadde durante l’operazione israeliana Piombo Fuso. Mentre Tsahal bombardava dall’alto, Hamas, approfittando del caos generale, sparava addosso ai membri di al-Fatah. Il tentativo iraniano poi di far passare la rivoluzione egiziana come ‘rivoluzione islamica’ non ha convinto nessuno, né gli egiziani né gli stessi iraniani. Nessuno in piazza Tahrir ha visto bandiere israeliane o americane incendiate. I regimi dispotici che utilizzano il Corano per opprimere intere popolazioni non riescono a capire che nel mondo arabo-musulmano è in corso la più grande trasformazione politica mai vista prima e che questa non proviene dall’interpretazione dei versetti ma dalla contestazione di massa delle nuove generazioni cresciute sui blog, su Twitter e Facebook. E’ anche la lettura di Olivier Roy, specialista del mondo arabo-musulmano, che dalle colonne di ‘Le Monde’ parla per la prima volta di “rivoluzione post-islamica”. “L’opinione europea – scrive Roy – interpreta i sollevamenti popolari in Africa del Nord e in Egitto attraverso una griglia vecchia di più di trent’anni: la rivoluzione islamica iraniana. Dunque ci si attende di vedere ad esempio i Fratelli Musulmani mettersi alla testa del movimento o prepararsi a conquistare il potere. Ma se si guarda più da vicino a coloro che hanno lanciato il movimento risulta chiaro che si tratta di una generazione post-islamica. Questa nuova generazione non è interessata all’ideologia, i loro slogan sono concreti. Ciò non vuol dire necessariamente che i manifestanti siano laici ma semplicemente che essi non vedono nell’Islam un’ideologia politica in grado di creare un ordine migliore. Si muovono cioè in uno spazio politico secolare”.
Ci spostiamo qualche migliaio di chilometri più in là, a Sidi Bouzid, in Tunisia, dove tutto è cominciato. Salem Bouazizi, fratello di Mohammed che si diede fuoco quel lontano 17 Dicembre 2010, dice: “Sono fiero che la rivoluzione araba sia cominciata nella nostra casa, qui, a Sidi Bouzid”.
Marco Cesario è giornalista professionista; come redattore dell’ANSA si è occupato principalmente di cultura e geopolitica del Mediterraneo e dei paesi arabo-musulmani; fra le sue altre collaborazioni figurano Resetdoc, Micromega e BabelMed













Delicious