TUNISIA, EGITTO, LIBIA: LE RIVOLTE 2.0

La febbre di libertà che ha contagiato i popoli nord africani e mediorientali, e che è esplosa, con l’inizio del nuovo anno, in ordine cronologico, in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein e Yemen, non ha portato solo all’allontanamento dei dittatori Ben Ali e Mubarak, rispettivamente in Tunisia ed Egitto, ma ha innescato una scintilla di speranza in tutti i popoli soggiogati da un violento regime dittatoriale, come, anche, quello presente in Iran. Se la popolazione iraniana, però, era già scesa in piazza per manifestare il proprio dissenso contro il leader politico Mahmud Ahmadinejād, venendo poi duramente contrastata dall’esercito, gli avvenimenti nordafricani, invece, hanno sorpreso i tiranni e la comunità internazionale, trasformandosi presto da forti proteste a vere e proprie rivoluzioni.

In Egitto, infatti, la rivoluzione è passata alla storia come la “Rivolta delle scarpe”, riprendendo il gesto dei manifestanti che hanno reagito agitando le scarpe verso Mubarak, il quale, testardamente, e contro la volontà popolare, aveva deciso di non presentare le dimissioni, attendendo l’esito delle elezioni. Il gesto, ritenuto offensivo dalla cultura islamica, è stato l’innesco simbolico della rivolta. Ad oggi, purtroppo, con il potere ancora in mano all’esercito, accolto, in principio, festosamente dalla popolazione egiziana, il Paese non ha ancora trovato un equilibrio democratico, come dimostra la manifestazione dell’8 marzo, quando un corteo di sole donne è stato bruscamente fermato, prima di raggiungere piazza Tahrir, simbolo della rivoluzione.

Nonostante il buon esito delle rivoluzioni tunisine ed egiziane, è la Libia il terreno principale cui guarda la comunità internazionale. I ribelli antigovernativi hanno in poco tempo conquistato varie città, tra cui la roccaforte di Bengasi. Se, tuttavia, in un primo momento sembrava vicino il collasso del regno di Gheddafi, negli ultimi giorni la controffensiva governativa ha avuto la meglio, riconquistando alcune città battenti la bandiera tricolore con mezzaluna calante e stella bianca (simbolo del Regno di Libia, adottata come vessillo della rivoluzione).

Lasciando da parte i cruenti dispacci di morte provenienti dalla regione, e dimenticando l’immobilismo dell’Onu (la quale ha minacciato un’offensiva contro il colonnello Gheddafi solo dopo un iniziale attesa, simile ad una estenuante partita a scacchi volta a studiare l’avversario e, forse, anche i possibili danni economici, essendo la Libia esportatrice di gas e petrolio), c’è un’altra guerra che affianca le rivendicazioni di libertà: la guerra dei media.

Libertà di stampa e di espressione sono diritti inviolabili di un popolo. Anche in un momento di stallo come questo, nonostante siano, in questi giorni, il numero di morti e le violenze perpetrate a conquistare i titoli dei giornali mondiali, raccontando crudamente cosa sia una guerra, non si può, però, dimenticare che tali diritti inalienabili sono le fondamenta per una democrazia stabile e duratura.

Nell’epoca dei computer e dei social network, infatti, sono proprio i mass media e internet a rappresentare i nemici più temuti dai dittatori. Più che i bollettini recanti il numero dei morti o le città bombardate, sono blog, siti internet e social network, come Facebook o Twitter, a rivestire il ruolo del corrispondente di guerra. Per questo motivo, dapprima Ben Ali e Mubarak, quindi Gheddafi, hanno provato ad oscurare il web, cercando di isolare i ribelli. Tutto inutile, però, perché la forza di internet va ben oltre.

In un certo modo, è stato proprio internet a scatenare la rivolta in Libia. Il 24 febbraio 2011, la trasmissione televisiva “Annozero”, condotta da Michele Santoro, è stata aperta da un’intervista ad Hassan Djhami, un giovane blogger libico che dalla Svizzera, Paese in cui risiede, ha creato su Facebook una pagina intitolata “17 Febbraio”, la quale, in pochi giorni, è stata visitata da 10 milioni di utenti, ottenendo l’iscrizione di più di 75mila membri. La pagina creata da Djhami, subito dopo i fatti di Tunisia, era dedicata ad una data ricorrente nella storia della ribellione alla dittatura del colonnello Gheddafi: il 17 febbraio 1987, a Bengasi, migliaia di oppositori del regime vennero uccisi durante una manifestazione, mentre nello stesso giorno, del 2006, una manifestazione contro l’allora ministro italiano Calderoli, reo di aver indossato una maglietta raffigurante le famose vignette danesi su Maometto, ritenute offensive dai Musulmani, sfociò in una contestazione contro il Colonnello, repressa, anch’essa, nel sangue.

In Tunisia è stato il blog Nawat a svelare online il livelli di corruzione del regime di Ben Ali, fomentando il risentimento della popolazione. Il casus belli di quella che è stata definita la “Rivolta dei Gelsomini”, però, è stata la protesta di un venditore ambulante ventiseienne, Muhammad Bouazizi, che, lo scorso 17 dicembre, si era dato fuoco (morendo il successivo 4 gennaio per le ustioni riportate) per protesta contro il carovita. Come già Jan Palach, il patriota cecoslovacco che si diede fuoco per protestare contro il regime sovietico, anche l’estremo gesto di Bouazizi ha scosso gli animi, scatenando proteste contro il carovita che ben presto hanno contagiato la vicina Algeria.

In Egitto il tam tam mediatico è esploso quando il 17 gennaio un avvocato egiziano, emulando Bouazizi, si è dato fuoco davanti al Parlamento. I due maggiori gruppi oppositori, su Facebook, Mg6a e StHS, hanno organizzato una manifestazione di protesta per il 25 gennaio, giorno della festa della polizia. Quella che era nata come una denuncia nei confronti dei soprusi della polizia, è divenuta ben presto una rivolta a tutti gli effetti. Le foto delle proteste sono state caricate su Facebook, così come i video, i pensieri e le speranze dei manifestanti. Non è stato necessario un computer. Molti dei giovani di Piazza Tahrir possedevano uno smartphone, i cellulari di ultima generazione, con cui navigare in rete e caricare i documenti della rivoluzione. Quando anche internet e la rete di telefonia mobile sono stati bloccati dal regime, agli egiziani è stata data, da Google, la possibilità di mandare messaggi con il proprio telefono di casa. Un gruppo di studenti universitari egiziani residenti all’estero ha, inoltre, creato un sito, grazie al quale, dall’estero, era possibile seguire gli avvenimenti, durante il blackout del web.

L’estrema analisi della potenza del web è data da una barzelletta coniata durante la protesta egiziana. Una volta morto, Mubarak, sale in cielo e incontra i suoi due predecessori, Nasser e Sadat, i quali gli chiedono se sia stato fatto fuori da un “caffè avvelenato o una pedana”. L’ex leader egiziano, invece, risponde “Facebook”. La barzelletta fa riferimento al metodo di uccisione dei predecessori di Mubarak: Nasser sembra sia morto dopo aver bevuto un caffè avvelenato da Sadat, mentre questi è stato ucciso durante la parata di celebrazione della guerra di Ottobre, uccisione nota come “attentato della pedana”. Il tutto vuol, quindi, evidenziare come, a differenza dei suoi predecessori, Mubarak sia stato eliminato da internet.

L’evento mediatico più forte, tuttavia, è quello libico. Nei primi giorni di combattimento, infatti, l’emittente televisiva araba, Al Arabya, aveva presentato uno sconvolgente bollettino di guerra: più di diecimila morti in soli tre giorni, cui sono seguiti dei video terribili che hanno fatto il giro dei telegiornali di tutto il mondo, narranti la costruzione di un gigantesco cimitero sulle spiagge libiche. Nelle ultime settimane, tuttavia, è stata messa in discussione la veridicità di questi video, reputati un supporto dei media anti governativi, tra cui l’emittente del Qatar, Al Jazeera, su tutti, per destabilizzare ancora di più l’immagine di Gheddafi a livello internazionale.

L’ultima piattaforma mediatica a dar voce ai ribelli nord africani è stata Youtube, il sito che consente di caricare e condividere video personali. Proprio su Youtube, infatti, sono stati caricati i video che hanno scatenato le proteste (come quello di alcuni poliziotti egiziani che si dividono il bottino della refurtiva di un blitz anti droga), i video delle manifestazioni e quelli delle violenze, come le atroci immagini delle uccisioni perpetrate dai mercenari assoldati da Gheddafi, i quali avevano il compito di ricostituire il regime del colonnello, tramite uccisioni dei ribelli casa per casa.

E’, dunque, un segno dei tempi che cambiano, se oggi un dittatore può essere deposto grazie all’immensa e indistruttibile forza del web. Il fenomeno non è solo locale, si pensi, infatti, alle manifestazioni in Albania e alle successive dimissioni dell’interessato, avvenute in seguito al video, pubblicato su internet, in cui il Ministro dell’Economia, Ilir Meta, chiedeva favori e appalti per un suo conoscente.

E’ un mondo che si evolve, e le popolazioni si adattano alle nuove tecnologie. Le Rivolte 2.0 l’hanno dimostrato egregiamente: il progresso arriva ovunque, chi non si adegua è perduto.

Giacomo Pagone

2 Responses to “TUNISIA, EGITTO, LIBIA: LE RIVOLTE 2.0”

  1. Stilegames scrive:

    Internet effettivamente ha una gran forza ed è riuscita a deporre dittatori quali Saddam Hussein e Ben Ali… sicuramente tutti i “piccoli paesi” riusciranno ad avere la democrazia… ma come la mettiamo con la Cina? Li purtroppo non si riuscirà mai ad avere a mio avviso una vera democrazia e l’oscuramento di internet è all’ordine del giorno!!! Mai dire mai però!!!

  2. Giacomo Pagone scrive:

    Sono d’accordo con lei, e penso proprio che la zavorra cinese sia proprio la mancanza di tecnologia, o meglio, l’impossibilità di sfruttare questo potente mezzo. Ma mai disperare: là dove non arriva la cattiveria umana, arriva l’intelligenza, e così sono disponibili sul web programmi di oscuramento dell’indirizzo ip, utili a non far rintracciare il proprio computer, o la propria linea.
    Tuttavia, bisogna dire che è proprio la scarsa libertà tecnologica a escludere il popolo cinese dal ventaglio di popoli che possono vincere la loro libertà.

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