Arabia Saudita: facendo la guardia alla fortezza

30/03/2011

Original Version: Saudi Arabia: Guarding The Fortress

L’Arabia Saudita dall’esterno appare come una seducente fortezza che custodisce un regno remoto sorvegliato da ricchi principi nelle loro lunghe vesti. Questa fortezza nel deserto è sorretta da illimitate risorse di idrocarburi che riversano un’incredibile ricchezza nelle mani dei suoi ebbri governanti, ottenebrando gli abitanti.  I minareti fungono da torri di controllo al servizio dell’ortodossia e del dogma. La fortezza è rimasta solida anche grazie a un’alleanza a tutela dei suoi interessi con una potenza straniera, gli Stati Uniti, i quali hanno optato per una visione romanzata: quella di un regno che offre scambi equi e un falso senso di sicurezza.      

Ma l’ondata di rivoluzione, di dissenso e sedizione sta scuotendo proprio le fondamenta della fortezza, rendendo più profonde le crepe di questa struttura politica costruita sulle sabbie mobili. Il re Abdullah e le centinaia di fratelli, nipoti e accoliti vari della famiglia dei Saud, hanno assistito alla caduta dei dittatori vicini: Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto. Altri, aggrappati ai loro scranni pericolanti, come Muammar Gheddafi in Libia e Ali Abdullah Saleh nello Yemen, si rifiutano di riconoscere i segni che ne annunciano il declino. Il re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifah, “fratello minore” della dinastia reale saudita, inchinandosi al volere di quest’ultima, ha scelto recentemente di invitare le forze armate saudite nelle sua terra tormentata. Anche il pacato re di Giordania, Abdullah II, e il dimenticato vicino meridionale, il sultano dell’Oman Qaboos bin Said, sono in difficoltà.     

Non esiste stato arabo che sia stato risparmiato dal furore improvviso del suo popolo. La vecchia strategia di dividere la regione in stati produttori di petrolio e stati non-petroliferi, o in base alle alleanze con gli USA, non vale più. Non è più possibile proteggere, con o senza il sostegno americano, i leader della regione dalle legittime rivendicazioni della popolazione. Si tratta di una causa comune che nasce da anni di malgoverno e repressione, portata avanti dai giovani attraverso i nuovi media, i social network. Le statistiche demografiche sono semplicemente a favore delle giovani generazioni, in netto vantaggio sulla vecchia oligarchia per decenni al potere. Il Regno dell’Arabia Saudita presenta ampiamente tutti questi fattori: popolazione in maggioranza giovane, abbondanza di computer e un crescendo di risentimento e alienazione politico-sociale.   

La fortezza saudita si sta sgretolando dall’interno, a causa di un sistema arbitrario di coercizione e corruzione che nega ai suoi sudditi diritti politici basilari e giustizia sociale. I monarchi sauditi non riescono nemmeno a capire quali siano le richieste della loro gente. Facebook, YouTube e Twitter sono serviti a far luce. Il 70% della popolazione saudita, che è sotto i trent’anni, ha grande confidenza con internet.   

I giovani chiedono la creazione di una monarchia costituzionale, elezioni parlamentari, il rilascio di migliaia di prigionieri politici incarcerati senza un processo e senza assistenza legale, la fine dell’enorme corruzione dilagante fra i reali sauditi, la riforma della giustizia e il contenimento di vantaggi e privilegi a favore dei 22.000 membri della casa dei Saud, così come limitare l’influenza dell’apparato religioso.     

La notizia del ‘Giorno della Rabbia’ programmato per l’11 marzo aveva catturato l’attenzione del mondo intero. Per arginare l’impeto delle proteste, lo stato saudita è ricorso all’espediente del bastone e della carota, in una misura mai vista nel mondo arabo. La carota comprende la promessa da parte del re di 37 miliardi di dollari per i suoi sudditi più giovani (un aumento del 15% dello stipendio dei dipendenti pubblici, aiuti per studenti e disoccupati, accesso ai circoli sportivi), qualcosa che solo un monarca con la ricchezza di Creso come re Abdullah potrebbe sperare di elargire. Non esistono sudditi di altri paesi a cui sia stata fatta un’offerta simile in cambio della loro fedeltà.      

Dato che in migliaia hanno contestato su Twitter, Facebook e You Tube un atto così ‘generoso’, lo stato saudita ha allora deciso di giocare in alternativa la carta della questione religiosa, ricordando ai suoi sudditi che le dimostrazioni e le proteste sarebbero contro i precetti islamici. Usando il pretesto del Regno Saudita come ultimo baluardo a difesa della fede islamica, e custode delle moschee sacre, lo Stato ha affermato di stare proteggendo il suo popolo dai peccati commessi da altri giovani mediorientali. Negli ultimi giorni si sono verificati arresti in massa fra coloro che chiedevano le riforme, e svariati siti web sono stati bloccati. Lo spauracchio dei cittadini sauditi – migliaia di forze di sicurezza coadiuvate dai blindati nelle strade e dagli elicotteri in volo sui cieli delle città – agisce da deterrente contro il dissenso. I governanti sauditi ritengono di non poter essere criticati dalla loro gente.      

Intanto gli Stati Uniti, tradizionali alleati e ‘custodi dei sacri giacimenti petroliferi’, sono scivolati in un torpore diplomatico. Gli USA hanno protetto il regno saudita da minacce esterne attraverso la vendita di armi supertecnologiche per centinaia di miliardi di dollari. Dal 1945 la presenza delle forze americane a Dhahran, vicino ai principali giacimenti petroliferi, è stata di fondamentale importanza per la sicurezza saudita mentre tali giacimenti sono la linfa vitale dell’economia americana e mondiale. Gli USA non hanno mai fatto riferimento alla questione della democrazia nel fornire il loro appoggio ai reali sauditi e hanno deliberatamente evitato contatti con la popolazione, rimanendo fedeli alla loro politica di sostegno alla casa dei Saud. Il patto fra Riyad e Washington prevedeva la costante protezione della fortezza saudita senza rimanere invischiati fra una miriade di tribù, sette, regioni e gruppi etnici.        

L’espediente del bastone e della carota ha dato ai leader sauditi un provvisorio senso di dominio. Ma i volti di milioni di arabi urlanti, pronti all’auto-emancipazione, apparsi sugli schermi di Al Jazeera hanno fatto salire la tensione. Il principe Naif, ministro degli interni e potenziale successore al trono, potrebbe continuare a ripetere lo slogan della dinastia: “Quello che abbiamo ottenuto con la spada, lo manterremo con la spada” .Ma la spada tradizionale è impotente, limitata e incapace di sostenere le sfide del momento. I governanti sauditi stanno usando anche la questione settaria sia con gli Stati Uniti che con le popolazioni sunnite, dipingendo la componente sciita come uno spauracchio in cerca di dominio e di una pericolosa alleanza con l’Iran. Inoltre, i reali sauditi stanno ricorrendo alla politica del ‘divide et impera’ per mettere in guardia i sunniti contro il nemico interno, gli sciiti.    

La realtà che attualmente rappresenta la sfida maggiore per i leader sauditi è la corrente sciita, a cui appartiene il 75% della popolazione della provincia orientale, la regione del regno più ricca di petrolio. Gli sciiti sono stati anche i primi a rispondere alle contestazioni nella regione araba, nonostante il divieto che vigeva sulle manifestazioni. Questa comunità ha subito molte perdite in termini di vite umane e detenzioni fin dal 1979.

L’egemonia regionale strategica che l’Arabia Saudita esercita per via delle sue risorse petrolifere ha permesso ai leader del paese di congelare le riforme. Questa linea politica offre una tregua temporanea al regno, ma l’asfittico establishment politico è fragile e può sgretolarsi facilmente. Il pericolo è che una continua repressione delle proteste pacifiche possa portare alla violenza e alla radicalizzazione. Per il momento l’estremismo islamico e Al Qaeda non hanno spazio all’interno dei movimenti popolari arabi, ma se questa disperazione resterà confinata agli schermi dei computer, mentre la rappresentanza e l’espressione politica continueranno a essere negate, allora Al Qaeda guadagnerà nuovamente terreno.

Mai Yamani è una ricercatrice saudita; il suo libro più recente è “Cradle of Islam”

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