19/05/2011
Original Version: Barack Obama’s speech: no Cairo 2.0
Il presidente Obama ha fatto spesso ricorso a grandi discorsi per definire le questioni critiche. Dato il contesto storico – i profondi cambiamenti in atto in tutto il mondo arabo, l’uccisione di Bin Laden, e il difficoltoso processo di pace arabo-israeliano che si scontra con il termine di settembre posto dal presidente per la creazione di uno Stato palestinese – la Casa Bianca ha ritenuto che questo fosse il momento opportuno per un altro “grande discorso”.
Per il pubblico americano è stato un discorso importante. L’analisi della primavera araba da parte del presidente è stata ponderata e impegnativa, così come è apparsa la sua volontà di “resettare” le relazioni con il Medio Oriente sulla scia dei profondi cambiamenti verificatisi nella regione. Adottando e riformulando un’ “agenda democratica”, e concentrandosi sulla necessità di sviluppo e di emancipazione economica, Obama ha messo da parte gli sproloqui neoconservatori e le assurdità islamofobe che si sono impossessate della maggior parte della destra americana e che hanno infettato parte della sinistra.
Per gli americani, poi, si potrebbe dire che il discorso è stato stimolante ed incoraggiante. Potrebbe anche essere stato un discorso utile per i politici statunitensi, sebbene il nostro attuale Congresso potrebbe non voler agire a sostegno delle iniziative del presidente, bocciandole prima ancora che prendano il via.
Ma se il discorso era rivolto ad un pubblico arabo, purtroppo esso ha fatto fiasco.
Gli arabi hanno già capito che la loro regione sta subendo una profonda trasformazione. E conoscono e accettano – o temono – le sfide che dovranno affrontare per costruire un nuovo ordine politico. Ma, come ha riconosciuto il presidente, queste trasformazioni e sfide appartengono solo a loro.
Io credo che la maggior parte degli arabi non abbia bisogno di aiuto nel comprendere il significato o le conseguenze di questo momento storico. Gli arabi non aspettavano l’analisi del presidente degli Stati Uniti. Quello che vogliono dall’America può differire in alcuni dettagli da paese a paese, ma una preoccupazione fondamentale, condivisa da molti arabi, riguarda la volontà dell’America di assumere un ruolo guida nella risoluzione della questione palestinese.
Prima del discorso di Obama, ho chiesto a molti amici e conoscenti arabi – dai rivoluzionari e dagli intellettuali ai funzionari governativi – cosa sperassero di sentire dal presidente degli Stati Uniti. Hanno offerto una gamma diversificata di preoccupazioni – i libici, per esempio, vogliono armi; gli egiziani e i tunisini vogliono assistenza economica e investimenti necessari per generare occupazione – e questo riceveranno. Eppure tutti speravano che il discorso del presidente si concentrasse su due punti.
I miei interlocutori arabi hanno chiarito che gli Stati Uniti stanno ancora pagando il prezzo delle politiche dell’era Bush, e che il presidente Obama è ancora vittima di una delusione “post-Cairo”. Quel discorso creò aspettative che non vennero soddisfatte, mettendo a repentaglio la fiducia nei confronti della leadership degli Stati Uniti. Così, in maniera uniforme gli arabi hanno iniziato a diffidare di un altro “grande discorso” che avrebbe promesso molto e realizzato troppo poco. E poiché il discorso del 2009 all’Università del Cairo fece aumentare le aspettative circa l’impegno del presidente a risolvere il conflitto israelo-palestinese, l’incapacità di affrontare questo problema ora, o il fatto di affrontarlo solo in termini generali o con vaghe promesse di “far avanzare il processo di pace”, rischia di far aumentare la sfiducia o di provocare rabbia e disprezzo.
Nei giorni scorsi la questione palestinese è stata in primo piano con le dimissioni dell’ex senatore George Mitchell e con la probabile comparsa trionfale del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu al Congresso degli Stati Uniti. Se la tanto attesa nomina di Mitchell come inviato speciale aveva risvegliato le speranze di alcuni in Medio Oriente, il suo mandato è stato deludente. La fine del suo incarico ora viene vista come un’ ammissione del fallimento di quel processo in cui lui e il presidente avevano investito molto capitale politico. Così, con Netanyahu e il Congresso d’accordo sulla necessità di bloccare il recente patto di riconciliazione palestinese e di fermare gli sforzi dell’ANP per chiedere il riconoscimento dello Stato palestinese presso le Nazioni Unite nel mese di settembre, il fatto che il discorso di Obama non sia riuscito a rispondere a queste preoccupazioni molto sentite nel mondo arabo costituisce un’omissione lampante e una mancanza di serio impegno.
Quel giorno del gennaio nel 2009 quando Barack Obama prestò giuramento, egli non ricevette una bacchetta magica. Invece, gli fu consegnata la stessa “macchina” che il suo predecessore aveva usato per fare sfracelli in tutto il Medio Oriente. E’ un fatto altrettanto triste, di cui gli arabi sono fin troppo consapevoli, che la politica di Washington possa impedire anche al presidente meglio intenzionato di prendere una posizione decisa su questioni che coinvolgono Israele. Ma Obama ha fatto sperare che avrebbe cambiato Washington, e ha fatto illudere di aver capito che la risoluzione del conflitto arabo-israeliano non solo è importante per Israele e per gli arabi, ma è anche “nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Questo rende ancora più inquietante la mancata definizione, nel discorso del presidente, dei parametri per una risoluzione del conflitto, e di un programma per la sua attuazione, così come delle sanzioni da applicare nel caso di una sua mancata realizzazione.
Riconoscere le nuove realtà del Medio Oriente è importante. Ma riconoscere che gli arabi considerano i diritti dei palestinesi come una loro preoccupazione centrale, e che pensano che l’America tolleri i cattivi comportamenti di Israele, è altrettanto importante. Il presidente ha compreso bene la lezione sulle nuova realtà del mondo arabo, ma ha perso un’occasione vitale per quanto riguarda la Palestina.
James J. Zogby è un politico e accademico arabo americano; è fondatore e presidente dell’Arab American Institute















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