17/05/2011
Original Version: US-GCC: Despite Political Differences, Strategic Ties are Strong, for Now
Alcune recenti affermazioni e azioni delle monarchie petrolifere arabe del Golfo, riunite in un’alleanza nota con il nome di Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), hanno mostrato che questi paesi non sono più disposti a farsi in quattro per venire incontro alle politiche americane nella regione, in particolare riguardo alle questioni relative all’Iran e alla pace in Medio Oriente. Tuttavia, molti esperti ritengono che i legami strategici esistenti tra questi paesi e gli Stati Uniti non siano in pericolo, per il semplice fatto che sono troppi gli interessi in gioco delle parti coinvolte. Anche se le due parti hanno una visione diversa delle politiche e degli approcci, esse tuttavia condividono gli stessi nemici e gli stessi problemi regionali. Entrambe considerano al-Qaeda come il nemico numero uno dello Stato, e l’Iran come una minaccia crescente. Un’ondata di proteste popolari senza precedenti – che ha preso il nome di ‘Primavera Araba’ – ha poi attraversato la regione facendo cadere un paio di regimi e facendone traballare altri. Stati Uniti e GCC condividono anche importanti interessi economici.
I membri del GCC – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman – hanno consolidato la loro alleanza a seguito della Primavera Araba e di alcuni successi consecutivi riportati dall’Iran nella continua guerra fredda regionale tra Teheran e Riyadh. Da quando Washington ha lanciato la guerra contro il terrorismo in seguito agli attacchi dell’11 settembre a New York e a Washington, l’influenza dell’Iran nella regione è cresciuta in maniera considerevole, le sue capacità militari hanno subito un notevole incremento, e il suo programma nucleare ha più o meno raggiunto il punto di non ritorno con lo sviluppo di un programma autonomo di arricchimento dell’uranio. Sebbene i leader del GCC abbiano visioni contrastanti circa le ragioni dell’incapacità di Washington di tenere sotto controllo la crescente influenza regionale dell’Iran, tuttavia essi sono d’accordo sulla necessità di assumersi le proprie responsabilità e di smetterla di seguire gli Stati Uniti nel confronto con Teheran. La reazione misurata di Washington nel trattare con l’Iran ha come scopo quello di evitare un’escalation che potrebbe provocare una guerra. Questo approccio non sembra essere più sostenuto dal GCC che sta ora facendo ricorso a un duro linguaggio e ad azioni audaci in risposta a quelle che vengono considerate come azioni e affermazioni provocatorie da parte di Teheran.
La prima azione unilaterale di una certa importanza, non in linea con la politica americana, è stata l’intervento del GCC in Bahrein allo scopo di soffocare una rivolta che secondo i leader arabi del Golfo era istigata e gestita dall’Iran con l’obiettivo di far cadere la monarchia araba sunnita al potere e sostituirla con una repubblica islamica sciita alleata con Teheran (va ricordato che questo è il punto di vista dei paesi del GCC, mentre molti osservatori, anche americani, ritengono che l’Iran non avesse originariamente alcun ruolo nella rivolta in Bahrein (N.d.T.) ). Un’altra azione condotta non in accordo con Washington riguarda la Siria dove i leader del GCC hanno scatenato i canali satellitari panarabi Al-Arabiya, con sede a Dubai, e Al-Jazeera, con sede a Doha, contro il regime del partito Baath a Damasco, alleato dell’Iran, che sta cercando da quasi tre mesi di reprimere duramente una rivolta della popolazione a maggioranza sunnita. I rappresentanti del GCC sono rimasti turbati nel vedere Washington rinunciare ben presto a sostenere il suo alleato di lungo corso Hosni Mubarak in Egitto, e appoggiare invece la rivoluzione egiziana che cercava di cacciarlo. Al contrario Washington ha per il momento evitato di scendere in campo per chiedere la cacciata del suo presunto nemico, il presidente siriano Bashar al-Assad, malgrado il fatto che più di mille siriani sono stati uccisi e migliaia sono stati messi in prigione o feriti nella continua repressione di civili inermi da parte della Guardia repubblicana siriana. Molti nella regione ritengono che Washington stia in realtà proteggendo gli interessi di Israele, che non vuole che Assad cada per paura che un governo islamico estremista possa prendere il potere in Siria. I paesi del GCC inoltre accusano le politiche deboli e incoerenti degli Stati Uniti che hanno, secondo loro, condotto a un rafforzamento dell’Iran in Iraq e in Libano. Perciò essi hanno deciso di portare avanti le loro politiche in questi contesti.
Un altro fattore che spinge i leader del GCC a più sforzi indipendenti è rappresentato dalla loro crescente convinzione che gli Stati uniti siano una potenza in declino, e che nel prossimo decennio o ventennio emergeranno nuove superpotenze in Oriente come la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud. Da qui l’aumento consistente dei contatti e degli accordi commerciali di rilievo tra molti Stati del GCC e le emergenti potenze orientali. Inoltre, visto che la dipendenza delle potenze orientali dal petrolio e dal gas proveniente dalla regione del Golfo sarà anche maggiore rispetto a quella dell’Occidente, questi paesi avranno un maggior interesse ad accorrere in aiuto del GCC qualora esso cadesse sotto la minaccia dell’Iran o di altre potenze. Tuttavia, la situazione attuale rende tutto ciò impossibile. Soltanto gli Stati Uniti hanno infatti capacità di proiezione militare in grado di schierare rapidamente forze da combattimento per contrastare una qualsiasi minaccia contro i loro interessi in tutto il mondo, compresa la regione del Golfo. Inoltre gli Stati del GCC aspirano a essere sufficientemente ben armati in modo da essere in grado di difendersi da soli e di non dover fare affidamento sulle democrazie occidentali per il sostegno militare, visto che tale sostegno è spesso ridimensionato da considerazioni di politica interna che non sono normalmente favorevoli a opzioni di intervento militare. Per il momento l’Occidente, e soprattutto gli Stati Uniti, possiedono la migliore tecnologia militare di cui gli eserciti del GCC possano aver bisogno.
Per questo motivo molti analisti della regione ritengono che gli stretti rapporti militari che esistono tra il GCC e gli Stati Uniti, e l’ininterrotto impegno militare di Washington nella regione esplicitato attraverso il dispiegamento di una grande quantità di forze nel Golfo, manterranno i legami strategici tra le due parti sufficientemente forti nonostante le divergenze politiche. Tuttavia questa situazione potrebbe cambiare in futuro. La Primavera Araba sta dando voce all’opinione pubblica nella regione, che è contraria alle politiche americane su numerose questioni, soprattutto quella israelo-palestinese. L’incapacità degli Stati Uniti di affrontare tale questione in maniera efficace determinerà in futuro un allentamento dei legami strategici tra gli USA e il GCC, soprattutto se gli sforzi di accogliere la Giordania – paese che confina con Israele e che è direttamente collegato con la questione palestinese – e il Marocco nel GCC dovessero avere successo. Inoltre, lo sforzo della Cina e dell’India di sviluppare marine militari più potenti darà a queste due potenze asiatiche migliori capacità di proiezione nel giro di un decennio circa, cosa che potrebbe offrire ai paesi del GCC l’alternativa di un alleato strategico più affidabile. Perciò, sebbene al momento attuale le relazioni strategiche tra il GCC e gli Stati Uniti rimangano solide a causa di fattori militari, l’emergere di nuove realtà nel breve o medio periodo potrebbe condurre alla rottura di questo patto strategico se Washington non si renderà conto del cambiamento della situazione a livello regionale e internazionale, e non svilupperà piani strategici di lungo periodo che vadano oltre gli intervalli di quattro anni scanditi dalle elezioni presidenziali americane.
Riad Kahwaji è un analista di nazionalità libanese e britannica; esperto di sicurezza e difesa, è direttore e fondatore dell’ Institute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA), con sede a Dubai e Beirut















Delicious