LE DONNE MUSULMANE IN ITALIA, TRA IDENTITÀ E PREGIUDIZIO

 

“Io sono quel che sono con il mio hijab, è parte della mia identità”. Sono state queste le prime parole di Hind Talibi, giovane studentessa universitaria di origini marocchine e figlia del responsabile della moschea di Padova, dopo l’aggressione subita mentre era alla fermata dell’autobus. Una donna le si è avvicinata urlandole “schifosa, togliti quel coso… Che te ne fai con questo caldo?” dopodiché avrebbe tentato di strapparle il velo.

 Fortunatamente la studentessa è riuscita a scappare e a recarsi in Questura per denunciare il fatto, mentre la donna si defilava. Quello di Hind è purtroppo solo l’ultimo caso in ordine cronologico di una serie di avvenimenti analoghi che vedono protagoniste le donne musulmane residenti in Italia, vittime di particolare accanimento.

Le testimonianze che abbiamo raccolto, infatti, rilevano come certi comportamenti connotati da ignoranza e pregiudizio siano frequenti, sostanziandosi in derisione ed epiteti verbali fino a tradursi, talvolta, in vera e propria aggressione fisica. Offese, insulti, discriminazioni in ambito lavorativo soprattutto quando indossano il velo sembrano essere, dunque, atteggiamenti all’ordine del giorno che denotano un approccio culturale assolutamente errato, cui è necessario far fronte.

La comunità islamica italiana ha immediatamente espresso il suo sdegno per quanto accaduto a Padova attraverso un comunicato stampa congiunto, sottoscritto tra gli altri da Ucoii e dall’ Associazione Donne Musulmane d’Italia. “La donna musulmana” si legge nella nota “fa fatica a trovare lavoro, soprattutto quando indossa il velo, viene derisa,additata per la strada, è oggetto di continui commenti non solo da parte dei giovani, ma perfino da adulti e addirittura anziani. La ragazza musulmana viene perfino osteggiata nell’ambito scolastico da professori che le intimano di togliere il velo oppure la vorrebbero costringere a nutrirsi di cibi che non le sono consentiti”.

“Si insiste col mostrare lo straniero e, peggio, il musulmano come un pericolo e da cui difendersi. Ciò anche grazie ai media che hanno contribuito ad evidenziare figure sbagliate, dando risalto solamente al musulmano che delinque piuttosto che a quello che vive e lavora con la massima onestà”. Parole esaustive che delineano uno scenario preoccupante circa i delicati rapporti fra comunità e che rischiano di compromettere quel dialogo sociale ed interreligioso, necessario ora più che mai per arginare la violenza di pochi fanatici. Tuttavia, per far questo è necessario partire da un presupposto fondamentale ossia il riconoscimento dell’altrui dignità e cultura.

“Purtroppo quello di Padova non è il primo caso e non sarà l’ ultimo” ci dice amareggiata Donatella Amina Salina, collega giornalista e vittima di un episodio disdicevole. “Io e mio marito,musulmani non violenti convinti, siamo stati aggrediti verbalmente da un nazista sulla metro a Roma la sera dell’ 11 settembre di qualche anno fa” ci dice. “Eravamo di ritorno da una manifestazione sul dialogo interreligioso in Campidoglio. Per circa venti minuti ci ha urlato in faccia qualsiasi cosa mentre nessuno si è mosso. Nessuno ci ha aiutato finchè non l’ ho minacciato di chiamare la polizia e allora è scappato. Nella mia esperienza so di molte donne aggredite verbalmente per strada o che non sono state assunte a causa dello hijab” afferma convinta di come quest’ultima circostanza sia, né più, né meno che una violenza perpetrata a danno delle donne musulmane.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Silvia Layla Olivetti, Presidente del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani che riferisce di come, spesso, gli automobilisti accelerino quando vedono attraversare una donna velata. “A me è successo almeno un paio di volte. Tra l’altro, non solo accelerano ma ti insultano mentre ti passano accanto”aggiunge.“Tra noi donne musulmane” ci dice Layla “ormai è così “usuale” che spesso ci scherziamo sopra per sdrammatizzare. Sara Vergeri Cupiello , è stata vittima di un episodio che ha dell’incredibile quanto a violenza.

“Ero in macchina, stavo andando al lavoro,quando un automobilista mi lampeggia deciso a passare a tutti i costi. Appena ho potuto gli ho dato strada. Lui passa, mi vede, e poco dopo si blocca all’improvviso davanti a me, impedendomi di continuare. Scende dall’auto, si avvicina, e siccome era d’estate ed i finestrini erano abbassati, allunga il braccio e mi tira un ceffone tra parolacce ed improperi. Sono rimasta basita, avevo il cuore a mille ed il sangue al cervello. Non sono riuscita a reagire, non capivo il perchè!” questo il suo racconto. Sempre a Padova, a Irene Giovanna Ricotta è capitato invece che il conducente di un autobus le abbia sputato addosso chiudendole le porte in faccia senza farla salire. Che dire, poi, delle liceali minacciate di pestaggio dai compagni di scuola per via del velo. La madre di una di esse riferisce che la figlia ha falsificato per mesi le giustificazioni per poter uscire da scuola in anticipo in modo da non incontrare i compagni all’uscita.

Scene di ordinaria intolleranza, dunque, che non tutte hanno la forza di denunciare per paura di ritorsioni, limitandosi semplicemente a vivere l’assurdità di certi atteggiamenti in silenzio, incapaci di dare un senso a ciò che offende la dignità dell’essere come persona. Viene da chiedersi fino a quando ma, soprattutto, a che prezzo. Di contro, molte di esse si stanno opportunamente organizzando per far sentire la propria voce, reclamando parità di diritti e doveri. In ogni caso,sarebbe opportuno procedere al riconoscimento ed alla valorizzazione del ruolo e del contributo della donna musulmana nella società ed al benessere della stessa come madre, compagna e professionista in maniera scevra da pregiudizi e paure.

Infatti, non vorremmo che di fronte ai continui attacchi subiti, indegni di un paese che si arroga l’etichetta di civile, la misura si colmasse dando adito a reazioni sopra le righe, determinando una situazione di muro contro muro ed una frattura sociale insanabile. Questo scenario rappresenterebbe una sconfitta per tutti – della ragione in primis – e perciò va evitato andando oltre i luoghi comuni, denunciando tali episodi e rifiutando la logica dell’antagonismo e della contrapposizione a tutti i costi che non giova a nessuno, sempre e comunque.

Nuccio Franco

Questo articolo è apparso originariamente su Agenzia Radicale

2 Responses to “LE DONNE MUSULMANE IN ITALIA, TRA IDENTITÀ E PREGIUDIZIO”

  1. Thea scrive:

    Sig.Nuccio Franco mi piacerebbe raccontarle la mia storia di donna italiana sposata con un musslmano e tutto quello che ne è scaturito da questa scelta.
    Insultata, derisa e…………!!!!!
    Sembra, o forse è troppo dire che succede anche alle donne italiane lo stesso trattamento subito dalla signorina Hind Tabil, ma nessuno parla di noi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Lei parla solo dei diritti dei mussulmani ma nn dei nostri, nn le sembra di essere da una sola parte? Se vuole essere giusto racconti anche delle violenze perpretate da mussulmani a danno delle donne italiane, e dei diritti che loro acquisiscono circuendo, mentendo, ingannando, picchiando e…… SIG., NUCCIO SI INDIGNI ANCHE PER QUESTO.
    Prima di conoscere il mondo mussulmano da così vicino ero dallo loro parte, adesso che lho vissuto sulla mia pelle e nella mia testa dico che la cosa giusta e che dovrebbero tornare tutti a casa loro. Lei è disinformato signor Nuccio durante la guerra i marocchini hanno violentato e ucciso donne e bambine dagli otto anni agli ottanto, signor Nuccio
    Lei è fortemente disinformato sulle economia del nostro paese e sopratutto quella del Sud si ricordi che noi eravano intorna al 1860 la terza poternza mondiale e ci vorrebbe,. più spazio per dirle, si indigni con equanimità e prima di scrivere delle cose, qualunque c
    cosa abbia cognizione di causa e scriva dicendo la verità

  2. Nuccio Franco scrive:

    Gentile Signora,
    mi rendo disponibile sin da ora ad ascoltarLa.Sa, io parto dal presupposto di “sapere di non sapere” e di conseguenza non do affrettati giudizi di disinformazione.Capisco la Sua amarezza, che è quella di tante donne italiane che subiscono violenza tra le mura domestiche ma questo non credo giustifichi tanta acredine ed il diritto che si arroga di attribuire patenti di legittimità e verità – di cui nessuno è depositario – a destra e a manca.Nei miei confronti e dei tanti musulmani brava gente che ci sono e ci saranno.Tuttavia, le ribadisco di essere a Sua disposizione se e quando riterrà opportuno raccontare la Sua storia.Contatti pure la redazione di Medarab e si faccia fornire i miei recapiti e mail.Con i migliori saluti.

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