21/07/2011
Original Version: Four scenarios may negatively affect Libya’s democratization process
Gli autocrati mediorientali mettono regolarmente in guardia i loro cittadini sui fiumi di sangue, l’occupazione occidentale, la povertà, il caos, e il terrorismo di al-Qaeda che potrebbero seguire se i loro regimi dovessero essere rovesciati. Di queste minacce si è sentito parlare in Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein, Siria e – sotto forma di tragicommedia – in Libia. Ma vi è una forte convinzione in tutta la regione che, sebbene i costi per rimuovere le autocrazie siano alti, essi siano comunque inferiori ai danni inflitti dai governanti attuali. In breve, se questo è il prezzo della libertà, ne vale la pena.
In Libia, sono quattro gli scenari che possono influenzare negativamente le prospettive di democratizzazione: una guerra civile a sfondo tribale, un governo militare, il rimanere “bloccati nella transizione”, e infine la partizione del paese. Dato l’alto prezzo pagato dai libici, questi scenari dovrebbero essere prevenuti, non “curati”.
Lo scenario della guerra civile/tribale è il rischio peggiore. I rivoluzionari egiziani lo hanno capito. Quando la violenza settaria è scoppiata in seguito alla caduta di Hosni Mubarak, le coalizioni rivoluzionarie hanno adottato lo slogan “Non gongolare per questo, Mubarak”. Le dittature repressive non possono vincere elezioni libere ed imparziali. Ma possono usare la violenza estrema per consolidare il loro controllo sullo Stato, la sua popolazione, e le sue istituzioni.
Quindi, per vincere, il colonnello libico Muammar Gheddafi ha deliberatamente, e con successo, trasformato una campagna di resistenza civile in un conflitto armato. Ciò avrà ripercussioni nel quadro post-autoritario. Uno studio pubblicato dalla Columbia University ha dimostrato che la probabilità di ricadere in un conflitto armato per un paese che ha sperimentato una campagna armata anti-dittatoriale è del 43 per cento, contro un 28 per cento laddove la rivoluzione è avvenuta senza l’uso delle armi.
Secondo lo stesso studio, basato su 323 casi di campagne di opposizione armata e disarmata avvenute tra il 1900 e il 2006, la probabilità di una transizione democratica nei cinque anni successivi al successo di una campagna di opposizione armata è solo il 3 per cento, rispetto al 51 per cento quando le campagne sono state disarmate.
La Libia può sopravvivere alla cupa prospettiva di una guerra civile post-autoritaria. Ma questo richiede che venga contenuta la polarizzazione tribale e regionale, così come la rivalità tra il Consiglio nazionale transitorio (CNT) e il Consiglio militare, e tra gli alti comandanti militari. Una violenta radicalizzazione si è sviluppata non solo tra le tribù orientali e occidentali, ma anche all’interno di alcune delle tribù occidentali.
Il mese scorso, per esempio, sono scoppiati scontri armati tra i ribelli di Al-Zintan e gli abitanti del villaggio di Al-Rayyaniya, a 15 km di distanza. Sei persone sono state uccise – un promemoria di ciò che può accadere se proseguirà la polarizzazione violenta tra città e villaggi vicini. La politica della vendetta non è sconosciuta in Libia, e, in una società armata composta da più di 120 tribù – di cui circa 30 con numeri e risorse significative – può diventare estremamente pericolosa.
Un altro scenario negativo è rappresentato dal governo militare. Diverse figure provenienti dal gruppo degli “ufficiali liberi” – il gruppo che ha orchestrato il colpo di stato del 1969 contro la monarchia – sono alla guida del CNT. Questi personaggi rappresentano un mix di legittimità storica, per aver partecipato al colpo di stato del 1969, e di legittimità attuale, per aver contribuito alla rivoluzione del 17 febbraio. Essi appartengono anche a diverse tribù di grandi dimensioni, garantendo così un’ampia rappresentazione tribale nel caso in cui un consiglio militare dovesse prendere il potere, come in Egitto.
A differenza dell’Egitto, invece, chiunque ottenga il potere in Libia non erediterà necessariamente cattive condizioni economiche in grado di minacciare la loro legittimità e minare la loro popolarità. Questo potrebbe portare un gruppo di alti ufficiali a governare direttamente, specialmente se la vittoria in Libia verrà ottenuta militarmente. Una mossa da parte di ufficiali dell’esercito a Tripoli contro Gheddafi e i suoi figli, potrebbe porre fine al conflitto e permettere ai comandanti militari di prenderne il merito – conquistando anche la capitale politica.
Ma quattro decenni di dittatura fondata sul potere militare potrebbero essere stati sufficienti per libici, la maggioranza dei quali non ha mai davvero beneficiato della ricchezza o del potenziale del loro paese. Quando si tratta di produrre terroristi o immigrati clandestini– due aspetti cruciali per l’Europa – i dittatori militari arabi mantengono un record inglorioso. L’Algeria degli anni ‘90 è un importante precedente di questo fenomeno, e i governi occidentali non vogliono che il circolo vizioso di autocrati repressivi che producono teocrati violenti e profughi ricominci.
Restare “bloccati nella transizione”, con la Libia impantanata in una “zona grigia” – né una vera e propria democrazia né una dittatura, ma una repubblica semi-libera – è un terzo scenario possibile. Questo significa regolari elezioni, una costituzione democratica, una società civile, combinati a frodi elettorali, una rappresentanza distorta, violazioni dei diritti umani e restrizioni delle libertà civili. Rimanere bloccati nella transizione, di solito uccide lo slancio per il cambiamento democratico; e la corruzione diffusa, le istituzioni statali deboli, e la mancanza di sicurezza contribuiscono a rafforzare il mito dell’”autocrate giusto”. Il governo di Vladimir Putin in Russia illustra bene questo risultato.
Purtroppo, uno studio pubblicato sul Journal of Democracy ha mostrato che dei 100 paesi che sono stati designati “in transizione” tra il 1970 e il 2000, solo 20 sono diventati pienamente democratici (per esempio, Cile, Argentina, Polonia e Taiwan). Cinque sono ricaduti in dittature brutali (tra cui Uzbekistan, Algeria, Turkmenistan e Bielorussia), mentre i restanti sono rimasti bloccati a metà strada nella transizione.
Data la mancanza di esperienza democratica della Liba, alcuni ritengono che questo sia un risultato probabile nell’epoca post-Gheddafi. Ma la Libia non è l’unico paese che ha cercato di passare dalla dittatura alla democrazia partendo da deboli istituzioni e forti identità tribali. L’Albania, la Mongolia e l’India hanno superato con successo i test più complicati – e offrono alcuni insegnamenti utili per le transizioni democratiche in condizioni sfavorevoli.
Il quarto scenario è la partizione del paese, con il vecchio schema a tre provincie in stile ottomano, ovvero la configurazione cui comunemente si fa riferimento: la Cirenaica (a est), il Fezzan (a sud), e la Tripolitania (a ovest). La Cirenaica è ormai “libera da Gheddafi”, la Tripolitania no, e il Fezzan non ha pienamente partecipato alla rivoluzione. Ma i confini amministrativi di questi distretti non sono mai stati completamente stabiliti, e hanno cambiato volto almeno otto volte dal 1951 in poi. Nel 2007, la Libia aveva 22 Shaabiya (distretti amministrativi), non tre.
Tutti questi scenari saranno influenzati dai futuri risultati in Egitto e in Tunisia. Nel caso delle transizioni democratiche, un successo nei paesi vicini può spesso aiutare. Uno dei due paesi, o anche entrambi, potrebbero offrire un modello di successo alla Libia, erigendo così un ostacolo importante di fronte al rischio di una dittatura militare o di guerra civile.
Omar Ashour insegna presso l’Istituto di Studi Arabi ed Islamici dell’Università di Exeter (UK); è autore di “The De-Radicalization of Jihadists: Transforming Armed Islamist Movements” (London, New York: Routledge, 2009)
(Traduzione di Alessia Bonanno)














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