BREVE STORIA DELLA LIBERTA’ DI STAMPA IN AFGHANISTAN

L’attentato del 9 settembre 2001 che uccise il ‘leone del Panshir’ Ahmed Shah Massoud – eroe per alcuni, Signore della Guerra per altri – resta emblematico perché legato a uno degli strumenti più diffusi nella moderna comunicazione: la telecamera. L’occhio visivo dalla narrazione razzente ed essenziale fu per lui strumento di morte. La storia è nota. Due finti giornalisti marocchini avevano occultato in una macchina da presa un ordigno che esplodendo durante la falsa intervista si portò via l’indomito e raffinato combattente. Cosicché l’odio verso l’informazione mostrata da molti uomini del potere afghano, di epoche e appartenenze diverse, potrebbe scaturire da quell’episodio. La realtà è che nella nazione delle bombe, le parole, le libere parole sono la linfa vitale che può rinfocolare speranze. Accanto servono fatti e di questi la società afghana è deprivata. Serve soprattutto agire per la gente comune che sogna un’esistenza pacifica senza invasioni esterne e conflitti interni. La libertà d’espressione che cammina al fianco a quella di pensiero, sommata all’istruzione, alla partecipazione diretta nella vita civile, alla rottura del cerchio della paura possono diventare strumenti centrali per la conquista della democrazia nel martoriato Paese mediorientale. Per questo sono ferocemente osteggiati.

Un soffio di storia

All’inizio del secolo scorso, nel 1906, il giornale Siraj-ul-Akhbar, che si stampava in dari, la lingua dei tagiki, era l’unico quotidiano conosciuto. Ebbe breve durata. Dopo un’interruzione di cinque anni Mahmud Tarzi gli ridiede vita con un taglio editoriale critico verso il colonialismo britannico. Tarzi era anche uno scrittore e, sostenendo idee progressiste, spinse i monarchi Habibullah Khan e Amanullah Shah a introdurre riforme sociali favorevoli alle stesse donne. Negli anni Venti comparvero nuove pubblicazioni: il quotidiano Aman-i-afghana e alcuni periodici; venne promulgata la prima Costituzione alla quale nel 1931 seguì una seconda. Fu però la Costituzione del 1964 a sancire una regolamentazione  del settore e garantire libertà di stampa. Il colpo di stato del 1973 che depose il re Zahir Shah portava alla chiusura di decine di testate sorte nel frattempo. Col partito filo sovietico, al potere dal 1979 al 1992, l’uso della stampa divenne prettamente propagandistico. Il periodo talebano (1996-2001) fu anche peggiore, visto che perseguitò giornalisti, editori e pubblico. Possedere un televisore conduceva il proprietario verso fustigazione e detenzione; oltre a quel mezzo di ‘corruzione’ anche carta stampata e foto vennero proibite. Nel 2001 con la caduta del regime fiorirono speranze spesso, come vedremo, deluse.

L’era Karzai

Le condizioni dell’informazione sono sicuramente mutate dall’inizio del 2002. Sono sorte molte radio, televisioni, è fiorita nuova stampa quotidiana e periodica. Inizialmente la mediocre qualità dell’emittenza pubblica ha dato spazio a Radio Free Afghanistan, sostenuta dagli Usa accanto all’immancabile The Voice of America. Per svariare, la popolazione ascoltava anche radio locali in lingua dari e in qualche caso in pashto. Spesso queste strutture sono finite sotto il controllo dei potentati locali, l’esempio più conosciuto a Herat dove Ismael Khan fece mutare linea editoriale a un’emittente che denunciava le sue aggressioni. Purtroppo l’ostilità verso il giornalismo libero ha rappresentato il rovescio della medaglia della presunta normalizzazione di Karzai sostenuta dall’Enduring Freedom. Responsabili degli attacchi all’informazione gli uomini di governo tuttora in carica, i Signori della Guerra con cui il premier stabilisce rapporti di tolleranza o amicizia arrivando persino a inserirli nelle Istituzioni, e naturalmente i Taliban che anno dopo anno sono tornati a essere strategicamente vivi, presenti e forti in ogni provincia afghana. Un documento di ‘Reporters sans frontières’ del 2002 contava 150 pubblicazioni cartacee (quasi tutte in dari), più una trentina di siti web. Il primo giornale riapparso dopo la caduta talebana, The Kabul Weekly diretto da quel Fahim Dashty rimasto ferito durante l’attentato a Massoud, si trasformò da organo pro mujaheddin in un settimanale indipendente. Fu Dashty a decretarne la svolta ricevendo sostegno economico da danarosi parigini e londinesi. L’esperienza, con non poche difficoltà, è durata meno d’un decennio, s’è interrotta nei mesi scorsi per l’esaurimento di finanziamenti e l’impossibilità di pagare perfino la tipografia. Dal 2004 – periodo in cui Hamid Karzai fu eletto presidente – le inchieste che monitoravano i comportamenti degli uomini forti del regime sono diventate meno frequenti perché il Palazzo accusava gli autori di divulgare tesi talebane o qaediste. Il Capo dello Stato, i Ministri degli Esteri e dell’Informazione si sono resi protagonisti di divieti (visti d’ingresso o autorizzazioni al lavoro negati) a reporter stranieri. L’organo della sicurezza dell’epoca (Amniat Millz) ha ripetutamente represso l’attività giornalistica nonostante la legiferazione sulla stampa introdotta nel 2005 proibisca la censura dei media che si sono registrati presso il Ministero dell’Informazione. Però, in conformità con una legge del 1965, viene conservata la facoltà d’interdire articoli offensivi verso l’Islam e svalutanti nei confronti delle Forze Armate. Sul tema il portavoce del Consiglio degli Ulema Ahmad Manawi è stato in più di un’occasione categorico: “La libertà d’espressione è una conquista importate. Ma essa non può permettere l’insulto del sacro e dei sentimenti religiosi del popolo”. Inoltre l’articolo 130 dell’attuale Costituzione dichiara che nelle circostanze non definite per legge si ricorre al diritto canonico hanafita e all’applicazione della Sharia con le conseguenti punizioni. Parecchi cronisti sono stati accusati di blasfemia e hanno dovuto interrompere l’attività. Nel 2009 ne ha fatto le spese anche il quotidiano Payman definitivamente soppresso.

Violenze

La sequela d’intimidazioni, rapimenti, omicidi che hanno colpito i giornalisti è lunghissima. Col tempo  si sono sommate decine e decine di casi. Si possono fare nomi e cognomi dei cronisti afghani e d’altra nazionalità rimasti vittime, talvolta si possono dare i nomi degli stessi aggressori e mandanti, però non accade nulla. Così il manager di Radio Daikundi che venne indebitamente detenuto dal locale capo della polizia, oppure la giornalista del Cheragh Daily  Katreen Weda, anch’essa arrestata in base ad abuso di potere, hanno vissuto avventure spiacevoli ma meno drammatiche di Asghar Zada, direttore della filogovernativa RTA sfuggito a un attentato nel 2007 o d’un reporter sempre del Cheragh Daily picchiato a sangue dal capo della federazione olimpica di kickboxing. Sono episodi denunciati dalle vittime che paradossalmente si possono catalogare come “minori”. Mentre Catuli, Fuentes, Burton, Haidari,  assassinati alla fine del 2001 sulla via fra Jalalabad e Kabul, non poterono raccontare i risvolti della tragica fine, e sebbene le autorità afghane abbiano avuto l’identità dei sospettati e a uno di loro, il comandante mujaheddin Tahir, fossero trovati effetti personali degli uccisi, non si arrivò a niente. Eppure questo fu un caso eclatante in cui erano coinvolte Italia, Spagna, Australia. Invece per taluni giovani freelance afghani scomparsi senza lasciare traccia non ci fu interessamento alcuno perché non avevano contratti con gruppi editoriali. Erano afghani e poi operatori di un’informazione di serie inferiore. Il governo non intraprese indagini, la Comunità Internazionale volse lo sguardo altrove. Indicativo anche il controverso epilogo della vicenda che nel marzo 2007 coinvolse un altro inviato italiano, Daniele Mastrogiacomo de La Repubblica, sequestrato assieme al collega afghano Ajmal Naqshbandi dalla fazione del mullah Dadullah. Dopo l’efferata decapitazione del loro autista entrambi furoro liberati grazie alla mediazione dell’Ong Emergency, ma a breve ci fu la ricattura e l’assassinio di Naqshbandi che suscitò polemiche per la disparità di trattamento col giornalista italiano e le oscure trattative intessute coi talebani dall’Intelligence di Kabul, cui non sembrava estraneo Karzai in persona. La scia di morte non si fermò. In quel tragico periodo Zakia Zaki di Radio Sohl fu assassinata davanti al figlioletto, e nel 2008 giungeva l’uccisione del cronista norvegese Carsten Thomassen del Dagbladet. Quindi la raccapricciante vicenda di Samad Rohani corrispondente della BBC e di Paihwak, torturato prima d’essere crivellato di colpi, non – come s’affrettò a sostenere il Ministro dell’Interno – dai soliti talebani, bensì dai clan della droga dell’Helmand. All’inverso un episodio come quello dello studente di giornalismo Perwiz Kambakhsh – arrestato e condannato a morte per avere scaricato da Internet e diffuso notizie sul ruolo della donna nell’Islam, e poi graziato da Karzai – risulta veramente unico.

La situazione odierna

Oggi si contano trecento testate, fra cui 15 quotidiani e 7 agenzie stampa,  una trentina di canali televisivi e centinaia di radio. RTA, la Radio Televisione Afghana, voce ufficiale della nazione è tuttora attesa a un servizio pubblico libero e non condizionato. Fra le reti private Ariana Afghanistan TV è stata la prima che dal 1989 si è rivolta alla comunità afghana interna e a quella che vive in altre parti del mondo. Mostra il duplice intento d’informare ed educare la popolazione locale, ancor’oggi afflitta da ampie sacche di analfabetismo, e tener vivo fra i profughi lo spirito nazionale ben oltre le diversità etniche. Tolo TV, che in dari e pastho significa alba, è l’emittente commerciale più seguita. E’ stata lanciata dal Moby Media Group dell’afghano-australiano Saad Mohseni; oggi con profitti superiori ai 20 milioni di dollari conta oltre 400 dipendenti. Dal 2007 trasmette in quattordici città afghane e sta passando le trasmissioni dal satellite Eutelsat a Hotbird perché il segnale giunga anche in Europa dove vivono molti rifugiati. Il suo palinsesto è orientato su generi popolari: talk show, musical, varietà. Nel 2008 la messa in onda di una produzione di Bollywood, seguitissima dal pubblico con giovani di entrambi i sessi che cantano e danzano, creò un caso nazionale perché il Consiglio degli Ulema voleva sopprimerla con l’accusa d’immoralità. La mossa sarebbe risultata molto impopolare e nelle trattative il management di Tolo trovò un compromesso che fu accettato dalle autorità: concedere uno spazio televisivo a un programma improntato sulla lettura del Corano. Sacro e profano riuscirono a coesistere. Degna di menzione è Pajhwok Afghan News, un’agenzia d’informazione indipendente riconosciuta internazionalmente per la qualità del lavoro. Mentre un’importante novità dell’ultimo triennio è The Killid Group, network radiofonico con stazioni da Kabul a Kandahar lanciato da una Ong (Development Humanitarian Services Afghanistan) già presente sul territorio dal 2002. Il network, che vanta trenta partner affiliati e sei milioni di ascoltatori, si dedica alla musica rock ma tratta tematiche culturali, educative, politiche, non ultime scottanti questioni come la violenza domestica, l’abuso sui diritti umani, i crimini di guerra affrontati tramite lo strumento del radiodramma e la divulgazione di cd tematici. L’uso del “Grande fratello televisivo” quale strumento d’influenza palese e occulta sul cittadino-spettatore non poteva mancare di suscitare appetiti anche in Afghanistan. Così si registrano sia investimenti diretti di politici e potentati (la famiglia Karzai, il vicepresidente Kalili, i Signori della Guerra Dostom e Kabuli, l’ayatollah Mohseni) sia le schermaglie fra emittenti, com’è accaduto alla filo sciita Tamadon opposta a Emroz. In queste situazioni visioni ideologiche e confessionali concentrano gli interessi verso la propaganda con svilimento della differenziazione dei palinsesti. Investimenti sicuramente cospicui sono quelli provenienti da Stati Uniti, Iran, Pakistan tutti interessati a orientare le scelte afghane. Con simili presupposti la libertà della professione giornalistica risulta estremamente ridotta, in certi casi addirittura nulla. “Per vivere molti cronisti devono servire gli interessi dei proprietari” hanno dichiarato alcuni di loro in un dossier stilato da ‘Reporters sans Frontières’. Per tacere della certezza della notizia: su alcuni avvenimenti arrivano versioni diverse e contrapposte (quelle della tivù pubblica, di alcune emittenti private, dell’Isaf, dei talebani, di media stranieri) riguardo non alla lettura politica e all’analisi dei fatti ma sugli stessi accadimenti. Anche i Taliban sono da tempo attenti all’informazione, utilizzano molto il web con un sito ufficiale in tre lingue. Poi esistono emittenti in FM di tendenza jihadista. Accanto alla propaganda attuano tatticamente la diffusione di notizie false, cui fa da contraltare da parte delle Forze Isaf e dei media utilizzati dal governo Karzai l’occultamento di notizie, soprattutto stragi e violenze sui civili. Tutto ciò nonostante l’Esecutivo abbia creato un Centro dei Media che mantiene i rapporti con le maggiori strutture dell’informazione. Insomma, in questa fase l’Afghanistan vede una presenza molteplice della comunicazione ma, come abbiamo ricordato, esistono pressione e violenza contro quel giornalismo libero che attraverso reportage di denuncia della corruzione amministrativa, delle connivenze politiche col traffico della droga, del business della guerra cerca di rompere il clima di paura e omertà. Simili inchieste trovano mille ostacoli nonostante la presunzione di garanzia dichiarata dal governo. Spesso alle vibranti proteste dell’Afghanistan National Journalist Union si risponde con un nulla di fatto. In più da molti mesi si riscontrano crescenti problemi di agibilità logistica, la professione si può svolgere, forse, su un terzo del territorio. La discriminazione delle donne è aumentata a tal punto che all’ottimismo capace di spronare tante giovani verso il giornalismo dopo la caduta del regime deobandi, s’è sostituita una controtendenza. La percentuale del 70% di adesioni femminili registrata fino al 2007 sta crollando al 30% circa attuale.   

28 settembre 2011

Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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