I DIRITTI DELLE DONNE IN ARABIA SAUDITA E NEL MONDO ARABO

Intervista a Barbara Schiavulli

Donne al voto. Con una dichiarazione storica il re d’Arabia Saudita Abdullah bin Abdul Aziz ha annunciato la concessione del diritto di voto alle donne. Ha anche affermato che le donne potranno candidarsi alle elezioni municipali. Queste dichiarazioni aprono per le donne saudite una timida speranza sul riconoscimento dei diritti civili. Diritti che sino ad oggi nel regno wahabita sono stati quasi inesistenti per le donne. Forse questa potrebbe essere solo una mossa strategica da parte di re Abdullah, preoccupato per un possibile coinvolgimento anche del suo stato nella “primavera araba”, la stagione delle rivoluzioni che ha spazzato via il regime libico insieme a quello egiziano e tunisino. Una mossa per contenere le richieste di riforme e di concessione dei diritti civili che stanno avanzando tutte le popolazioni arabe. Su tutto questo abbiamo sentito l’opinione di Barbara Schiavulli, giornalista e scrittrice, che è stata più volte in Medio Oriente come corrispondente di guerra:

Siamo davvero dinanzi a una svolta sul tema del diritti civili per le donne in Arabia Saudita?
Credo sia un passo avanti, parlare di svolta è ancora presto. Il fatto che le donne votino nelle amministrative non significa che le donne siano all’improvviso libere. Ancora non possono guidare la macchina, non che conti guidare la macchina, ma conta il poter scegliere, e questo le donne non lo fanno in Arabia e in molti altri posti. Le svolte epocali in ogni caso non esistono più. Le donne istruite nel mondo sanno che cosa non hanno e cosa hanno le altre. Sanno quello che vogliono, si tratta di un processo lungo e difficile, ma che è inesorabile. Sono piccoli passi, una lotta che non è solo delle donne, ma anche degli uomini che credono che ci possa essere un mondo dove essere donne e uomini davanti allo Stato sia la stessa cosa. Nei Paesi musulmani, ma anche in altri contesti, il problema vero è scardinare la tradizione e l’ignoranza. Prendo l’esempio dell’Afghanistan, il burqa non è imposto da nessuno se non dai mariti o dalla consuetudine. Le botte a casa (il 70 per cento delle donne afghane subisce abusi in famiglia) sono normali perché così è sempre stato, e molte donne non sanno neanche che ci si può ribellare, e spesso chi lo fa e magari fugge, finisce in prigione, e adora starci perché nessuno le tratta male. Eppure il 25 per cento delle donne fanno parte del parlamento afgano. Quindi avere una rappresentanza politica è un piccolo passo avanti, ma le menti devono cambiare, prima degli avvenimenti, se no poco conta.

La caduta dei regimi di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali porterà ad un progresso sul tema dei diritti civili per le donne in Libia, Egitto e Tunisia ? Ci si augura che porti ad una apertura nella discussione, ne sono convinta per quanto riguarda l’Egitto e la Tunisia, percorso diverso sarà per la Libia. Tunisia ed Egitto hanno una società civile forte, hanno donne importanti e di riferimento. Hanno esempi positivi. Ci sono scrittrici, politiche, intellettuali. Sono agguerrite. La Libia viene da una dittatura che ha tentato di cancellare la cultura, in generale, femminile e maschile. Ha azzerato la passione intellettuale. Le ci vorrà più tempo, perché ci sono bisogni più importanti da soddisfare, quali creare una nuova concezione di Stato, la sicurezza; e i diritti delle donne passeranno in secondo piano.

Nella tua veste di corrispondente di guerra tu hai avuto modo di conoscere bene il Medio Oriente. Complessivamente quanto e cosa vi è da fare ancora sul tema dei diritti civili in tutta l’area ?
I diritti civili sono qualcosa che non si rinnova, ma che bisogna curare. In Medio Oriente così come nei Paesi occidentali. Paradossalmente in Medio Oriente è più facile, i problemi sono concreti. Tutto quello che fai o dai, migliora un po’ la situazione. Da noi invece, è molto più complesso, i problemi sono più sottili. Ma il risultato è che ancora le nazioni non sono al passo con le esigenze delle donne, e di conseguenza con la società in generale. Non mi piace che le donne in Arabia Saudita non guidino la macchina se vogliono farlo, così come non mi piace che una donna debba essere fisicamente sfruttata per finire in parlamento in Italia. O che gli sia imposto di non mettere il velo in Francia con la scusa di migliorare i suoi diritti. La libertà non sta nell’imporre di essere liberi, ma ne poter scegliere quello che si vuole essere. Per gli uomini è scontato, per le donne in molti Paesi ancora no. Come giornalista e scrittrice, credo che uno dei modi principali per contrastare gli abusi sulle donne e la caduta dei diritti, sia attraverso l’istruzione e la cultura. Noi dobbiamo sapere e loro devono essere consapevoli.

Nicola Lofoco, laureato in Scienze politiche, è giornalista free lance dal 2000; si è occupato per diverso tempo di radio e tv; oltre ad aver collaborato con diverse testate online, è stato nella redazione de L’ Unità, La  Rinascita, e del Riformista dove si è occupato di politica estera

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