24/10/2011
Original Version: اعدام القذافي ومهمة الناتو
L’esecuzione di Gheddafi non è in accordo con l’aspirazione a una Libia democratica, fondata sulla giustizia, sui diritti umani e sul buon governo – scrive il noto giornalista palestinese Abdel Bari Atwan
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Aumentano gli indizi e le prove che confermano l’esistenza di un accordo preventivo tra i sostenitori del Consiglio nazionale transitorio (CNT) libico e i leader dei paesi della NATO per liquidare fisicamente il colonnello Gheddafi, i suoi figli e coloro che gli erano vicini (invece di prenderli vivi) per evitare di sottoporli a un giusto processo che avrebbe potuto rendere di dominio pubblico segreti e dossier alla cui rivelazione costoro sono contrari – in particolare quelli legati alla collaborazione dei servizi di sicurezza occidentali con il precedente regime nel reprimere, torturare, ed assassinare personalità libiche di opposizione.
Le immagini non mentono, tanto più essendo registrazioni dal vivo. Abbiamo visto filmati trasmessi dai canali satellitari che mostrano l’ex leader libico camminare sulle proprie gambe ed implorare misericordia ai suoi carcerieri, e di non ucciderlo. Così come abbiamo visto immagini dal vivo di suo figlio Mu’tassim disteso a terra mentre muove le mani, senza una sola goccia di sangue sul suo corpo. Poi in altre immagini era ormai un cadavere esanime, con un grosso foro tra il torace e il collo. Il medico legale che ha esaminato la salma ha affermato che tale foro era stato prodotto da un’arma pesante, ed è stato confermato che la sua esecuzione è avvenuta dopo l’esecuzione di suo padre con un colpo alla testa. La stessa cosa è avvenuta con il generale Abu Bakr Yunis Jaber, il ministro della difesa.
La signora Safiya Farkash, vedova del defunto leader, ha presentato una richiesta ufficiale alle Nazioni Unite affinché investigassero sulle circostanze della sua esecuzione. L’ufficio dell’ONU per i diritti umani ha annunciato la propria decisione di compiere un’inchiesta sull’uccisione del leader libico, dopo che era stato arrestato in vita.
Colpisce il fatto che tutti i leader dell’Occidente “libero”, i quali non smettono di darci lezioni sul rispetto dei diritti umani e sull’applicazione dello stato di diritto, non abbiano criticato l’esecuzione, anzi le abbiano dato la loro benedizione. Possiamo soltanto immaginarci quale sarebbe stata la posizione di costoro se Hamas avesse giustiziato il soldato israeliano Gilad Shalit ed avesse esposto il suo cadavere nelle strade di Gaza.
Certo, Muammar Gheddafi era un criminale sanguinario, che aveva inferto severe punizioni ai figli del suo popolo – individui liberi, nobili, la cui caratteristica è la modestia, la dignità e la fierezza, e che si accontentano di pochissimo – privandoli degli elementi più basilari di una vita dignitosa, ma ciò non significa che egli dovesse essere trattato come trattava i suoi avversari ed i suoi oppositori che chiedevano una magistratura equa ed un minimo rispetto dei principi e dei valori legati ai diritti umani.
Personalmente sono rimasto scioccato vedendo alcuni elementi fedeli al CNT far piovere percosse, anche con le scarpe, sulla testa di un uomo ferito, e trascinarlo a terra. E lo shock è stato ancora maggiore quando è stato mostrato il suo cadavere e quello di suo figlio Mu’tassim in un sudicio contenitore ai passanti di Misurata, come se non vi fosse alcun rispetto per la morte.
Alcuni funzionari della “nuova” Libia sostengono che la sua uccisione risparmi complessi procedimenti giudiziari che avrebbero potuto prolungarsi ed influire negativamente sul processo di transizione e sulla costruzione delle istituzioni dello Stato. Ma i sostenitori di questa argomentazione dimenticano che essi vogliono che queste istituzioni siano democratiche, fondate sulla giustizia, sui diritti umani e sul buon governo. Non crediamo che l’esecuzione del leader libico e dei suoi uomini sia in accordo con queste aspirazioni.
Sin dall’inizio abbiamo espresso la nostra diffidenza sulle intenzioni della NATO e del suo intervento in Libia, non perché fossimo contrari a proteggere il popolo libico dai massacri di Gheddafi e dei suoi uomini – una missione nobile che appoggiamo con forza – ma perché siamo consapevoli che questo intervento è arrivato per altre ragioni, non umanitarie ma essenzialmente coloniali.
Non è strano che le operazioni e le incursioni della NATO siano proseguite anche dopo la caduta della capitale Tripoli ed il crollo del regime del colonnello Gheddafi, e dopo che un manipolo di suoi sostenitori si era rifugiato nelle città di Sirte e Bani Walid – e questo con il pretesto di proteggere i civili libici? Ma di quali civili parlano costoro? Quelli che gli aerei della NATO bombardavano in queste due città erano i sostenitori del CNT, o gli oppositori del regime del tiranno?
Non è un caso che l’Alleanza atlantica e i suoi leader abbiano annunciato la fine della loro missione in Libia meno di 24 ore dopo l’uccisione del leader libico, di suo figlio e del suo ministro della difesa, giacché la missione della NATO non era affatto quella di proteggere i civili. Questa era una scusa. Non lo era invece cambiare il regime ed ucciderne i vertici.
Con l’esecuzione di Gheddafi nella maniera sanguinosa a cui, insieme a tutto il mondo, abbiamo assistito, la Libia ha chiuso una pagina nera della sua storia. L’augurio è che la nuova pagina che il paese intende aprire sia migliore, all’insegna della tolleranza e del superamento della propensione alla vendetta e alla rivalsa, di cui abbiamo visto le immagini più brutte con la liquidazione dei simboli del passato regime.
E’ vero che la Libia possiede le risorse finanziarie – ed in grande quantità, visto che vi sono più di 160 miliardi di dollari congelati nei conti europei ed americani del vecchio regime, e visto che le entrate derivanti dal petrolio sono dell’ordine dei 50 miliardi di dollari l’anno. I soldi certamente aiutano, ed anzi accelerano la soluzione di molti problemi, ma l’arma del denaro rimarrà insufficiente ed inefficace se non verrà rapidamente restaurata l’unità nazionale e raggiunta una riconciliazione, e di conseguenza ristabilita la convivenza fra le diverse tribù e le differenti regioni del paese, in base a uno spirito che sia lontano dalla “logica del vincitore e dello sconfitto”.
L’informazione araba, ed in particolare quella dei canali satellitari, ha giocato un ruolo di primo piano nel falsificare i fatti, ed è uscita molte volte dall’ambito della professionalità. Ciò non significa che l’informazione occidentale sia stata migliore. E’ giunto il momento che questa informazione faccia ammenda dei propri errori e lavori per preservare l’integrità territoriale della Libia e rafforzare i legami di solidarietà tra i figli del suo unico popolo.
Temiamo che la Libia possa andare incontro alla divisione e alla frammentazione, così come temiamo che possa andare incontro all’instabilità e sprofondare in conflitti interni, anche dopo l’esecuzione di Gheddafi. Vi sono numerosi segnali che rafforzano questi timori: il caos delle armi, i contrasti fra liberali e islamici, e quelli fra libici orientali ed occidentali. Questi timori sono stati espressi da alcuni fra gli stessi leader del nuovo governo transitorio.
Non vi è nessuno che provi simpatia per il colonnello Gheddafi – e se del tutto vi fossero dei simpatizzanti in patria e all’estero, sarebbero una sparuta e timida minoranza che non ha il coraggio di manifestare la propria simpatia, poiché la storia di quest’uomo sanguinario non ha potuto guadagnarsi molti amici. L’auspicio è che i nuovi governanti della Libia siano l’esatto contrario di Gheddafi, che non siano mossi da rancori e desideri di vendetta, siano molto cauti e non eccedano nell’ottimismo, dopo che abbiamo visto la giustizia dei fuorilegge applicata contro coloro che dissentivano, anche quando attraversavano i loro più gravi momenti di debolezza e di caduta.
Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano panarabo “al-Quds al-Arabi”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)














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