
Con l’ingresso nell’UNESCO ottenuto la scorsa settimana, l’ANP del presidente Mahmoud Abbas ha compiuto un altro passo nella sua campagna per ottenere il riconoscimento della Palestina all’ONU e presso le altre organizzazioni affiliate alle Nazioni Unite.
La decisione dell’UNESCO di accogliere la Palestina ha tuttavia scatenato una dura reazione da parte degli Stati Uniti e di Israele, che hanno deciso entrambi di sospendere i propri finanziamenti a questa organizzazione internazionale. I finanziamenti USA, in particolare, ammontano al 22% dei fondi totali versati all’UNESCO, e la loro interruzione crea seri problemi all’organizzazione.
LA POLITICA DEL CASTIGO
Come ulteriore ritorsione, il governo israeliano ha deciso di accelerare la costruzione di 2.000 unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est (ovvero in aree che dovrebbero essere parte integrante del futuro Stato palestinese, ma che secondo Israele “rimarranno in mani israeliane in qualsiasi futuro accordo”), e di bloccare il trasferimento all’ANP delle entrate derivanti dalle tasse doganali.
Questi soldi provengono dai dazi doganali imposti sui beni importati nei Territori palestinesi; sono dunque soldi di proprietà palestinese, che vengono raccolti da Israele in base agli accordi di Oslo. Tali fondi ammontano a circa 100 milioni di dollari al mese, equivalenti più o meno a metà delle entrate interne dell’ANP.
La decisione israeliana di sospendere – per il momento temporaneamente, in attesa di una decisione definitiva – il trasferimento di questi fondi rappresenta dunque un “furto” agli occhi dei palestinesi, che arreca un grave danno all’ANP in un momento già difficile per la sua fragile economia.
Tale decisione si somma infatti alla recente risoluzione del Congresso americano di congelare centinaia di milioni di dollari in aiuti, a seguito dell’iniziativa palestinese per ottenere il riconoscimento da parte dell’ONU (di neanche due giorni fa è il “ripensamento” della Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentati che ha deciso di sbloccare 200 milioni, ma una cifra equivalente in aiuti economici rimane tuttora congelata).
Tanto per fare un paragone, la scelta di bloccare i fondi palestinesi è la stessa che venne fatta da Israele – in quel caso in via definitiva – all’indomani della vittoria (democratica) di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006.
Quest’anno il governo Netanyahu aveva sospeso già una volta il trasferimento dei fondi, in occasione dell’accordo di riconciliazione concluso tra l’ANP e Hamas.
E tanto più patetico appare il disappunto espresso dalla Casa Bianca di fronte alla decisione israeliana, alla luce del precedente congelamento degli aiuti americani ai palestinesi da parte del Congresso. E’ infatti evidente che sia Israele che gli Stati Uniti adottano nei confronti dell’ANP una “politica del castigo” non appena i palestinesi seguono una linea politica che non si accorda al volere di Washington o di Tel Aviv.
Ancor più paradossale è il fatto che l’Autorità palestinese venga punita per aver scelto di seguire le vie della legalità internazionale – rivolgendosi all’ONU, o cercando di accedere all’UNESCO – piuttosto che quelle della resistenza armata o del terrorismo.
La Casa Bianca ha in effetti motivato la propria condanna dell’adesione palestinese all’UNESCO affermando che l’unico modo in cui i palestinesi possono ottenere uno Stato è attraverso negoziati bilaterali con Israele; ma è proprio la constatazione che tali negoziati hanno fallito, e che le dinamiche della politica interna americana impediscono a Washington di essere un mediatore imparziale nel processo di pace, ad aver spinto l’ANP a rivolgersi all’ONU e alle altre organizzazioni internazionali.
LEGITTIMITA’ DELL’INIZIATIVA PALESTINESE
In particolare, va sottolineata la legittimità dell’iniziativa palestinese di aderire all’UNESCO. Come ogni altra popolazione del mondo, i palestinesi hanno il diritto di difendere il proprio patrimonio culturale e di usufruire dei programmi di questa organizzazione nei settori dell’istruzione, della scienza e della cultura.
Nel 1972 l’UNESCO ratificò la Convenzione sul patrimonio dell’umanità con l’obiettivo di preservare siti di alto valore culturale e naturalistico in tutto il mondo. I siti che entrano a far parte della lista dell’UNESCO senza dubbio ne traggono beneficio in diversi modi, ed in particolare attraverso una maggiore sensibilizzazione sul loro stato di conservazione e attraverso la possibilità di accedere a fondi che ne garantiscano la salvaguardia.
Siti palestinesi di enorme importanza culturale e religiosa per tutte e tre le fedi monoteiste, come la Chiesa della Natività a Betlemme, e la Moschea di Abramo e la Tomba dei Patriarchi a Hebron (al-Khalil per i palestinesi), e luoghi di alto valore naturalistico come il Mar Morto, che attualmente versano in condizioni di profondo degrado, potranno essere meglio protetti grazie all’ingresso della Palestina nell’UNESCO.
Il popolo palestinese, come ogni altro popolo del mondo, ha il diritto di preservare la propria storia e il proprio patrimonio culturale, senza discriminazioni odiose o esclusioni dettate da ragioni politiche. Ed è proprio questa la funzione dell’UNESCO: proteggere e salvaguardare la dignità di tutte le culture.
AUTOLESIONISMO AMERICANO…
E’ dunque singolare che gli Stati Uniti pretendano capricciosamente di “tirarsi fuori dal gioco”, ovvero di sospendere il proprio sostegno a organizzazioni che simboleggiano la legalità internazionale (come l’UNESCO), ogniqualvolta non riescono a imporre il proprio volere alla comunità internazionale.
Ben 107 nazioni hanno votato a favore dell’ingresso della Palestina nell’UNESCO, fra cui Russia, Cina, India, Brasile – e persino la Francia. A fronte di questa schiacciante maggioranza, solo 14 paesi hanno votato per il “no” (fra cui Stati Uniti, Canada e Germania, oltre che la stessa Israele). L’Italia, insieme alla Gran Bretagna, è stata fra i 52 paesi che si sono astenuti (a questo proposito si potrebbe notare la stridente differenza tra l’assertiva politica estera di Parigi – improntata all’affermazione della tradizionale “indipendenza” francese da Washington, e determinata a ritrovare un proprio spazio nel Mediterraneo – e la “non-politica” estera italiana).
Il voto dell’UNESCO conferma dunque che la campagna dell’ANP volta a portare la questione palestinese all’attenzione delle Nazioni Unite gode dell’appoggio e della simpatia di gran parte della comunità internazionale. Tale voto rappresenta anche un avvertimento per gli Stati Uniti, che ricorda loro quanto stia declinando l’influenza americana a livello globale, in particolar modo per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese.
La decisione di Washington e Tel Aviv di sospendere il proprio appoggio all’UNESCO dimostra tuttavia che nessuno di questi due paesi vuole venire a patti con questa realtà, e rappresenta perciò anche un campanello d’allarme per la coesione della comunità internazionale. Tale decisione determina infatti un precedente pericoloso secondo cui qualunque paese può recedere dai propri impegni nei confronti degli organismi internazionali nel momento in cui questi ultimi prendono una decisione che non lo soddisfa.
La decisione americana non fa altro che dare l’impressione che per Washington la tanto decantata – ed in passato così frequentemente invocata – “legalità internazionale” sia tale solo quando coincide con la legalità “israelo-americana”.
A onor del vero, bisogna chiarire che, decidendo di sospendere i finanziamenti all’UNESCO, l’amministrazione Obama ha semplicemente agito in obbedienza a una legge dello Stato americano. Tale legge, approvata dal Congresso nei primi anni ’90 su pressione della lobby filo-israeliana, richiede che gli Stati Uniti non finanzino organizzazioni dell’ONU che dovessero ammettere la Palestina come membro. E il presidente non può imporre nessuna deroga a questa legge, neanche in casi di interesse nazionale (come invece solitamente avviene).
Ora, nel caso dell’UNESCO l’interesse nazionale c’è, poiché questa organizzazione contribuisce fra l’altro a diffondere i valori culturali americani. Ma soprattutto, l’interesse nazionale degli USA sarebbe ancor più danneggiato qualora Washington decidesse di smettere di finanziare altre organizzazioni affiliate all’ONU nel momento in cui i palestinesi dovessero aderirvi (l’ANP ha intenzione di chiedere l’adesione ad altre 16 agenzie ONU).
Ad esempio, affinché le società americane possano risolvere a proprio vantaggio eventuali dispute sulla proprietà intellettuale con paesi come la Cina (sono stati fatti gli esempi di Google, Apple, ecc.), è cruciale che gli Stati Uniti siano un membro rispettato dell’Organizzazione Mondiale sulla Proprietà Intellettuale (WIPO). Ma se Washington smettesse di finanziare questa organizzazione, non potrebbe certo aspettarsi di mantenere un’influenza invariata al suo interno.
Un discorso analogo vale per organismi come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ecc..
Obama in questo caso ha le mani legate. Solo il Congresso potrebbe modificare questa norma che lede gli interessi americani. Tuttavia, come ha sottolineato l’analista ebreo americano MJ Rosenberg (notoriamente critico nei confronti dell’eccessiva influenza della potente lobby filo-israeliana a Washington – l’AIPAC – all’interno della politica americana), ciò significherebbe anteporre gli interessi nazionali all’esigenza di accontentare i potenti donatori della lobby, per di più in un periodo di campagna elettorale. “Quand’è l’ultima volta che ciò è accaduto?”, si chiede retoricamente Rosenberg.
…E AUTOLESIONISMO ISRAELIANO
L’atteggiamento del governo Netanyahu appare ugualmente autolesionistico. Sospendere i finanziamenti israeliani all’UNESCO vuol dire infatti indebolire un’organizzazione che ha tradizionalmente lavorato per diffondere i valori della tolleranza e promuovere la comprensione dell’Olocausto e della tragedia degli ebrei.
Il blocco israeliano dei fondi palestinesi, affiancato al taglio degli aiuti americani, significa invece che le forze di sicurezza dell’ANP potrebbero non ricevere salari nei prossimi mesi. E si tratta di quelle stesse forze di sicurezza che secondo Tel Aviv hanno avuto il merito di mantenere l’ordine in Cisgiordania negli ultimi anni, con grande vantaggio di Israele. Più in generale, una paralisi dell’ANP non andrà certo a vantaggio della sicurezza dello Stato ebraico.
Per questa ragione in America vi è chi ha cinicamente proposto di non tagliare i fondi per le forze di sicurezza dell’ANP, ma solo quelli per i progetti sociali e di sviluppo (e la decisione della Commissione affari esteri del Congresso, due giorni fa, di “scongelare” 200 milioni per la “sicurezza” va proprio in questa direzione). Ciò tuttavia significa trasformare una volta per tutte le forze di sicurezza palestinesi nel braccio armato dell’occupazione israeliana, con conseguenze disastrose per la legittimità dell’ANP agli occhi dei cittadini palestinesi.
In generale, punire l’approccio nonviolento di Mahmoud Abbas vuol dire spingere deliberatamente i palestinesi verso l’estremismo, e sul medio e lungo periodo potrebbe anche portare al crollo dell’ANP.
L’ANP è finanziata in gran parte dai donatori internazionali, e questo permette a Israele di gestire la propria occupazione della Cisgiordania con costi relativamente contenuti. Ma di fronte all’intransigenza israeliana, si stanno moltiplicando a Ramallah le voci che chiedono di smantellare l’ANP, poiché fra i palestinesi cresce la consapevolezza che essa viene mantenuta in vita da Washington e Tel Aviv ad esclusivo vantaggio di Israele.
Sciogliendo l’ANP i costi dell’occupazione ricadrebbero pienamente sulle spalle dello Stato israeliano. Israele, in qualità di potenza occupante, a quel punto avrebbe l’obbligo giuridico di gestire la sicurezza nei Territori palestinesi, e di garantire l’istruzione, l’assistenza sanitaria e gli altri servizi alla popolazione palestinese, con conseguenti spese enormi per Tel Aviv.
Allo stato attuale, lo scenario di uno scioglimento dell’ANP non appare imminente: il suo presidente Mahmoud Abbas ha riacquisito una certa popolarità in Cisgiordania a seguito della sua campagna diplomatica all’ONU, e sembra determinato a rafforzare la legittimità dell’ANP anche all’estero attraverso questa stessa campagna.
Ma se il tentativo di ottenere un riconoscimento all’ONU dovesse fallire, in assenza di un processo negoziale credibile, e con la situazione interna ulteriormente inasprita dal possibile prolungarsi del blocco dei fondi da parte israeliana, lo smantellamento dell’ANP potrebbe rimanere l’ultima carta da giocare per un Abbas ormai con le spalle al muro.
UN GOVERNO CHE NON VUOLE LA PACE
In effetti, il governo Netanyahu sembra avere difficoltà sempre maggiori a giustificare la sua politica intransigente nei confronti dei palestinesi.
Per anni Tel Aviv ha affermato che Abbas non poteva offrire adeguate garanzie di sicurezza in un eventuale accordo di pace poiché non aveva il controllo di Gaza (nelle mani dell’organizzazione “terroristica” Hamas a partire dal 2007). Per la stessa ragione il governo Netanyahu si è sempre opposto a un accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, in modo da non dover fare i conti con un interlocutore palestinese unitario.
Ora però la situazione appare cambiata. L’ANP di Abbas ha compiuto il “miracolo” di imporre l’ordine e la sicurezza in Cisgiordania. In innumerevoli occasioni il presidente palestinese ha dimostrato di essere pronto a fare concessioni senza precedenti agli israeliani, e di essere il leader palestinese più “moderato” con cui Tel Aviv abbia mai avuto a che fare. Il suo status internazionale è cresciuto in conseguenza della sua campagna diplomatica all’ONU.
A Gaza, Hamas è stato ridotto all’impotenza; è stato ulteriormente indebolito dalla Primavera Araba, che ha provocato la rottura fra il movimento ed il regime siriano che finora ha ospitato i suoi leader; è apparso un partner affidabile nell’episodio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit; si è più volte dimostrato disponibile a una riconciliazione con l’ANP; e i suoi leader hanno ripetutamente dichiarato di accettare di fatto uno Stato palestinese entro i confini del ’67. Per altro verso, l’inumano assedio alla popolazione di Gaza ha contribuito ad isolare ulteriormente Israele a livello internazionale.
Di fronte a tutto ciò, il governo Netanyahu continua ad affermare che Gerusalemme Est è parte inalienabile di Israele, promuove senza sosta la politica di espansione degli insediamenti, non vuol sentir parlare di profughi palestinesi, chiede che i palestinesi riconoscano preventivamente il “carattere ebraico” di Israele, e pretende di mantenere il controllo militare su parti consistenti di un futuro Stato palestinese, il quale in base alle sue concezioni sarebbe ridotto a un insieme di énclave territorialmente separate, e di fatto incapace di sopravvivere.
Come hanno scritto anche alcuni commentatori israeliani, una simile ostinazione a non fare concessioni, ed in generale una politica così intransigente, potranno essere portate avanti da Netanyahu sul medio e lungo periodo solo se il suo governo riuscirà a dimostrare all’opinione pubblica interna ed al mondo di avere un nemico “credibile”, di dover fronteggiare una “minaccia” che impedisce la pace.
Il gruppo della Jihad Islamica a Gaza potrebbe fare al caso del premier israeliano.
LA JIHAD ISLAMICA COME NUOVO NEMICO
Una decina di giorni fa, pochi razzi lanciati da Gaza contro Israele, e finiti nei campi senza provocare vittime, hanno fornito a Tel Aviv il pretesto per lanciare una dura offensiva aerea contro i militanti della Jihad Islamica.
Va ricordato che nel caos che regna a Gaza – un territorio soffocato dall’assedio israeliano, e che ancora oggi non si è ripreso dalla durissima aggressione israeliana dell’inverno 2008-2009 – Hamas ha difficoltà a imporre l’ordine sulla miriade di gruppuscoli armati (e soprattutto sulla Jihad Islamica) i quali di volta in volta sfidano la sua supremazia riuscendo a lanciare qualche razzo in direzione di Israele (per fortuna spesso senza gravi conseguenze).
Nell’ultimo caso la Jihad Islamica ha negato ogni responsabilità, ma resta il fatto che la rappresaglia israeliana si è concentrata sui suoi militanti, diversi dei quali sono stati uccisi. La reazione del gruppo non si è fatta attendere, con decine di razzi che sono stati lanciati contro Israele, e un’escalation che solo a fatica è stata alla fine ridimensionata attraverso una mediazione condotta dall’Egitto.
Malgrado la fragile tregua, il governo israeliano ha però ordinato all’esercito di prepararsi per una possibile offensiva di terra a Gaza. Dal canto suo, la Jihad Islamica ha rilasciato dichiarazioni bellicose, affermando di non ritenere che la tregua durerà molto, e vantandosi di avere 8.000 miliziani pronti a combattere.
Tutto ciò avveniva proprio in coincidenza con il voto dell’UNESCO che sanciva l’adesione dell’ANP a questo organismo delle Nazioni Unite.
Quello con la Jihad Islamica si preannuncia come il prossimo eventuale confronto violento che potrebbe contrapporre un gruppo palestinese a Israele. L’ascesa della Jihad a Gaza sta mettendo in discussione la stessa supremazia di Hamas.
Mentre Hamas ha ultimamente concentrato gran parte delle proprie energie nello sforzo di governare la Striscia, la Jihad è rimasta focalizzata sulla lotta armata. Secondo alcuni, il gruppo starebbe ricevendo armi da Siria e Iran a scapito di Hamas, “colpevole” di non aver appoggiato la repressione compiuta dal regime di Damasco ai danni della popolazione siriana.
E’ interessante notare che lo stesso governo egiziano, nel mediare la tregua con Israele, ha trattato direttamente con la Jihad invece che con Hamas, che pure rappresenta l’autorità a Gaza. Ciò potrebbe segnalare un interesse, da parte del Supremo Consiglio delle Forze Armate al potere in Egitto, a “controbilanciare” il successo recentemente registrato da Hamas grazie allo scambio di prigionieri con Israele (mediato anch’esso dall’Egitto), offrendo questo “riconoscimento” alla Jihad Islamica.
LE MINACCE ALL’IRAN E IL RAPPORTO DELL’AIEA
Tuttavia l’escalation con la Jihad Islamica a Gaza non è stato l’unico fattore che ha contribuito a distogliere l’attenzione interna ed internazionale dal successo palestinese all’UNESCO.
In quegli stessi giorni, infatti, Netanyahu ha nuovamente fatto ricorso alla propria dura retorica anti-iraniana, dopo un periodo di relativo silenzio, minacciando un attacco contro Teheran.
Come ha scritto il rispettato giornalista israeliano Nahum Barnea sul quotidiano Yedioth Ahronoth, Netanyahu continua a ripetere ossessivamente che Ahmadinejad è Hitler, e paragona implicitamente se stesso a Winston Churchill. Cinque anni fa, riguardo alla questione iraniana disse: “Siamo nel 1938, e l’Iran è la Germania”.
Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, pur ricorrendo a una retorica meno colorita rispetto a quella di Netanyahu, nei confronti dell’Iran ha una posizione ugualmente interventista.
Ma cosa ha spinto il governo israeliano a lanciare improvvisamente nuove minacce contro l’Iran?
Yoel Marcus, dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz, ha scritto che “l’impressione è che Barak e Netanyahu, non riuscendo a fare le necessarie concessioni per raggiungere un accordo diplomatico con i palestinesi, abbiano deciso di spaventare il paese e il mondo con la minaccia nucleare iraniana e la necessità di estirparla”.
Al di là di questa esigenza, vi è poi una “coincidenza” significativa: le minacce israeliane sono esplose pochi giorni prima della pubblicazione dell’atteso rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che avrebbe dovuto documentare gli sforzi iraniani di convertire il proprio programma nucleare all’uso bellico.
Ancor prima della pubblicazione, inoltre, i contenuti di tale rapporto sono misteriosamente “filtrati” su tutti i principali giornali occidentali. Le “indiscrezioni” hanno tuttavia messo in evidenza che, se da un lato vi sono “ragionevoli sospetti” a carico dell’Iran, dall’altro manca la cosiddetta “pistola fumante”, ovvero la prova inconfutabile che Teheran stia tentando di costruire un’arma atomica.
E’ perciò difficile che il rapporto dell’AIEA porti all’adozione di ulteriori sanzioni in sede ONU contro l’Iran. Cina e Russia si sono affrettate a mettere le mani avanti, tanto più che ulteriori sanzioni andrebbero inevitabilmente a colpire il settore energetico iraniano, nel quale sia Mosca che Pechino hanno notevoli interessi.
Del resto la stessa credibilità dell’AIEA agli occhi di alcuni non è ineccepibile. In particolare, l’indipendenza del suo direttore generale, il giapponese Yukiya Amano, non è ritenuta da molti all’altezza del suo predecessore Mohamed ElBaradei, dopo che lo scorso anno Wikileaks aveva rivelato che egli aveva incontrato alcuni diplomatici americani prima di assumere il proprio incarico, dichiarando loro che si sarebbe posizionato “saldamente nel campo americano su ogni decisione chiave di natura strategica”.
Fra l’altro, come ha rivelato il New York Times, ancora pochi giorni fa Amano si è recato alla Casa Bianca per discutere con alcuni esponenti del Consiglio per la Sicurezza Nazionale i contenuti del rapporto di prossima pubblicazione, sebbene l’amministrazione USA abbia perfino evitato di confermare questo incontro.
LE REALI INTENZIONI DI ISRAELE
Ma in ogni caso, al di là delle ripercussioni internazionali che avrà il rapporto dell’AIEA, le minacce israeliane probabilmente non si esauriranno – avendo Tel Aviv mostrato poco interesse ad appurare effettivamente se le capacità iraniane di costruire una bomba atomica siano reali o solo presunte, e se al di là delle capacità teoriche gli iraniani abbiano davvero intenzione di costruire un simile ordigno, e soprattutto di usarlo (lo scopo primario di un’eventuale bomba iraniana sarebbe in effetti di natura deterrente più che offensiva, diretto cioè ad evitare un attacco all’Iran).
Come hanno scritto diversi analisti, le minacce di Tel Aviv verosimilmente non preludono a un intervento militare diretto da parte israeliana (molti in Israele si rendono conto delle conseguenze catastrofiche che una simile decisione avrebbe per Tel Aviv e per l’intera regione), ma rappresentano un modo per esercitare pressione sull’amministrazione USA affinché adotti ulteriori sanzioni nei confronti di Teheran, le quali eventualmente contribuiscano a rovesciare il regime islamico (magari grazie a una “Primavera Iraniana”), o come extrema ratio aprano la strada a un intervento militare americano.
E’ in effetti possibile che, anche in assenza di nuove sanzioni sancite dall’ONU, gli Stati Uniti e l’Europa procedano ad imporre ulteriori sanzioni unilaterali. La Commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti americana ha già presentato un disegno di legge per l’imposizione di sanzioni ancora più pressanti.
Ciò ha addirittura spinto un candidato repubblicano, Ron Paul, ad ammonire che quando si adottano sanzioni così dure, esse sono “un atto di guerra”. Purtroppo, però, Paul rappresenta un’eccezione, e la gran parte dei candidati presidenziali repubblicani ha usato toni molto aspri contro l’Iran, spingendosi in diversi casi ad appoggiare apertamente un intervento militare.
Negli Stati Uniti il dato preoccupante è che la questione iraniana sta diventando uno strumento di politica interna nella guerra senza quartiere che i repubblicani stanno muovendo a Obama per impedire una sua rielezione “by all means”.
Come ha scritto l’analista iraniano-americano Trita Parsi, essendo rimaste ormai poche possibilità di adottare ulteriori misure punitive nei confronti di Teheran che non siano di natura bellica, e mentre la credibilità degli avvertimenti israeliani rischia di crollare agli occhi dei nemici di Tel Aviv (essendosi tali avvertimenti rivelati troppo spesso un “falso allarme”), vi è la concreta possibilità che l’avventurismo di Israele – e di buona parte del Congresso americano – presto o tardi trasformi la minaccia della guerra in una profezia che si autoavvera.














Delicious