
“Un’elencazione di fatti ben noti, cui è stata data un’intonazione intenzionalmente politicizzata”. Così un recente comunicato governativo russo ha definito l’ultimo rapporto dell’AIEA sulle presunte derive belliche del programma nucleare iraniano, dopo che la stampa occidentale aveva invece indicato tale rapporto come una prova quasi inconfutabile della colpevolezza di Teheran.
Il comunicato russo afferma che gli autori del rapporto “fanno ricorso a supposizioni e sospetti, e manipolano le informazioni con l’intento di creare l’impressione che il programma nucleare iraniano abbia una componente militare”.
Leggermente più sfumata la posizione di Pechino (come è del resto nella tradizione cinese), che ha invocato una soluzione negoziata e ha chiesto maggiore trasparenza all’Iran. Ma la Cina si è comunque detta anch’essa fermamente contraria all’imposizione di ulteriori sanzioni, perché “non risolverebbero il problema”.
LE RAGIONI DI RUSSIA E CINA
Surreale è apparso il discorso di Obama, pochi giorni fa al vertice dell’ Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) alle Hawaii, quando ha parlato di “solidarietà” e di “posizione comune” con il presidente russo Medvedev e con il presidente cinese Hu Jintao nei confronti della questione iraniana, mentre i due mantenevano un silenzio gelido.
Del resto, alla Cina non deve aver fatto molto piacere l’approccio aggressivo adottato dall’amministrazione USA nel Pacifico, con la proposta di una nuova zona di libero scambio che escluderebbe Pechino, e con lo sfrontato invito rivolto ai cinesi da Obama affinché si comportino come “un’economia adulta”.
Nel frattempo il presidente americano è stato oggetto di duri attacchi in patria da parte dei repubblicani, i quali affermano che la posizione di Mosca riguardo al rapporto dell’AIEA è l’ennesima dimostrazione del fallimento della cosiddetta politica del “reset” (ovvero della distensione con il Cremlino) promossa da Obama.
Di fronte a questo stato di cose appare evidente che un eventuale nuovo round di sanzioni contro l’Iran in sede ONU è da escludere, visto che Mosca e Pechino possono ricorrere al veto (recentemente utilizzato per bloccare una risoluzione contro la Siria).
A motivare la posizione di Russia e Cina vi sono innanzitutto gli interessi economici che entrambe le potenze asiatiche hanno in Iran. Mosca vende armi a Teheran e sta contribuendo a sviluppare il suo programma nucleare civile. Pechino ha compiuto enormi investimenti nello sviluppo dei giacimenti iraniani di petrolio e di gas.
L’Iran è inoltre il terzo fornitore di petrolio per la Cina, dopo l’Arabia Saudita e l’Angola (secondo i dati dello scorso anno), ed è il secondo fornitore dell’India, che è entrata recentemente a far parte dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Ulteriori sanzioni ONU contro l’Iran andrebbero inevitabilmente a colpire il settore energetico iraniano, danneggiando gravemente gli interessi di questi paesi. Lo scenario di un attacco militare sarebbe ancora peggiore, poiché farebbe schizzare alle stelle i prezzi del greggio e causerebbe una crisi petrolifera (determinata dal venire a mancare della produzione iraniana e dalla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz) di cui Cina e India, che notoriamente dispongono di scarse riserve, sarebbero le prime vittime.
DEBOLEZZA DEL RAPPORTO DELL’AIEA
Tuttavia, al di là degli interessi economici, va rilevato che il rapporto dell’AIEA realmente non ha convinto questi paesi.
Né la Russia né la Cina né l’India vogliono un Iran dotato di armi nucleari alle porte di casa propria (e il regime iraniano ne è consapevole). Ma il rapporto dell’AIEA non è riuscito a portare nuovi dati a sostegno di un simile scenario, al punto che molti esperti hanno affermato che tale rapporto non differisce molto dal “National Intelligence Estimate” americano del 2007, il quale concluse che l’Iran aveva sospeso il proprio programma nucleare militare nel 2003.
Secondo lo stesso Mark Fitzpatrick, esperto nucleare americano presso l’Institute for Strategic Studies, il rapporto dell’AIEA conferma che la gran parte del programma iraniano a scopo bellico fu sviluppata tra il 1998 e il 2003. Alcuni studi teorici proseguirono negli anni successivi in maniera solo saltuaria, e non vi è alcuna indicazione che l’Iran sia in grado di gestire tutti gli stadi del processo necessario a costruire un’arma atomica.
Sulla base di questi dati, l’idea prevalente fra gli esperti è che l’Iran sarebbe interessato a impadronirsi delle conoscenze teoriche necessarie a sviluppare un ordigno nucleare, ma non starebbe in alcun modo tentando di costruirlo. Vi è poi chi sostiene che Teheran voglia assicurarsi solo la cosiddetta capacità di “breakout”, cioè raggiungere quella soglia che gli permetterebbe di costruire rapidamente una bomba all’occorrenza (ad esempio nel caso della minaccia di un attacco imminente da parte di una potenza ostile come gli Stati Uniti o Israele).
Il regime iraniano sa che, qualora si sforzasse di costruire concretamente un’arma atomica, si alienerebbe anche l’appoggio di Russia e Cina, ed il suo isolamento a livello internazionale diverrebbe totale. Per il momento, tuttavia, i dati esposti dal rapporto dell’AIEA non sembrano preoccupare molto Mosca e Pechino.
Del resto perfino il direttore dell’Agenzia Spaziale Israeliana, Yitzhak Ben Yisrael, ha affermato che da tali dati emerge che gli iraniani tutt’al più potrebbero essere intenzionati ad ottenere le conoscenze per costruire una bomba che provocherebbe morte e distruzione in un raggio di 500 metri, e danni minori in un raggio di 1.000 metri. Ben Yisrael ha dichiarato che Israele potrebbe tranquillamente convivere con un ordigno del genere (se del tutto venisse costruito), che di certo “non distruggerebbe uno Stato, e nemmeno un quartiere di Tel Aviv”.
E’ dunque singolare – ha scritto il giornalista indiano Ishaan Tharoor – che attorno alle “presunte” intenzioni iraniane sia scoppiata in Occidente una vera e propria bufera mediatica, mentre nessuno si preoccupa delle armi nucleari realmente in possesso della Corea del Nord, uno Stato ben più imprevedibile e pericoloso del regime iraniano.
Al di là dei dati contenuti nel rapporto dell’AIEA, e delle ipotesi che se ne possono trarre, vi è poi il problema dell’attendibilità di questi dati. Il rapporto si basa infatti su un’enorme massa di informazioni provenienti dalle agenzie di intelligence occidentali (notoriamente ostili a Teheran) e non verificabili in maniera indipendente da parte dell’AIEA.
Questo problema era stato ripetutamente sollevato da Mohamed ElBaradei, il predecessore dell’attuale direttore dell’AIEA Yukiya Amano, che è invece accusato da Teheran di essere troppo condiscendente nei confronti degli USA (ancora pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto, Amano si è recato a Washington per consultarsi con i responsabili dell’amministrazione americana).
L’ISTERIA DEI MEDIA OCCIDENTALI
Di fronte a questi fatti, lascia quantomeno perplessi l’atteggiamento di gran parte della stampa occidentale, ed in particolare di quella americana, che ha trattato il rapporto dell’AIEA alla stregua di una prova inconfutabile del fatto che l’Iran stia attivamente costruendo un’arma nucleare.
Questa “isteria mediatica” ha spinto alcuni a paragonare l’attuale clima a quello che si respirava in America nei mesi che precedettero l’invasione USA dell’Iraq nel 2003.
“Uno dei più vecchi trucchi nel periodo che precede una guerra è quello di diffondere storie terrificanti su ciò che il nemico starebbe per fare. I funzionari governativi pianificano queste storie, i giornalisti le alimentano, e l’opinione pubblica in gran parte le fa proprie”, scriveva alla fine del 2002 il giornalista britannico Brian Whitaker.
Se i giornali occidentali oggi sembrano comportarsi come alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, il precedente rappresentato dalle menzogne che allora vennero fabbricate dall’amministrazione Bush per giustificare l’intervento militare pesa tuttavia come un macigno sulla credibilità degli Stati Uniti presso le potenze emergenti.
Va detto, poi, che al di là delle minacce profuse dal governo israeliano, l’attuale amministrazione USA non pensa realisticamente di imbarcarsi in un conflitto che avrebbe come unico risultato certo quello di destabilizzare l’intero Medio Oriente negli anni a venire; per ragioni simili, Israele difficilmente si arrischierà a compiere un attacco in assenza di un consenso da parte di Washington, il quale appare al momento del tutto improbabile.
S’INFIAMMA LA GUERRA FREDDA CONTRO TEHERAN
Ciò non significa però che la guerra fredda contro Teheran non continuerà. Anzi, tutti i segnali indicano che essa si sta intensificando.
L’obiettivo a breve termine di Israele era fare in modo che la propria minaccia di intervenire militarmente, affiancata dalle nuove “prove” fornite dal rapporto dell’AIEA, spingesse la comunità internazionale ad adottare una posizione più dura nei confronti di Teheran, sotto forma di nuove sanzioni internazionali – da un lato per scongiurare le incognite di un’azione militare israeliana, e dall’altro per spingere Teheran “a più miti consigli”.
Come ha scritto l’analista israeliano Yaakov Katz, “la pubblicazione del rapporto significa che per il momento l’attacco militare israeliano verrà messo nel cassetto, e Gerusalemme si concentrerà invece sullo sforzo di spingere il mondo ad imporre sanzioni paralizzanti contro l’Iran”.
Il rapporto dell’AIEA sembra però aver sortito solo in parte gli effetti sperati da Israele. Il fatto che tale rapporto non sia riuscito a convincere Russia e Cina fa sì che la strada di nuove sanzioni approvate in sede ONU appaia preclusa. Tuttavia tale rapporto, e il polverone mediatico che ha suscitato in Occidente, sono certamente riusciti a convincere Washington e le capitali europee a prendere in esame la possibilità di adottare nuove sanzioni unilaterali contro Teheran (forse contro la sua banca centrale e il suo settore energetico).
Ciò significa che a livello internazionale la fase di stallo sulla questione nucleare iraniana proseguirà, mentre le tensioni fra Teheran da un lato e Israele, gli Stati Uniti e l’Europa dall’altro si inaspriranno a causa delle continue minacce israeliane, delle possibili ulteriori sanzioni da parte europea ed americana, e del fatto che tutto ciò non distoglierà l’Iran (così come non l’ha distolto finora) dal portare avanti il proprio programma nucleare civile – ed anzi, forse lo spingerà a perseguire con rinnovato vigore un programma ad uso militare.
E nel frattempo lo spettro di un intervento militare nei prossimi mesi o anni rimarrà sullo sfondo, ed anzi rischierà di diventare più concreto – malgrado tutte le sue controindicazioni – con l’inasprirsi delle tensioni e con il progredire del programma nucleare iraniano.
Israele rimane senza dubbio il paese più propenso all’opzione bellica contro Teheran. Ma al di là della retorica di Netanyahu, non tutti nel governo di Tel Aviv sono favorevoli a una simile ipotesi, e soprattutto ad essa si oppongono i vertici della sicurezza nazionale. Tuttavia questa opposizione diminuirebbe considerevolmente se ad assumersi l’onere dell’attacco fossero gli Stati Uniti.
A Washington l’attuale amministrazione sembra intenzionata a percorrere la strada delle sanzioni dure e dell’isolamento internazionale di Teheran, ma al momento non ritiene praticabile l’azione militare. Lo ha detto chiaramente il segretario alla difesa Leon Panetta, che ha sottolineato i rischi e la futilità di un attacco che potrebbe tutt’al più ritardare il programma nucleare iraniano di qualche anno. Questa tesi è condivisa anche dai vertici militari.
Tuttavia negli Stati Uniti vi è un fronte interventista, costituito dai principali candidati repubblicani alla prossima presidenza, dalla potente lobby filo-israeliana dell’AIPAC e da una serie di think-tank di orientamento neocon, che sta acquisendo slancio e compattezza.
Ovviamente molte di queste posizioni aggressive sono espresse principalmente a fini elettorali, rappresentando un’arma per colpire Obama nella prossima campagna presidenziale. Tuttavia, sarebbe un errore sottovalutare la determinazione dei “falchi” della destra americana, tanto più se si tiene conto che l’inevitabile fallimento delle sanzioni riporterà in primo piano l’opzione militare.
Se dunque ci si può augurare che la destra americana non riesca a trascinare Obama in una guerra sconsiderata in un anno di campagna elettorale, non è affatto da escludere che il prossimo presidente americano (soprattutto se dovesse essere uno dei candidati sopracitati) prima o poi non trascini l’America e il mondo in un conflitto dagli esiti imprevedibili.
LA RINUNCIA AL DIALOGO: UNA DECISIONE PERICOLOSA
In altre parole, si sta verificando quanto alcuni analisti (purtroppo inascoltati) avevano ampiamente previsto: la decisione di anteporre la politica del pugno di ferro e delle sanzioni a quella del dialogo – a differenza di quanto lo stesso Obama aveva inizialmente promesso al momento della sua elezione – sta portando l’America e l’Occidente in un vicolo cieco.
Le sanzioni, come ci si aspettava, non hanno funzionato, e questo fatto a lungo termine pone l’Occidente di fronte a due scelte: accettare di convivere con un Iran nucleare (anche se non necessariamente con una bomba pronta nei propri arsenali), o imbarcarsi in un’azione militare che nella migliore delle ipotesi – e a fronte di rischi enormi – riuscirebbe semplicemente a rinviare il problema di qualche anno (a meno di non voler prefigurare l’invasione militare dell’Iran, cosa del tutto impensabile vista l’estensione e la popolosità del paese).
Un dialogo tempestivo con l’Iran avrebbe forse potuto convincere il regime a rinunciare al proprio programma nucleare, o quantomeno a renderlo trasparente e inequivocabilmente limitato agli scopi civili, in cambio di un maggior coinvolgimento del paese nel sistema globale e della cancellazione delle minacce militari nei suoi confronti.
Il regime iraniano certamente ha più volte adottato posizioni intransigenti, persegue una politica di proiezione della propria influenza nella regione che risulta odiosa a molti, e soprattutto ha mostrato di non tenere in gran conto i diritti umani dei propri cittadini.
Tuttavia esso gode di un appoggio popolare non trascurabile, è sufficientemente articolato e strutturato al suo interno da permettere l’emergere di un processo dialettico fra le varie correnti che lo compongono in presenza di un cambiamento nell’approccio regionale ed internazionale nei suoi confronti, ed ha sempre mostrato in passato di anteporre il pragmatismo all’ideologia al momento di compiere scelte vitali per la sua sopravvivenza.
Non bisogna poi dimenticare che l’Iran è un paese da oltre trent’anni assediato e ostracizzato dagli Stati Uniti. Ben sei diverse amministrazioni americane hanno continuato ad adottare nei confronti del paese essenzialmente la politica delle sanzioni e dell’accerchiamento militare (dalla militarizzazione del Golfo all’invasione dell’Afghanistan, a quella dell’Iraq), facendo dell’Iran una “nuova Cuba”, ma di ben altre dimensioni.
Paradossalmente, poi, proprio questo assedio ha favorito la sopravvivenza del regime e il suo slittamento verso posizioni via via più intransigenti.
Come ha scritto l’iraniano americano Reza Marashi, ex funzionario al Dipartimento di Stato USA, gli strumenti della politica nei confronti di un altro Stato sono semplici: l’azione militare o la diplomazia. Qualsiasi altra cosa, dal contenimento all’approccio ‘del bastone e della carota’, non è nient’altro che una tattica per dilazionare l’inevitabile scelta fra queste due opzioni. “La decisione di rinviare questa scelta”, scrive Marashi, “non ha fatto altro che aumentare la pressione per un’escalation verso il risultato peggiore”.
Marashi ritiene che gli Stati Uniti abbiano pericolosamente rinunciato alla diplomazia affidandosi unicamente alla politica delle pressioni e delle sanzioni, la quale non ha fatto altro che accrescere a dismisura il “costo politico” di un’eventuale marcia indietro.
Parallelamente gli USA hanno commesso un altro grosso errore: quello di affidarsi unicamente all’ “intelligence” nei propri rapporti con Teheran, scartando ‘tout court’ le fonti diplomatiche. Ciò accresce a dismisura il rischio di errori di valutazione e di fraintendimenti.
TENSIONI NEL GOLFO E SCONTRI “PER PROCURA”
Purtroppo nulla lascia presagire un cambio di politica da parte di Washington (e ancor meno da parte di Israele). Quello che ci si può attendere nei prossimi mesi è pertanto una prosecuzione della politica delle sanzioni, dell’assedio militare e delle operazioni “sotto copertura” volte a sabotare il programma nucleare iraniano.
Nei mesi scorsi l’Iran è stato vittima di una serie di attacchi – dall’uccisione dei suoi scienziati nucleari ad azioni di sabotaggio delle sue strutture, al worm “Stuxnet”, un potente virus che ha mandato in tilt le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Tali attacchi sono stati attribuiti a un’azione congiunta di diversi servizi di intelligence occidentali, probabilmente in primo luogo del Mossad in collaborazione con i servizi americani.
Anche la recentissima esplosione alla base missilistica di Bid Ganeh, in cui sono rimasti uccisi esponenti di spicco della Guardia Rivoluzionaria iraniana, è stata attribuita da alcuni in Iran all’azione di servizi stranieri, forse israeliani.
Queste azioni naturalmente aumentano il rischio di una rappresaglia da parte iraniana, o addirittura potrebbero essere pianificate proprio con questo obiettivo, visto che secondo alcuni una reazione da parte di Teheran potrebbe fornire il pretesto per un attacco militare contro le sue installazioni nucleari.
E nel frattempo gli Stati Uniti continuano a mantenere alta la pressione militare nella regione del Golfo. Washington ha annunciato che prevede di vendere bombe di alta precisione e ad alto potenziale agli Emirati Arabi Uniti. Questo contratto si sommerebbe a quelli recentemente stipulati con l’Arabia Saudita per una cifra record di oltre 60 miliardi di dollari.
A ciò si aggiunge un’intensificazione della cooperazione strategica con tutti i paesi che compongono il Gulf Cooperation Council (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Qatar e Oman), la quale comporta una condivisione del materiale di intelligence e un rafforzamento dell’integrazione militare.
Ma gli Stati Uniti prevedono anche di rafforzare la loro presenza militare diretta nel Golfo. Washington lo ha rivelato all’indomani dell’annuncio ufficiale che il completamento del ritiro americano dall’Iraq avverrà entro la fine dell’anno. Il ridispiegamento delle truppe USA includerà nuove forze combattenti in Kuwait e un rafforzamento della presenza navale nel Golfo.
Il tutto sarebbe finalizzato a garantire la possibilità di un “pronto intervento” in Iraq nel caso in cui dovesse verificarsi un’implosione della situazione di sicurezza nel paese, ma anche ad assicurare un’adeguata “preparazione” nel caso di uno scontro militare con l’Iran.
Washington ambisce inoltre a forgiare una nuova “architettura di sicurezza” nel Golfo insieme ai paesi del GCC. Sembra proprio che gli Stati Uniti siano intenzionati a ricucire i rapporti con questi paesi, dopo la frattura che si era determinata (in particolare con l’Arabia Saudita) a seguito dello scoppio della Primavera Araba e della crisi del Bahrein.
Questa rinnovata “amicizia” ha già visto le forze del Qatar e degli Emirati operare in Libia, mentre forze del Bahrein e degli stessi Emirati sono dispiegate in Afghanistan.
L’assedio dell’Iran, poi, fa piacere in particolar modo all’Arabia Saudita la quale, terrorizzata dal dilagare della Primavera Araba, per impedire che il “contagio” si propagasse al Golfo ha operato attivamente per trasformare le rivendicazioni democratiche nella regione in tensioni settarie fra sunniti e sciiti.
Riyadh ha dipinto l’Iran come un nemico mortale, in grado di sobillare le minoranze sciite contro i governi sunniti del Golfo. Teheran è poi il principale avversario della monarchia saudita nel mondo islamico. I sauditi sono pertanto determinati a contrastare con ogni mezzo l’influenza iraniana, in primo luogo nel mondo arabo.
La monarchia saudita non ha tuttavia la forza per attaccare l’Iran direttamente, ma può indebolirlo colpendo i suoi interessi nella regione. La possibilità più allettante che in questo momento si presenta a Riyadh è quella di far cadere l’alleato di Teheran a Damasco, Bashar al-Assad. Un’altra possibilità è quella di contrastare l’influenza iraniana in Iraq fomentando le contrapposizioni fra sunniti e sciiti nel paese.
Il “convergere” degli interessi israeliani, sauditi e americani contro l’Iran si tradurrà dunque con tutta probabilità in un protratto assedio, e in una serie di scontri e di conflitti “per procura”, con grandissimo rischio per la pace in Medio Oriente e per l’evoluzione pacifica della Primavera Araba.














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