La Lega Araba, l’internazionalizzazione della crisi siriana, e la fine del regime di Damasco

Il livello di confusione e disorientamento in Medio Oriente sta raggiungendo livelli allarmanti, che destano serie preoccupazioni per la fragile pace nella regione, mentre si assiste a una serie di eventi a prima vista sconcertanti: la Lega Araba, che tuttora molti definirebbero un’accolita di Stati autoritari, si scaglia contro un regime membro dell’organizzazione in nome della difesa di un popolo e delle sue rivendicazioni democratiche; il cosiddetto fronte della resistenza, tradizionalmente costituito da Siria, Iran, Hamas e Hezbollah, mostra crescenti spaccature al suo interno, con Hamas schierato dalla parte della rivolta popolare siriana e Hezbollah dalla parte del regime di Damasco; esponenti di spicco dell’establishment israeliano si mostrano insospettatamente “affezionati” ad Assad mettendo in guardia che quello che verrà in Medio Oriente dopo la sua caduta sarà un impero islamico; e nel frattempo gli USA sembrano perseguire – alla luce di quanto appena detto – politiche palesemente anti-israeliane in Siria chiedendo apertamente la caduta del regime.

Già questi pochi esempi riguardo alle situazioni paradossali e alle tendenze contraddittorie che si stanno sviluppando in Medio Oriente (ai quali se ne potrebbero aggiungere altri) sono sufficienti a mettere in luce fino a che punto le rivolte arabe – ed in particolare quella in corso in Siria, uno dei principali gangli strategici del Medio Oriente – hanno scardinato i tradizionali equilibri, frantumando vecchie alleanze, e spingendo i principali attori della regione a mobilitarsi per preservare i propri interessi, tuttavia spesso senza chiare strategie, e muovendosi di fatto “al buio”, con inerenti rischi enormi, e conseguenze potenzialmente devastanti.

IL REGIME SIRIANO DEVE CADERE

Per tentare di sbrogliare questa intricatissima matassa, individuandone spinte e motivazioni, si potrebbe partire da un dato, di enorme portata nella sua semplicità: la sorte del regime di Damasco è segnata, e anche se ci vorrà probabilmente ancora tempo per assistere alla sua fine, essa è inevitabile.

Questa non è una valutazione fatta da esperti o “guru” delle dinamiche politiche mediorientali, ma una “decisione” chiaramente espressa da diplomatici arabi ed occidentali nei giorni successivi alla risoluzione della Lega Araba, emanata sabato 12 novembre, con la quale la Siria veniva sospesa dall’organizzazione.

Secondo alcuni di questi diplomatici, citati dal settimanale egiziano al-Ahram Weekly, sia Washington che Parigi “hanno dato l’assenso” all’avvio di “processi politici e diplomatici” che si concluderanno con l’allontanamento dal potere di Bashar e del clan degli Assad.

Uno di essi ha dichiarato ad al-Ahram Weekly: “Non vi è più alcuna incertezza. Bashar deve andarsene. Ciò che ora ci preoccupa di più è chi lo rimpiazzerà, e come fare in modo che il cambio di regime in Siria non apra la strada al caos in Iraq, in Libano e altrove nella regione”. Un compito decisamente arduo.

Ma, al di là delle possibili implicazioni future, alla luce di simili dichiarazioni appare chiaro fino a che punto la decisione della Lega Araba di sospendere il regime di Damasco non sia stata il frutto di un’iniziativa araba isolata dal contesto internazionale, ed apra invece la strada all’internazionalizzazione della crisi siriana – contrariamente a quanto dichiarato dalla stessa Lega, secondo cui l’obiettivo delle pressioni arabe su Damasco era quello di risolvere la crisi “nel contesto arabo”.

C’è da dire che, all’interno della Lega, coloro che erano realmente intenzionati a cercare di risolvere la crisi “fra arabi” – come il segretario dell’organizzazione, l’egiziano Nabil El-Araby – sono stati messi con le spalle al muro dall’intransigenza dello stesso regime degli Assad, che nei fatti si è rifiutato di avviare riforme reali nel paese, affidandosi unicamente alla repressione per domare la rivolta popolare, e si è rifiutato di implementare l’iniziativa diplomatica araba recapitata da El-Araby a Damasco all’inizio di settembre.

Tuttavia, la decisione di sospendere la Siria, approvata dalla Lega Araba il 12 novembre, segnala inequivocabilmente che la crisi siriana ha ormai acquisito all’estero un impulso proprio, che sta avendo il sopravvento su quanto sta avvenendo all’interno del paese.

Per confermare questo fatto sarà sufficiente ricostruire brevemente gli eventi che hanno preceduto e accompagnato la decisione della Lega.

STALLO DELLA CRISI E AVVIO DEL PROCESSO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE

A differenza della Tunisia, dove la rivolta portò in pochi giorni alla caduta del presidente Ben Ali, in Siria la ribellione si trascina ormai da mesi, senza aver mai raggiunto la massa critica necessaria a rovesciare il regime.

Le due principali città, Damasco e Aleppo, sono rimaste pressoché estranee alla mobilitazione popolare, la quale non ha coinvolto le classi sunnite medio-alte più vicine al regime, e (salvo rare eccezioni) nemmeno la minoranza alawita e quella cristiana. Le forze armate, malgrado le defezioni, sono sostanzialmente rimaste fedeli al regime.

A ottobre la rivolta aveva raggiunto una fase di stallo. Benché le proteste continuassero in molte parti del paese, con una crescente incidenza di episodi di opposizione armata, e benché l’economia fosse allo sbando, era ormai chiaro che il regime non avvertiva un’incombente minaccia alla propria sopravvivenza e addirittura non riteneva di dover fare concessioni.

A confermare questa situazione era addirittura un giornale come il Washington Post (che non può certo essere accusato di propendere per il regime), il quale alla fine di ottobre affermava che, sebbene l’approccio securitario “non sia riuscito a impedire alle manifestazioni di scoppiare ripetutamente in molte parti del paese, sembra che sia riuscito a contenerne il volume e la portata”.

Il giornale aggiungeva che quasi otto mesi di proteste non erano riusciti a intaccare il controllo della famiglia Assad, sottolineando che “l’incapacità dell’opposizione siriana di presentare un fronte unito e di articolare una chiara visione di un possibile futuro dopo la caduta di Assad sta contribuendo a mantenere silenziosa la maggior parte dei siriani, i quali non si sono uniti alle proteste né appoggiano il governo”.

Allo stesso tempo il quotidiano americano metteva in evidenza come nel paese si stessero creando le premesse per il possibile scoppio di una guerra civile: “il risultato dello spargimento di sangue è un paese sempre più polarizzato sulla base dell’appartenenza settaria, politica e di classe”.

Un giornalista damasceno citato nell’articolo affermava che “vi è ora un grande odio nel paese”, e, riferendosi alla cosiddetta ‘maggioranza silenziosa’, commentava: “Non la chiamerei una maggioranza silenziosa. E’ una maggioranza spaventata…timorosa di tutto, impaurita dell’oggi e di un futuro che non conosce”.

Nel frattempo la frammentata opposizione, riunitasi in un’organizzazione ombrello nota con il nome di Consiglio Nazionale Siriano (che in qualche modo voleva ricalcare l’esperienza del Consiglio Nazionale Transitorio libico, e tuttora non comprende alcune importanti frange della protesta all’interno del paese), si organizzava soprattutto all’estero, cadendo progressivamente preda dell’influenza di potenze come Turchia, Francia e Qatar.

Ankara e Doha avevano rotto molto presto i rapporti con Damasco, di fronte alla brutalità della repressione siriana. A motivare la decisione turca vi era, fra l’altro, anche il timore che una prolungata crisi siriana potesse determinare una destabilizzazione del complesso quadro etnico regionale, e provocare seri problemi interni alla Turchia, infiammando nuovamente lo scontro con il PKK. A spingere il Qatar vi era invece l’esigenza di difendere la maggioranza siriana sunnita oppressa.

Dopo Turchia e Qatar, a scendere apertamente in campo contro Damasco era stata l’Arabia Saudita, che in agosto aveva rotto gli indugi con un duro discorso di condanna pronunciato dallo stesso re Abdullah, dopo che già da mesi la stampa saudita aveva portato avanti una campagna mediatica di denuncia del regime siriano. Il calcolo non troppo nascosto di Riyadh è che un rovesciamento del regime di Bashar al-Assad porterebbe a un indebolimento dell’odiato nemico iraniano (un’eventualità vista con favore anche dagli Stati Uniti).

L’INIZIATIVA DELLA LEGA ARABA

E’ in questo contesto che è nata l’iniziativa diplomatica della Lega Araba per una pacifica transizione in Siria – un’iniziativa promossa dal suo segretario Nabil El-Araby e dapprima rifiutata da Damasco, e poi accettata solo a livello formale ma disprezzata nei fatti, come dimostra il proseguire della repressione nel paese.

L’intransigenza di Damasco ha dato un contributo essenziale al prevalere della linea dura all’interno della Lega Araba, sponsorizzata con veemenza dai paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) – gli stessi che avevano fatto sì che la Lega Araba votasse a favore dell’intervento in Libia – con in testa l’Arabia Saudita ancor prima del Qatar.

Il 12 novembre, al Cairo, i ministri di 18 paesi membri su 22 hanno votato a favore della sospensione della Siria dalla Lega Araba. Solo Yemen e Libano (oltre ovviamente all’inviato di Damasco) hanno votato contro, mentre l’Iraq si è astenuto.

Molti commentatori arabi hanno sottolineato fino a che punto questo voto denoti l’isolamento senza precedenti del regime siriano a livello arabo, fra l’altro paragonandolo al voto arabo che portò alla decisione di intervenire militarmente per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena di Saddam Hussein nella crisi del ’90-’91. All’epoca Saddam poté contare, oltre che sul voto contrario dello Yemen, anche sull’ “amicizia” di altri paesi arabi, come la Tunisia, la Libia e il Sudan.

Questa volta il regime siriano, ultimo baluardo del panarabismo, non ha certo potuto contare sul voto della nuova Tunisia “democratica”, né su quello della nuova Libia “liberata” dalla NATO in collaborazione con i paesi del Golfo, e nemmeno su quello del Sudan, smembrato e isolato a livello internazionale, che evidentemente ha ritenuto prudente non aggravare ulteriormente la propria situazione.

La stessa Algeria ha votato – seppur controvoglia, come confermano le successive perplessità manifestate dai suoi responsabili – a favore della risoluzione contro la Siria.

Va detto che la decisione della Lega Araba ufficialmente non prelude a nessun intervento militare in Libia, né prevede un deferimento della Siria alle Nazioni Unite, ma solo la possibile applicazione di sanzioni arabe contro il regime di Damasco.

Nei fatti, però, la sospensione della Siria apre la strada all’internazionalizzazione della crisi, con il coinvolgimento di attori internazionali esterni al mondo arabo (come trasparirà meglio dalle righe che seguono). Tale processo potrebbe portare anche all’adozione di misure militari nei confronti del regime di Damasco, e a una possibile guerra civile complicata da pesanti ingerenze straniere (anche se certamente non da un intervento NATO).

SAUDITI E AMERICANI

Che la sospensione della Siria segnasse il prevalere della “linea dura” all’interno della Lega Araba è testimoniato dall’attacco senza precedenti lanciato dal quotidiano al-Sharq al-Awsat, di fatto il portavoce ufficiale della famiglia saudita, contro il segretario stesso della Lega, Nabil El-Araby, accusato di aver ritardato oltremisura la decisione presa finalmente dalla Lega il 12 novembre.

In un articolo dai toni estremamente accesi, il giornalista saudita Abdel Rahman al-Rashed, direttore generale della televisione al-Arabiya, condannava apertamente El-Araby e, dopo aver affermato che provocare la caduta del regime siriano “è la più importante delle questioni e la più grande delle battaglie”, addirittura ipotizzava che il segretario della Lega potesse divenire il bersaglio della collera dei popoli arabi “se non deferirà la questione siriana al Consiglio di Sicurezza”.

Sullo stesso giornale, in un articolo intitolato “Siria: il conto alla rovescia è cominciato”, il direttore Tariq al-Homayed affermava, all’indomani della decisione della Lega Araba, che gli arabi “hanno cominciato a considerare la fase del dopo-Assad in Siria”.

Il fatto che i sauditi, apertamente nemici del regime siriano dai tempi dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri nel 2005 (con una breve parentesi di riconciliazione solo superficiale alla fine del 2009), adottino posizioni così dure certamente non rafforza la linea del dialogo ufficialmente promossa dalla Lega Araba.

Questi toni così aspri sembrano giustificare le preoccupazioni espresse dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, secondo il quale “assistiamo a una situazione in cui la Lega Araba invoca la fine delle violenze e l’inizio del dialogo, mentre appelli assolutamente contraddittori provengono da alcune capitali occidentali e dalle capitali di alcuni paesi della regione”.

“Questi paesi”, ha proseguito Lavrov, “stanno suggerendo direttamente all’opposizione di non aprire un dialogo con il regime di Assad”. Lavrov conclude che “questa è una provocazione su scala internazionale”.

Sebbene il regime siriano non si sia finora dimostrato disponibile ad avviare un dialogo serio con l’opposizione, esistono correnti all’interno del movimento di protesta in Siria che vorrebbero continuare a tentare questa strada.  Senza dubbio, invece, le dure prese di posizione da parte saudita favoriscono il “muro contro muro” e fanno il gioco delle “teorie del complotto straniero” propagandate dagli Assad.

Il rappresentante siriano presso la Lega Araba ha così avuto gioco facile nel dichiarare che la risoluzione della Lega è “una farsa…preparata in anticipo dal GCC, che è divenuto l’ufficio politico della Lega”. Egli ha proseguito accusando l’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, i quali “spingono in direzione della frammentazione del mondo arabo, e soprattutto della Siria, per ovvie e ben note ragioni”.

Sebbene dichiarazioni di questo genere da parte di esponenti del regime siriano siano scontate, non bisogna sottovalutare la loro capacità di far presa su alcuni ambienti del mondo arabo, per una semplicissima ragione, e cioè che esse contengono più di un fondo di verità.

Malgrado la sua pretesa indipendenza, infatti, la decisione della Lega è stata prontamente lodata dal presidente americano Obama. Ma questo è il dato meno rilevante: altri segnali, manifestatisi pochi giorni prima che si riunissero i ministri della Lega, sembrano confermare che tale decisione, ben lungi dall’essere il risultato di una scelta araba indipendente (per quanto sotto il ruolo guida del GCC), facesse parte di uno sforzo internazionale ben più ampio e concertato.

Nel corso di un’audizione presso una sottocommissione del Senato americano, il vicesegretario di Stato Jeffrey Feltman – ex ambasciatore in Libano nell’era Bush, e come tale detestato da buona parte del mondo arabo – affermava (secondo quanto riportato il 9 novembre da Bloomberg ) che gli USA stanno lavorando alla creazione di un gruppo di contatto regionale per la crisi siriana, aggiungendo che “vorremmo cercare di fare in modo che gli arabi giochino un ruolo di leadership in questo”, e che “è tempo che la Lega Araba realmente assuma l’iniziativa”.

Dal canto suo, un editoriale apparso l’8 novembre sul New York Times affermava che “quando i ministri degli esteri della Lega Araba si riuniranno sabato [12 novembre], dovrebbero espellere la Siria e sollecitare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a condannare Assad e ad imporre sanzioni internazionali contro il regime”.

L’editoriale concludeva che Russia e Cina avrebbero avuto maggiore difficoltà a bloccare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, come avevano invece fatto a ottobre, “se il mondo arabo invocherà un’azione che vada al di là delle sanzioni già imposte dagli Stati Uniti e dall’Europa”.

TURCHI E GIORDANI: LA CREAZIONE DI ZONE CUSCINETTO IN SIRIA

Nei giorni successivi alla sospensione della Siria da parte della Lega Araba, sono emersi nuovi dati in merito alla possibile internazionalizzazione della crisi siriana.

A margine di un incontro diplomatico tenutosi a Parigi il 18 novembre, “diplomatici occidentali ed arabi” hanno riferito al quotidiano libanese Daily Star che Turchia e Giordania (la prima membro della NATO, la seconda stretto alleato degli USA), con il consenso di potenze occidentali ed arabe, si stanno preparando a creare due “zone cuscinetto” per i civili all’interno della Siria, qualora Assad non dia segno di voler conformarsi al piano di transizione proposto dalla Lega Araba.

Sarebbe questa la “miglior soluzione”, in assenza di una risoluzione ONU che imponga misure per “proteggere i civili in Siria” a causa del possibile veto di Russia e Cina.

Nel frattempo, circolano da alcuni giorni notizie secondo cui i siriani avrebbero posizionato mine sul confine giordano proprio per impedire una simile evenienza. Alcune settimane fa i siriani avevano minato anche il confine con il Libano.

Sempre nei giorni scorsi, i Fratelli Musulmani siriani, membri di spicco del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) che si oppone al regime, hanno affermato di non essere contrari all’eventuale creazione di una zona cuscinetto turca in territorio siriano (le successive smentite da parte di alcuni leader del movimento sono apparse poco convincenti).

E, già da tempo, opera in Siria il Libero Esercito Siriano, una fazione armata comandata da un colonnello che ha defezionato dall’esercito regolare ed è ospitato in Turchia. Questa milizia potrebbe divenire il braccio armato del CNS, come vorrebbero anche diversi esponenti all’interno di quest’ultimo.

Come ha scritto il commentatore turco Cengiz Aktar, è chiaro che la Turchia ha tratto insegnamento dalla guerra del Golfo del 1991, ed è intenzionata a non ripetere gli “errori” commessi in Iraq tra il 1991 e il 2003. All’epoca la Turchia non aprì i propri confini all’opposizione irachena, la quale si organizzò a Londra e altrove. Questa volta Ankara è invece stata determinante nell’organizzare le file del CNS.

La Turchia si pone dunque prepotentemente come potenza che favorisce il cambiamento nella regione “attraverso l’affermazione della democrazia”. Ed in questo senso gli interessi turchi coincidono con quelli americani (come del resto è già avvenuto in Libia, dopo qualche iniziale tentennamento da parte turca): è innegabile che i rapporti turco-americani siano improvvisamente migliorati dopo le crisi degli anni passati.

UN FOSCO FUTURO DI CONFLITTO

I turchi si aspettano che il regime siriano “imploda” dall’interno sotto la pressione internazionale, e dunque non invocano apertamente un intervento militare, ventilando solo la possibile creazione della summenzionata zona cuscinetto nel nord della Siria “previo consenso internazionale”.

Tuttavia si può legittimamente dubitare del fatto che il regime siriano cada per il semplice effetto delle pressioni internazionali (eventualmente sotto forma di sanzioni) e dell’opposizione siriana interna.

Si prefigura invece la possibilità che l’opposizione siriana venga progressivamente militarizzata dall’esterno. Ciò a sua volta potrebbe creare all’interno della Siria una situazione di emergenza tale da giustificare a livello internazionale la creazione di zone cuscinetto al confine con la Turchia e con la Giordania. Tali zone a loro volta fornirebbero all’opposizione siriana un “santuario” dal quale poter organizzare le proprie file per proseguire la battaglia contro il regime.

Se dunque il regime degli Assad dovesse decidere di combattere fino alla fine, si genererebbe in Siria una guerra civile con connotazioni settarie e dagli effetti devastanti per il paese, e forse per la regione.

Le zone cuscinetto avrebbero tra l’altro proprio la funzione di evitare che l’instabilità siriana si estenda al territorio turco e a quello giordano, entrambi legati al territorio siriano da continuità claniche, etniche e religiose. La Siria verrebbe racchiusa in un “sarcofago” per evitare che le “radiazioni letali” della crisi siriana si propaghino in tutto il Medio Oriente.

Ma non vi è alcuna garanzia che questo “sarcofago” resista all’enorme pressione, e soprattutto esso è palesemente insufficiente ad evitare che la crisi si estenda al Libano, dove Hezbollah ha rinnovato le proprie manifestazioni di fedeltà a Damasco, e in Iraq, dove le tensioni settarie tra sunniti e sciiti hanno recentemente registrato una nuova fiammata, e dove gli sciiti iracheni temono che un rafforzamento dei sunniti in Siria possa contribuire a rinfocolare le rivendicazioni dei sunniti in Iraq.

UNA GUERRA CONTRO L’ ‘ASSE DELLA RESISTENZA’?

Quello che secondo alcuni, nella regione, è un progetto americano per rovesciare Assad e indebolire il cosiddetto ‘asse della resistenza’, sottraendo all’Iran il suo principale alleato (attraverso la copertura della Lega Araba e la popolarità senza precedenti di cui gode attualmente la Turchia nel mondo arabo), potrebbe dunque trasformarsi in una conflagrazione regionale.

Il punto essenziale da comprendere a questo proposito è quello che la Siria di Bashar al-Assad rappresenta. Essa non è semplicemente l’espressione del regime, ma è il simbolo del nazionalismo arabo e della resistenza contro il progetto egemonico israelo-americano nella regione.

La rivolta popolare in Siria aveva determinato una spaccatura nel fronte dei nazionalisti arabi e dei sostenitori del “progetto della resistenza”. Molti, all’interno di questo fronte, si erano schierati dalla parte della rivolta riconoscendo gli errori e i soprusi commessi dal regime (questa è ad esempio la posizione di Hamas, a differenza di Hezbollah).

La risoluzione della Lega Araba, fortemente sponsorizzata dalle monarchie del Golfo (considerate ostili al fronte nazionalista e della resistenza), e tacitamente appoggiata da Washington, rischia di rappresentare però un nuovo spartiacque a questo proposito.

Emblematica, a tale riguardo, è la reazione di giornalisti ed intellettuali come il libanese Nasri al-Sayegh. In un articolo apparso sul quotidiano al-Safir con il titolo “Cosa viene prima: la rivolta siriana o la resistenza libanese?”,  Sayegh ha scritto che fino a questo momento egli aveva considerato un dovere nazionale e morale porsi al fianco della rivoluzione siriana, malgrado le coraggiose posizioni storicamente assunte dal regime di Damasco a sostegno della resistenza in Libano, in Palestina e in Iraq.

Ma a partire dal 12 novembre, ha scritto Sayegh, “questo non è più possibile…e la ragione di ciò sta nel fatto che la rivoluzione che guidava le nostre speranze è ora legata alle speranze dei regimi arabi più autoritari e oscurantisti, e dei regimi appartenenti alla cosiddetta comunità internazionale che ha adottato i sistemi delle mafie politiche”.

Sayegh sostiene che non si può più appoggiare una rivoluzione che ormai è guidata dalla comunità internazionale che “parteggia per Israele”, e dai regimi arabi più conservatori – le monarchie del Golfo – al servizio dell’America, e profetizza cupamente una “guerra aperta, dal Golfo all’Algeria”.

CONFLAGRAZIONE DEI PARADOSSI MEDIORIENTALI

Come già accennato, all’interno del fronte nazionalista e della resistenza non tutti la pensano così: Hamas, ad esempio, ha preferito anteporre al nazionalismo arabo la propria appartenenza islamica, sponsorizzata anche dal Qatar il quale sta tra l’altro mediando un riavvicinamento fra il movimento islamico palestinese e la Giordania.

Hamas certamente vedrebbe con favore l’avvento di un governo islamico sunnita in Siria. Ed ecco dunque configurarsi il primo paradosso a cui avevamo accennato in apertura, con due movimenti della resistenza contro Israele – Hamas e Hezbollah – che apparentemente stanno imboccando strade diverse.

L’altro paradosso è quello dei paesi autoritari del Golfo che invocano la protezione del popolo siriano, e si ergono a sostenitori della volontà popolare araba in Siria, proprio per impedire che rivolte popolari si propaghino all’interno dei propri paesi, in un gioco estremamente pericoloso che potrebbe anche rivoltarsi contro questi regimi come un boomerang.

Un terzo paradosso è che gli americani, auspicando il rovesciamento di Bashar al-Assad, sembrano di fatto facilitare in Siria proprio l’avvento di quel governo islamico sunnita che diversi esponenti israeliani hanno affermato di temere maggiormente.

In Siria, dunque, fra le innumerevoli e contraddittorie componenti della politica mediorientale di Washington, sembra prevalere la componente che vuole a tutti i costi un isolamento dell’Iran, incurante delle incognite che una simile impresa comporta.

Tutte queste contraddizioni rischiano di conflagrare in un conflitto spaventoso in cui potrebbe sprofondare l’intera regione, a meno che Bashar al-Assad non decida di “gettare la spugna” e di cercare una rapida “exit strategy”.

Ma anche nel caso di una rapida uscita di scena dell’intero clan degli Assad (cosa non facile da organizzare), resterebbe il compito sovrumano di costruire la nuova Siria conciliando le contrastanti esigenze delle potenze regionali: Israele vorrà una soluzione che non alteri l’attuale status quo nelle alture del Golan; Tel Aviv e Washington vorranno un regime che non soltanto si opponga all’Iran, ma che smetta di appoggiare Hamas e Hezbollah; il Qatar e l’Arabia Saudita vorranno invece un governo a loro favorevole, probabilmente di tendenze islamiche (e dunque anti-israeliano); la Turchia vorrà evitare un rafforzamento dell’influenza curda nella regione; gli iraniani, dal canto loro, vorranno cercare di costruire un loro rapporto con la nuova Siria, e certamente di garantire la sopravvivenza di Hezbollah in Libano.

La strada per conciliare pacificamente queste “esigenze” appare quanto mai ardua e piena di incognite. L’unica cosa tristemente certa è che probabilmente non si preparano giorni felici per la Siria.

5 Responses to “La Lega Araba, l’internazionalizzazione della crisi siriana, e la fine del regime di Damasco”

  1. Giovanna Mariani scrive:

    Complimenti! Ho vissuto in siria per un paio di anni e posso dire di conoscere almeno in parte il paese, la società, le contraddizioni e le paure di questo momento.
    Condivido pienamente quanto è stato scritto nell’ articolo, che per la prima volta leggo riportare onestamente e realisticamente tutti gli interessi e posizioni che stanno determinando la rivolta siriana.
    Mi domando se anche agli inizi questa rivolta fosse completamente spontanea o già assecondava piani presi esternamente, a tavolino..
    Come dice Lei, l’unica cosa tristemente certa è che probabilmente non si preparano giorni felici per la Siria.

  2. palitim scrive:

    Ottima analisi, complimenti

  3. mcc43 scrive:

    Se non sbaglio, e in tal caso mi scuso, non vedo qui citata la realizzazione del copione già noto in Libia: immagini di piazze piene che in realtà, riferiscono persone presenti sul posto, vedevano un decimo delle migliaia indicate negli articoli dei giornali. Identica anche a Homs la tecnica dei cecchini, identica la formazione di un Consiglio, CNS con il supporto straniero, identica la fornitura di armi dall’estero ai ribelli.
    Questo rende impossibile dire onestamente che vi è in atto una sollevazione del popolo contro il regime. Vi è un tentativo di colpo di stato di una minoranza fomentata e armata dall’estero.

    Ogni paese ha le sue fondate ragioni di dissenso, non è una specificità araba, se ogni volta dall’estero si arma questo dissenso è evidente la volontà di ingigantire la gravità della situazione rendendola difatto irrisolvibile se non con la guerra civile.
    La Libia, con i suoi genocidi, dovrebbe aver insegnato qualcosa, di fatto non vi è alcuna forma di ricentramento sul senso comune, e gli interessi stranieri perseguono con crudele indifferenza i loro scopi.

  4. mcc43 scrive:

    Aggiungo ancora che, il supporto e il riconoscimento che Sarkozy dà al CNS siriano non è in cotrasto con i reali interessi israeliani, visto i rapporti che egli intrattiene con Israele.
    L’ atteggiamento, qui descritto, da parte del governo di Tel Aviv è solo, ed è comprensibile, una tattica diplomatica. che non esclude una parte attiva ma dietro le quinte di sostegno alla ribellione.

  5. cinziaq scrive:

    Ottima analisi che ben mette in evidenza gli atteggiamenti contraddittori di arabi contro arabi e la fine del “panarabismo”.

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