VINO VECCHIO IN BOTTE NUOVA: IL SISTEMA ELETTORALE EGIZIANO

Lunedì, nonostante l’acme raggiunto dalla nuova fase di proteste, il popolo egiziano si recherà alle urne per il primo round delle elezioni legislative.

E’ dalla fine di settembre  che il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) ha fissato il calendario, individuando nella data del 28 novembre il primo dei tre appuntamenti per eleggere i deputati dell’Assemblea del Popolo (Camera Bassa del Parlamento Egiziano). In questo giorno si voterà nei governatorati del Cairo, Fayoum, Port Said, Damietta, Alessandria, Kafr El-Sheikh, Assiut, Luxor e Mar Rosso. Il secondo round delle consultazioni elettorali avrà luogo il 14 dicembre nei governatorati di Giza, Beni Suef, Menoufiya, Sharqiya, Ismailiya, Suez, Beheira, Sohag e Aswan. La terza ed ultima fase dovrebbe tenersi il 3 gennaio 2012 a Minya, Qalioubiya, Gharbiya, Daqahliya, nel Sinai del Nord, nel Sinai del Sud, a Marsa Matrouh, Qena e New Valley. I ballottaggi si terranno rispettivamente il 5 dicembre, il 21 dicembre e il 10 gennaio. I tre round di voto per la scelta dei rappresentanti della Shura (Camera Alta) avranno luogo invece, probabilmente nello stesso ordine e per gli stessi governatorati, il 29 gennaio, il 14 febbraio e il 4 marzo con ballottaggi rispettivamente per il 5 febbraio, il 21 febbraio e l’11 marzo.

Saranno pertanto necessari non meno di tre mesi e mezzo perché il Parlamento possa considerarsi completo (e quindi possa iniziare a funzionare). Nell’Assemblea del Popolo siederanno  a quel punto 498 deputati mentre la Shura sarà costituita da 270 membri.  Si tenga presente che dei membri della Camera Alta, solo 180 saranno eletti dal popolo, mentre i restanti 90 saranno nominati. Di questi, almeno dieci saranno scelti dallo SCAF, esattamente come accadeva ai tempi di Mubarak.

Il nuovo Parlamento così eletto dovrà scegliere tra i suoi membri cento personalità che andranno a far parte della Costituente, l’organo incaricato di redigere nei sei mesi successivi la nuova Costituzione. L’Egitto ha fatto quindi una scelta diversa rispetto alla Tunisia, dove, il 23 ottobre scorso, i cittadini sono stati chiamati alle urne per scegliere i loro rappresentanti all’Assemblea Costituente, demandando ad un momento successivo alla stesura della nuova Costituzione l’elezione del Parlamento vero e proprio.

Il Parlamento egiziano sarà depositario del potere legislativo, sebbene lo SCAF manterrà le sue prerogative “presidenziali” fino al raggiungimento di un testo costituzionale condiviso e fino all’elezione di un nuovo presidente. Con l’imposizione di principi “sopracostituzionali” inoltre, lo SCAF ha inteso mantenere delle prerogative, in primis quella generica di garante della Costituzione, ma anche il potere di veto su leggi aventi ricadute sull’organizzazione militare dello Stato e il principio della segretezza delle previsioni di bilancio in materia di sicurezza e difesa. Questi forti privilegi sono stati oggetto di forte contestazione,  e dapprima i Fratelli Musulmani e poi i manifestanti in Piazza Tahrir ne hanno richiesto l’abolizione. Lo SCAF aveva dichiarato inoltre di voler indire le elezioni presidenziali dopo il referendum popolare sul nuovo testo costituzionale. Ciò avrebbe significato per l’Egitto non poter disporre di un nuovo Presidente prima della fine del 2012 o dell’inizio 2013. Sulla scorta delle rivendicazioni in Mohammed Mahmoud Street e in Piazza Tahrir il generale Tantawi ha promesso lo svolgimento delle presidenziali nell’estate 2012, troppo tardi tuttavia per essere considerato credibile dalla folla dei manifestanti che chiedono oggi la totale abolizione del governo militare.

Ingegneria elettorale

La legge elettorale ha subito numerose modifiche ed emendamenti nel periodo post-rivoluzionario.

Un primo disegno di legge elettorale è stato presentato dallo SCAF nel maggio 2011: esso prevedeva il mantenimento del sistema elettorale utilizzato durante il regime di Mubarak consistente nell’attribuzione di due terzi dei seggi attraverso un sistema maggioritario con scrutinio binominale a livello distrettuale, e del restante terzo dei seggi attraverso un sistema proporzionale a liste bloccate. Ulteriore eredità del sistema precedente era la previsione della cosiddetta “quota occupazionale” volta a garantire che almeno la metà degli eletti appartenesse alla classe dei “lavoratori” o degli “agricoltori”. Spariva la quota rosa di 64 seggi destinati alle donne, introdotta dall’ex presidente nelle elezioni del 2010. Nel draft venivano infine suggerite tre differenti soglie (a livello nazionale, di governo e di seggio) lasciando tuttavia in sospeso la definizione delle percentuali di sbarramento.

Solo con gli emendamenti del luglio 2011 sono state definite le dimensioni dell’Assemblea del Popolo e della Shura; tali previsioni hanno indotto lo SCAF a rivedere la legge elettorale stabilendo questa volta che l’applicazione del sistema maggioritario sarebbe avvenuta per la metà dei seggi, e quello del sistema proporzionale per l’altra metà. E’ stato reso obbligatorio il principio di almeno una donna per lista; veniva mantenuta la quota occupazionale.

Un’ulteriore modifica alla legge elettorale, alla fine di settembre, ha ridisegnato completamente il sistema di traduzione dei voti in seggi; dopo aver modificato ancora una volta le dimensioni del Parlamento riducendo il numero dei deputati all’Assemblea del Popolo a 498, le quote dei seggi da eleggersi con sistema maggioritario e proporzionale sono state ridistribuite questa volta a netto vantaggio del sistema proporzionale (due terzi del totale contro un terzo eletto con sistema maggioritario).

E’ stato a partire dall’ultima revisione che le critiche dei partiti si sono fatte più forti. La formazione dei Fratelli Musulmani, il Partito Libertà e Giustizia, ha denunciato lo SCAF di aver violato gli accordi presi con i Partiti. L’articolo 5 della legge elettorale è stato uno dei più controversi, vietando ai partiti di presentare candidati per quel terzo dei seggi definiti con sistema maggioritario, a favore invece delle candidature individuali; rigettato soprattutto dalle grandi formazioni politiche, è stato criticato tra l’altro perché suscettibile di procrastinare fenomeni di corruzione e di favorire la presenza di uomini del vecchio regime e del Partito Nazional Democratico (NDP), il Partito dell’ex Presidente. Le minacce di boicottaggio hanno indotto lo SCAF ad abrogare ufficialmente l’articolo 5 all’inizio di ottobre.

Un sistema elettorale controverso: il porcellum egiziano

Il sistema attualmente vigente è quindi quello che deriva dall’ultima modifica dell’autunno 2011; esso prevede l’elezione di un terzo dei seggi con sistema maggioritario binominale e due terzi con un sistema proporzionale a liste bloccate. Nonostante l’abrogazione dell’articolo 5, i seggi da eleggersi con sistema maggioritario sono comunque aperti alle candidature indipendenti; è questa la ragione per la quale i partiti sono incentivati a presentare candidati individuali a livello locale piuttosto che ricorrere a coalizioni. Ciò tuttavia ha fatto riapparire i timori di un possibile ricorso a dinamiche di corruzione e clientelismo, almeno a livello di distretto; nulla impedisce che personaggi del vecchio NDP possano utilizzare queste candidature per garantirsi cariche ed influenza a livello locale.

Per essere eletto con sistema maggioritario ogni candidato deve ottenere almeno il 50% dei voti; nel caso in cui questa percentuale non venga raggiunta da nessuno, si passerà al ballottaggio tra i due candidati con più voti. 

Almeno la metà degli eletti deve appartenere alla categoria “lavoratore” o “agricoltore”, titolo che deve risultare da apposita certificazione. L’Egitto è tuttavia un paese con alti picchi di disoccupazione e con molta manodopera in nero, quindi molte persone non sono state in grado di dimostrare di ricadere in queste categorie. Nelle campagne l’appartenenza alla categoria di agricoltore spetta per lo più ai proprietari terrieri, registrati in apposite associazioni di coltivatori, ma non ai braccianti a giornata.

I partiti sono vincolati all’inserimento di almeno una donna per ogni lista (quindi soltanto per la quota di seggi eletti con sistema proporzionale). E’ chiaro tuttavia che, in un sistema basato su liste bloccate, in cui l’ordine dei candidati è stabilito dai partiti, le chance per una donna di essere eletta sono nulle se il suo nome è collocato in fondo alle liste. In Tunisia è avvenuto proprio questo, nonostante un articolo della legge elettorale prevedesse il principio dell’alternanza e della parità uomo-donna nella presentazione delle candidature.

Riguardo ai Copti, sebbene essi siano circa il 9% della popolazione egiziana, la loro rappresentanza in Parlamento è declinata progressivamente negli anni tanto a livello di istituzioni, quanto in termini di partecipazione all’interno dei singoli partiti. Allo stato attuale il Partito Libertà e Giustizia ad esempio, ha un vicepresidente copto e più di 100 cristiani tra i suoi 10 000 membri. Anche altri partiti come quello degli Egiziani Liberi vedono un certo numero di membri copti. Resta poco chiaro fino a quale punto essi riusciranno a guadagnare seggi; ciò dipenderà, proprio come per le donne, dalla posizione attribuita loro nelle liste dai partiti. Per quanto riguarda i seggi attribuiti con sistema maggioritario, a parte un certo numero di posizioni che i Copti potrebbero guadagnare al Cairo ed Alessandria, non avendo questi una vasta distribuzione geografica è molto probabile che essi emergano dalle elezioni ancora una volta piuttosto sottorappresentati.

Una delle problematiche maggiori è quella della formula matematica adottata per la traduzione dei voti in seggi. L’art 15 della legge 38 del 1972 (così come emendata recentemente) stabilisce che, con riguardo all’applicazione del sistema proporzionale, i voti ottenuti dalle singole liste debbano essere ripartiti tra i candidati nell’ordine di presentazione degli stessi da parte del partito, e che il numero di seggi conseguiti dalla lista sia pari al numero di volte in cui viene raggiunta la “quota elettorale”. Per quota si intende il numero minimo di voti per ottenere un seggio, ricavato dal rapporto tra il numero totale di voti per circoscrizione e il numero di seggi da coprire in quello stesso distretto. Ciò che crea difficoltà è l’interpretazione delle disposizioni relative alla distribuzione dei resti. Secondo una delle due interpretazioni dominanti, tutti i partiti aventi superato la soglia dello 0,5% dei voti (che è quella che garantisce l’accesso alla rappresentanza nel nuovo sistema elettorale egiziano) possono partecipare alla ripartizione dei voti residui; secondo una seconda interpretazione, che si desumerebbe dalla lettura della vigente legge elettorale in combinazione con la legge 188 del 1986, avrebbero invece il diritto di partecipare alla ripartizione dei resti solo quei partiti aventi conseguito almeno una quota piena. E’ chiaro che queste incertezze interpretative creano zone d’ombra tali da influire anche in modo decisivo sul numero dei seggi attribuiti ai singoli partiti o coalizioni, e sono suscettibili di creare tensioni dopo l’annuncio dei risultati elettorali.

Un bilancio

Dal quadro analizzato emerge un sistema elettorale molto complesso. Gli elettori saranno chiamati alle urne in sei round (se si considerano anche i ballottaggi). Il loro voto sarà diviso tra i candidati eletti con il proporzionale e quelli eletti con sistema maggioritario. Alcuni elettori potrebbero essere disincentivati ad andare a votare proprio dalla consapevolezza della difficoltà di eleggere certi gruppi, in primis le minoranze religiose e le donne. Potrebbe verificarsi una confusione sui tempi e luoghi del voto, e la pubblicazione dei risultati di alcuni governatorati prima che le elezioni si siano concluse sull’intero territorio nazionale, potrebbe condizionare le scelte degli elettori che voteranno per ultimi (i primi a votare saranno peraltro soprattutto gli abitanti delle aree urbane rispetto a quelli delle campagne).

Affinché i cittadini possano essere considerati capaci di un voto realmente consapevole sarebbe necessaria un’educazione alle procedure elettorali molto impegnativa, e sicuramente non tale da poter essere svolta nei tempi del calendario elettorale. D’altronde il popolo egiziano non può non guardare alla relativa semplicità della transizione democratica tunisina senza fare confronti con la lunghezza e vischiosità della propria.

Il metodo proporzionale adottato, poi, è particolarmente complesso perché pone ambiguità sulle modalità con cui i resti potrebbero venire distribuiti tra i partiti lasciando spazio a possibili discrezionalità nell’attribuzione dei seggi.  Il metodo maggioritario favorirà le candidature singole, aprendo la strada a possibili personalità del passato regime.

Le criticità del sistema elettorale sono tanto più decisive nel contesto in cui avverranno le prime consultazioni legislative del post Mubarak. La situazione interna mostra oggi tratti di rinnovato autoritarismo. La polizia militare in questi mesi ha mostrato di essere capace di brutalità e repressione degne dei peggiori momenti del regime di Mubarak. Circa dodicimila sono stati i civili sottoposti a processo militare, molti dei quali accusati di un generico crimine di teppismo che ha consentito di mettere fuori gioco molti dei manifestanti di Piazza Tahrir; la legge sullo stato di emergenza, tristemente nota durante il più che ventennale regime ha continuato ad essere applicata nonostante la sua eliminazione fosse una delle rivendicazioni dei manifestanti di Piazza Tahrir. La stampa egiziana, dopo un primo momento in cui era sembrata divenire più libera grazie all’epurazione dei vertici delle testate, fortemente legati al regime di Mubarak, vede oggi moltiplicarsi il numero di editorialisti che protestano  contro la rinnovata censura lasciando colonne vuote sui giornali. 

Il lungo calendario per il rinnovo delle istituzioni, la permanenza al potere di figure ancora legate all’ancièn regime, hanno suscitato nella popolazione un senso di frustrazione e di sfiducia nei confronti dello SCAF. L’esercito, che è stato molto solerte nel presentarsi come il custode e garante della rivoluzione che nel febbraio 2011 ha portato alla caduta del più che ventennale regime di Mubarak, è ora accusato di mettere nuovamente a rischio la democrazia e di essersi servito della rivoluzione per cambiare semplicemente l’aspetto esteriore del regime. La marcia verso la democrazia è lenta per l’Egitto, e non saranno certamente le elezioni a garantire al popolo quel governo robusto, eletto e responsabile nei confronti degli elettori di cui l’Egitto avrebbe bisogno perché la Primavera Araba torni ad essere tale.

Valentina Palumbo è laureata in Relazioni Internazionali all’Università Roma3 ed ha un Master di Alta formazione per le Funzioni Internazionali. Ha collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi per quasi due anni. Scrive per numerose riviste online soprattutto in materia di politica internazionale. Assieme a Massimo De Francesco cura la rubrica “Il Caleidoscopio” per “L’Agone”.

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