MAROCCO, SVILUPPO CAOTICO E RICCHEZZA PER POCHI

Il nuovo premier del Marocco, Abdelilah Benkirane del Partito “Giustizia e Sviluppo” (PJD) uscito vittorioso dalle elezioni, non avrà solo il compito di mettere alla prova la nuova costituzione, ma dovrà anche fare i conti con i cronici squilibri ed i problemi di sviluppo del paese.

Il Marocco ha uno dei più alti livelli di diseguaglianza nel mondo arabo, ed uno dei più bassi PIL procapite, ed è afflitto da una dilagante corruzione, da un’elevata disoccupazione e sottoccupazione, soprattutto fra i giovani.

Un quadro di questa difficile situazione è offerto dal seguente reportage del 2010, inizialmente pubblicato sul quotidiano Terra, che vi riproponiamo: da allora non molto è cambiato.

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Marocco, l’inutile skyline delle nuove speculazioni

RABAT – Non risparmia neppure il culto dei morti quella frenesia di gru e cemento che scandisce il ritmo del Marocco urbano. Sotto la collinetta del vecchio cimitero di Rabat, adagiata fra la piccola kasbah e l’antica Medina, passerà il tram veloce che vuole unire la capitale a Salè secondo lo sfavillante progetto Amway finanziato dagli Emirati Arabi Uniti a suon di miliardi di dirham. I lavori iniziati nel 2006 dovevano terminare quest’anno ma slitteranno almeno di due se non di più. Attorno allo squarcio sulla piccola altura gli operai vanno e vengono fra il traffico impazzito mentre nella spianata della valle sull’Oued Bou Regreg spiccano, a due passi dall’Oceano, i palazzi dei progetti edilizi che sono l’ultimo volto del Marocco odierno. Lì nella Plage des Nations stanno sorgendo nuovi edifici con migliaia di appartamenti, opera del Gruppo Addoha che su 450 ettari ha investito 6 miliardi di dirham (600 milioni di euro) fregandosene delle pur esistenti leggi per la tutela dell’impatto ambientale. Se non proprio gli ecomostri che strozzano Tangeri o Casablanca qualcosa di simile. La corte approva e incassa, l’imam non critica.

 

Eppure quegli alloggi difficilmente potranno diventare proprietà d’una parte dello stesso terziario marocchino che copre il 45% dell’attività del Paese, parliamo degli impiegati da 4000 dirham (400 euro) che qui sono un buon mensile. Gli alloggi, pur differenziati nei prezzi di mercato, hanno trovato nei recenti aumenti di quasi un punto di percentuale (da 4,64 a 5,50) del tasso d’interesse dei mutui un elemento di freno per chi vive di mensilità fissa. Naturalmente fra i villini da 200.000 euro presso Skhirat e i più modesti appartamenti di edilizia intensiva sul lungomare periferico di Rabat che s’acquistano alla metà e anche meno c’è differenza. Ma fra l’immensa offerta e l’attuale disponibilità economica d’una consistente fetta della popolazione esiste un cospicuo gap. E’ uno dei volti contraddittori d’una nazione passata in poco più d’un decennio da un’arretratezza palese a un benessere presunto. E fra Hassan II che attuò a metà anni Ottanta l’enorme piano immobiliare coi finanziamenti iniziali degli EAU e suo figlio, che insieme alla corona l’ha ereditato e lo gestisce, in molti rimpiangono il padre.

Re dal pugno di ferro che aveva fatto rapire dalla sua polizia segreta l’oppositore Ben Barka mai più ritrovato, che non esitava a decapitare i vertici militari complottisti nel 1971 e dieci anni dopo a domare col fuoco dei carri armati le rivolte popolari di Casablanca e Fès. Centinaia e centinaia di morti, migliaia di feriti, un sovrano odiato e temuto. Eppure oggi c’è chi dice che Hassan faceva rispettare leggi e ruoli mentre il buonismo di Mohammed VI, definito in certe periferie urbane “ambasciatore” per il tanto tempo che trascorre fuori dal Paese, è foriero di lassismo.  Un lasciar correre del peggior sistema di potere fatto di pesi e misure diversi e di corruttele grandi e piccine che favoriscono soprattutto talune caste. Quella degli uomini in divisa è sicuramente la più numerosa e strutturata. Massicciamente presente sul territorio, soprattutto lungo le vie di percorrenza ipercontrollate, dove tanto per fare un esempio vengono comminate sanzioni pecuniarie anche se si supera di pochissimo il ridotto limite di velocità. Con la differenza che la multa può essere ufficiale e ammontare a 400 dirham o ufficiosa e scendere a 100 che finiscono non allo Stato bensì nelle tasche del gendarme dal sorriso beffardo che propone lo “sconto”. Dicono sia un modo tollerato per arrotondare uno stipendio non alto però sicuro, basta servire fedelmente la corona e rifarsi sui sudditi.

E fra chi può praticarlo perché incarna la legge e chi no, c’è la palude dell’arte dell’arrangiarsi fatta d’ogni sorta di commercio, non solo quello ufficiale di stoffe, tappeti, pelli e tutto quanto può diventare merce negli intricati meandri dei mille souk. Tanta merce la dà la terra sia coi prodotti agricoli (40% dell’economia nazionale e coltivazioni su un’area grande come tre volte il Belgio), sia coi fosfati di cui il Marocco è terzo produttore al mondo. Fosfati che contenendo anche uranio suscitano interessi e appetiti delle potenze di sempre come l’ex “protettrice” Francia. Nelle scorse settimane è stato firmato un accordo col colosso Areva per recuperare uranio dall’acido fosforico, così l’azienda s’approvvigiona e il governo di Rabat bisognoso d’energia per la modernizzazione in atto pone le basi per future centrali nucleari, vista la mancanza sul suo territorio di gas, petrolio, e visti i rapporti sempre tesi con l’Algeria. La contemporaneità parla il linguaggio della tecnologia avanzata e qui il vecchio colonialismo gioca la carta che lo vede dominare, sotto altre vesti, il mercato mondiale riempiendolo di affari.

E’ il caso del gigante Veolia (34,6 miliardi di euro di fatturato) che con la miriade di appalti o partnership rinnova una presenza costante del business francese nella terra che nel 1956 le strappò l’indipendenza. Appalta allo Stato marocchino un programma igienico-sanitario di acque e trasporti. Qualche esempio: Rabat, Salé e Temera avranno per i prossimi 15 anni un servizio di bus e tram con 3.000 addetti gestito da una società mista di cui Veolia detiene il 51% e le locali Bouzid e Hakam le restanti quote. Mentre l’area di Tangeri è dal 2001 e per i prossimi 25 anni sotto le cure di Amendis Veolia Water che s’occupa di governare acque reflue e impianti fognari. Nella voglia marocchina d’emergere, che non è un semplice desiderio, sono tuttora aperte ampie ferite sociali: il 10% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e il 15% di disoccupati sparsi un po’ ovunque. Nei villaggi dell’entroterra, dove s’assiste a un elevato analfabetismo maschile e femminile, e nelle periferie delle grandi città tuttora disseminate di baracche.

Casablanca, la capitale del cemento benedetto dal Re

CASABLANCA-TANGERI – Ad-Daru L-Bayda in arabo vuol dire casa bianca, un nome che si trascina dietro una premonizione. Tant’è che percorrere oggi la costa atlantica dalla caotica metropoli marocchina resa celebre dalla pellicola di Curtiz sino alla porta del continente, che è la Tangeri dai mai sopiti contorni coloniali, è come fare un viaggio a ritroso nel boom edilizio del Mediterraneo. Stessa speculazione che Italia, Spagna, Grecia, e più di recente Tunisia e  Turchia hanno conosciuto in epoche diverse. Quella febbre del mattone divoratrice di campagna che dilata le periferie cittadine per decine di chilometri e ha creato la metamorfosi letale di spiagge e coste.  Un moto che incarna il desiderio di status fatto di seconde case utili per le tradizionali vacanze, di investimenti sicuri e fruttuosi per le famiglie, di capitali rivolti all’industria turistica per tutte le tasche. Dove a sorridere più d’ogni altro è l’imprenditore del calcestruzzo, da noi palazzinaro qui mqawl bna’.

 

L’esempio locale del Ligresti o Caltagirone, non diciamo Berlusconi perché ancora non maneggia tivù e politica, è Anas Sefrioui cinquantatreenne di Fès, figlio di suo padre nel senso che ha interrotto gli studi per lavorare nell’azienda di famiglia e naturalmente l’ha ampliata con iniziative sempre più ambiziose. Sua è l’Addoha Douja Promotion, multinazionale del mattone di cui detiene il 62% di capitale azionario che ammonta a 25 miliardi di dirham. Il lancio iperbolico del suo cimento nel cemento fu il grande piano edilizio avviato a metà anni Ottanta da re Hassan II per risollevare le condizioni abitative ferme da secoli di milioni di marocchini. Non solo le antiche Medine delle città ma l’enorme contorno apparivano come una gigantesca baraccopoli dalle condizioni igieniche disastrose. Possibili focolai epidemiologici. Il re dittatore iniziava a lanciare il “piano casa” poco tempo dopo aver fatto strage di sudditi, la carota successiva al bastone fu l’interessarsi della disperazione abitativa del popolo.

Occorreva realizzare edifici decorosi dotati d’acqua corrente e servizi e abbattere le bidonville. Finanziamenti vennero dal governo di Abu Dhabi coi suoi molto più pesanti dirham, i Sefrioui mettevano tecnica e manodopera creando accanto al nuovo volto del Marocco contemporaneo l’impero dell’Addoha. Oggi l’impresa è così forte che calamita i piani edilizi più grandiosi. Quello di Plage des Nations, capace di cementificare un paesaggio rimasto intatto per secoli, è uno di questi. La malleveria reale che rende assai chiacchierato Sefrioui ha offerto il benestare a interventi che le leggi vigenti sull’impatto ambientale potevano vietare. Invece niente. Ma ogni effetto ha la sua causa, così si scopre che l’immarcescibile do ut des viene applicato perché mister mattone offre coperture finanziarie alle operazioni del fratello dell’attuale sovrano. Stessa benevolenza anche per l’ultima opera pubblica marchiata Sefrioui – l’autostrada che corre da Marrakesh ad Agadir – 225 chilometri costati 8 miliardi di dirham locali. Un fiore all’occhiello del casato, che l’ha fatto inaugurare proprio dal principe Rachid e che ha previsto accanto alla scontata espropriazione di terre, l’abbattimento di dodicimila piante di Argan (quelle del celebrato olio per uso estetico) e secolari alberi d’alto fusto.

Fra il bisogno d’alloggio e il business edilizio che da anni ne consegue esistono anche soggettivismi e vizi dei disperati della povertà. Non sono poche le famiglie che rivendono a terzi la casa ricevuta tornando a vivere nelle casupole, mentre altri appartamenti sul lungomare della capitale restano vuoti perché l’assegnatario reclama in sua vece un terreno su cui edificare per proprio conto. Queste soluzioni adottate per tre decenni hanno prodotto nient’altro che nuovi agglomerati di casupole a due-tre piani dove i proprietari vivono in uno e affittano il resto ricavandone reddito. E’ l’illecito “fai da te” sottoproletario contrapposto ai privilegi di chi è garantito dal lavoro statale, l’occhio semichiuso con cui il casato conserva consenso e potere.  Sempre in fatto d’immobili, non quelli di proprietà ma altri fruibili per le vacanze, un buon numero di strutture presenti sulla costa sono affittate dai Comitati di Opere Sociali che stabiliscono presenze e turnazioni delle famiglie beneficiarie, quelle in un cui membro lavora per ministeri, amministrazioni, corpi militari e simili.

 

Qui qualche indignato denuncia come siano sempre gli stessi ad avere diritto alla casa-vacanza, perché i funzionari delle graduatorie cadono in facili corruzioni o stabiliscono collusioni neanche tanto velate coi rappresentati delle già privilegiate categorie fruitrici del servizio. I sindacalisti sono figure avvantaggiate per il ruolo di tramite che ricoprono fra lavoratori e amministrazione, vengono così “ammorbiditi” a suon di soggiorni negli appartamenti marini affinché garantiscano la pace sociale. E’ un altro volto dei costumi e degli abusi in cui si dibatte la società marocchina, in questo per nulla diversa da quell’Occidente che le sta più a nord.

29 luglio 2010

Enrico Campofreda è laureato in Storia presso ‘La Sapienza’, e specializzato a ‘RomaTre’. Giornalista dal 1988, ha collaborato con Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport, Il Manifesto scrivendo di sport. Attualmente collabora con Terra e con testate web seguendo politica estera e sociale. Ha pubblicato due romanzi “L’urlo e il sorriso”, Di Salvo, Napoli, 2007;  “Hépou moi”, ABao AQu, Rovigo, 2010

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