Egitto: la complessa equazione dei Fratelli Musulmani, dei salafiti e dell’esercito

19/12/2011

Original Version: Egypt: A complex equation

I salafiti potrebbero essere uno strumento per indebolire i Fratelli Musulmani, i quali dal canto loro potrebbero essere costretti a cercare un accordo con i militari tuttora vicini agli Stati Uniti; in ogni caso, la via verso la democrazia in Egitto è tutt’altro che trasparente – scrive il noto intellettuale musulmano Tariq Ramadan

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Non è facile valutare cosa stia realmente accadendo in Egitto. Dopo i primi risultati delle elezioni, tutte le ipotesi restano possibili; il risultato è imprevedibile. I due partiti islamici – il partito “Libertà e Giustizia” che rappresenta i Fratelli Musulmani, e Al-Nour che rappresenta i salafiti – sono emersi come le principali forze politiche in Egitto, suscitando interrogativi sulla natura del futuro Stato.

Le cose si stanno evolvendo rapidamente, e molti elementi sono sorprendenti, poco chiari e perfino sconosciuti: è difficile identificare non solo i protagonisti, ma anche le nuove alleanze che stanno prendendo forma in questa svolta storica.

In meno di sei mesi, il movimento salafita ha completamente cambiato le sue posizioni ideologiche e religiose nei confronti della “democrazia”. I suoi leader avevano ripetuto per anni che la “democrazia” non era islamica, che era perfino “kufr” (un rifiuto dell’Islam), e che i veri musulmani non dovevano prendere parte alle elezioni – o alla politica in generale – essendo l’intero sistema corrotto nelle sue stesse fondamenta.

Poi, improvvisamente i salafiti hanno creato un partito, hanno iniziato ad essere attivi in tutto il paese, producendo volantini e opuscoli, e invitando il popolo a votare per loro o, in alternativa, almeno per la Fratellanza Musulmana. Il loro voltafaccia di 180 gradi è stato tanto rapido quanto sorprendente e curioso. Come possono ora dichiarare islamicamente legittimo ciò che solo ieri avevano definito kufr? Come possono chiedere alla gente di votare per i Fratelli Musulmani che avevano sempre criticato, quasi fin dall’inizio, in quanto troppo lontani dal “vero Islam”, troppo aperti alle innovazioni dannose (bida), e, in poche parole, troppo “occidentalizzati e moderni”? Perché i salafiti stanno cambiando in modo così drammatico?

Non è la prima volta che abbiamo osservato simili cambiamenti nelle organizzazioni islamiche più letteraliste e tradizionali. A metà degli anni ’90 in Afghanistan e Pakistan, i Talebani rifiutarono di prendere in considerazione la partecipazione politica; per loro era islamicamente sbagliato. Ma poi, in meno di otto mesi, si sono organizzati diventando una delle principali forze in Afghanistan e sono divenuti politicamente impegnati.

Più tardi abbiamo saputo che erano stati spinti ad assumere quella posizione dalle pressioni dell’Arabia Saudita (anche se i sauditi consideravano i Talebani seguaci di una scuola di pensiero islamico distorta) in risposta alla strategia americana nella regione.

Gli americani non si sono mai fatti problemi a trattare con le tendenze islamiche più letteraliste. Sul terreno – in Afghanistan, come oggi in Egitto – i salafiti stanno giocando un gioco contraddittorio: hanno adottato una posizione islamica completamente nuova – per loro – mentre in pratica lavorano per quegli stessi interessi (come quelli degli Stati Uniti) che essi rifiutano e in teoria demonizzano.

Lo stesso scenario potrebbe ripetersi nell’Egitto di oggi.

Il problema con i salafiti e i tradizionalisti (come i Talebani) non sta solo nella loro interpretazione dell’Islam (letteralista, di vedute ristrette, e spesso intransigente), ma anche nella potenziale strumentalizzazione della loro presenza in termini politici. Nessuno può negare che essi possano essere sinceri (e molto spesso lo sono) dal punto di vista religioso. Allo stesso tempo, essi sono politicamente ingenui e facili da manipolare. Ciò è divenuto evidente in Afghanistan e potrebbe valere di nuovo in Egitto.

Guardando ai risultati elettorali del primo turno, il mondo ha concluso che i due partiti islamici rappresentano quasi il 60 per cento dei voti (visto che dovrebbe esserci un’alleanza naturale tra i due). Ma questa potrebbe essere un’interpretazione completamente sbagliata. E’ possibile che il partito Al-Nour abbia un altro ruolo da svolgere nell’equazione egiziana. Sostenuto ideologicamente e finanziariamente dal governo saudita, esso potrebbe emergere come uno degli attori della strategia americana in Egitto. 

Al-Nour potrebbe essere uno strumento per indebolire l’influenza e il potere della Fratellanza Musulmana, spingendola a stringere alleanze rischiose. Se i Fratelli Musulmani sceglieranno di concludere un patto con i letteralisti, perderanno rapidamente la propria credibilità e si porranno in contrasto con la loro dichiarata agenda riformista. Se decideranno di tenersi lontani dai salafiti, non avranno altra alternativa che quella di prendere in considerazione un’alleanza con altre forze politiche (che sono molto deboli) e soprattutto con i militari, che rimangono molto potenti.

La Fratellanza ha deciso di competere solo per il 40 per cento dei seggi parlamentari e di non correre per la presidenza. Ed ha annunciato che sarebbe stata una forza politica attiva e fondamentale, ma avrebbe evitato di esporsi in prima linea. Questa strategia era un modo per tranquillizzare l’Occidente ed evitare di perdere la sua credibilità, in quanto avrebbe agito in modo più discreto.

Ma la Fratellanza si trova ora in una posizione molto difficile e piuttosto pericolosa. Il partito Al-Nour potrebbe diventare il nemico più forte dei Fratelli Musulmani e l’oggettivo alleato dei militari. Sul terreno, i due partiti islamici invocano gli stessi principi di riferimento e promuovono alcuni obiettivi comuni, ma in realtà rappresentano forze politiche e visioni ben distinte.

Nel corso degli anni la Fratellanza ha mostrato fino a che punto può essere pragmatica: evolvendosi di pari passo con la storia, adattando la sua strategia e diversificando i suoi contatti (l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti, i paesi europei, i paesi emergenti, ecc.). Sembra che non sarà possibile per la Fratellanza evitare di trattare, in un modo o nell’altro, con i militari.

Ci sono state voci di un accordo, ma nulla di chiaro: ora sembra che un simile accordo sia abbastanza inevitabile. Questo è ciò a cui il governo degli Stati Uniti (che mantiene stretti rapporti con i generali) starebbe lavorando al fine di mantenere un certo controllo sulla situazione.

Un volto civile come Mohammed ElBaradei (anch’egli vicino agli americani, contrariamente a quanto si dice) potrebbe essere eletto democraticamente in un secondo momento, ma il vero potere sarebbe altrove.

Nonostante ciò a cui abbiamo assistito nel corso delle ultime settimane, sarebbe meglio sospendere il giudizio e rimanere cauti nelle nostre conclusioni. L’Egitto è un paese cruciale per il Medio Oriente, e né Israele né gli Stati Uniti rimarranno spettatori passivi se gli egiziani sceglieranno i Fratelli Musulmani, la cui ideologia è la stessa di Hamas (per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese).

Altri attori regionali che non hanno veramente a cuore la democrazia, come le monarchie arabe, stanno giocando un ruolo chiave nel neutralizzare le forze islamiche. E, in ogni caso, queste forze hanno ancora molto da dimostrare; nessuno sa se manterranno le loro promesse quando saranno al potere.

La via verso la democrazia in Egitto è tutt’altro che trasparente; dobbiamo evitare di scambiare l’apparenza per realtà. Gli islamisti potrebbero operare contro altri islamisti, così come un governo democratico occidentale potrebbe sostenere un apparato militare non democratico. Questa è la politica; dobbiamo restare vigili anche nel nostro ottimismo. Religiosa o no, la sincerità in politica non è mai abbastanza.

Tariq Ramadan è professore di Studi Islamici Contemporanei presso il  St. Antony’s College della Oxford University ed è visiting professor presso la Facoltà di Studi Islamici della Qatar Foundation; è autore di “Islam and the Arab Awakening”

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

One Response to “Egitto: la complessa equazione dei Fratelli Musulmani, dei salafiti e dell’esercito”

  1. Gabriele Iungo scrive:

    «Il loro voltafaccia di 180 gradi è stato tanto rapido quanto sorprendente e curioso. Come possono ora dichiarare islamicamente legittimo ciò che solo ieri avevano definito kufr?»

    La posizione politica assunta dai movimenti islamici di orientamento “salafita” è ben lungi dall’essere un «voltafaccia di 180 gradi». I suoi ‘ulamā’ di riferimento, infatti, hanno spiegato per anni che dal loro punto di vista la partecipazione alle elezioni è illecita, salvo che a determinate condizioni eccezionali, che secondo loro non si erano mai verificate finora. Ciò è analogo al ragionamento che riguarda, a titolo d’esempio, il vino: stabilirne la liceità in linea generale, e di conseguenza consumarlo, è sempre una forma di miscredenza, tuttavia in determinate condizioni eccezionali il suo consumo diviene non solo lecito, bensì obbligatorio – ovvero, quando non c’è altra bevanda a disposizione, e l’estrema disidratazione rischierebbe di condurre alla morte l’assetato.
    Nessun «voltafaccia», dunque; al contrario, l’estrema coerenza di un’interpretazione giurisprudenziale, che ha visto concretizzarsi nella situazione egiziana le condizioni che rendevano perfino doverosa la partecipazione elettorale in un ambito democratico, altrimenti generalmente e tassativamente considerata illecita ed inammissibile.

    Altrettanto fuori misura mi sembra la lettura della posizione “salafita” come «uno degli attori della strategia americana in Egitto». Il riferimento storico all’Afghanistān mi pare infatti andare proprio in senso opposto all’analisi proposta: il movimento talebano non si è dimostrato affatto «politicamente ingenuo e facile da manipolare», lavorando «per quegli stessi interessi (..) che essi rifiutano e in teoria demonizzano». Si è dimostrato invece tanto poco manipolabile e supino agli interessi stranieri da dover essere abbattuto con i bombardamenti, e che fosse mosso o meno da pressioni esterne, la sua lotta si è configurata in tutto e per tutto come una lotta di liberazione nazionale dalle influenze straniere – e perfino saudite – e dalla piaga di un’endemica guerra civile.

    Se l”ingenuità politica si misura dunque solamente sull’incapacità di «rassicurare l’Occidente ed evitare di perdere credibilità» ai suoi occhi, non è chiaro come il suo contrario possa rappresentare una chiave di volta nella conduzione politica dei movimenti islamici. Mi sembra si dia infatti un’attenzione perfino eccessiva a tutti i “nemici” con cui, in questo caso, la Fratellanza Islamica dovrebbe misurarsi – nell’ordine, i “salafiti e i tradizionalisti”, “il governo degli Stati Uniti”, “i generali”, “Israele” e «altri attori regionali che non hanno veramente a cuore la democrazia, come le monarchie, che stanno giocando un ruolo chiave nel neutralizzare le forze islamiche». D’altra parte, non si vede una chiara spiegazione di come «la Fratellanza ha mostrato fino a che punto può essere pragmatica: evolvendosi di pari passo con la storia, adattando la sua strategia e diversificando i suoi contatti», andando cioè nel concreto della sua prospettiva politica, sulla «via verso la democrazia in Egitto».

    In un Paese governato da cinquant’anni di dittatura, una dittatura che per decenni ha rappresentato la longa mano degli interessi atlantici sul Paese, e che ha prevedibilmente assistito alla semplice sostituzione del potere politico a quello stesso potere militare che ne ha fedelmente rappresentato uno dei pilastri fondamentali, non è certo la “ingenua sincerità salafita”, se così si può definire, a rappresentare l’ago della bilancia, od un elemento di basilare squilibrio sulla scena politica egiziana. Piuttosto che spiegare implicitamente perché la Fratellanza sarà “costretta a scendere a patti” col regime militare e con gli interessi atlantici di cui è contraltare nel Paese, sarebbe interessante dimostrare in quale modo essa potrebbe verosimilmente sottrarsi e contrapporsi a tali patti ed a tali interessi. Ed in questo senso, il consueto riferimento al “modello turco” lascia ancora una volta il tempo che trova: l’Egitto non è la Turchia, gli Egiziani non sono i Turchi, Jamal ‘Abd al-Nāsir non fu Kamāl Atatūrk, e il Partito della Libertà e della Giustizia del Cairo non è il Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Istanbul.

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