
I protagonisti dell’economia globale hanno imparato qualcosa dalla Primavera Araba in generale, e dalla guerra in Libia in particolare? A giudicare da quanto sta avvenendo nel paese nordafricano, sembrerebbe di no.
In queste settimane la Libia è meta di una vera e propria “corsa diplomatica” che vede delegazioni di mezzo mondo affollarsi a Tripoli per stringere rapporti con l’autonominato (e ancora tutt’altro che legittimato a livello popolare) Consiglio Nazionale Transitorio (CNT), nella speranza di mettere in sicurezza i contratti pregressi e di posizionarsi vantaggiosamente in previsione della futura assegnazione di appalti per la ricostruzione e di nuovi contratti petroliferi.
Nel frattempo, l’aeroporto internazionale della capitale è tuttora in mano a una milizia – quella di Zintan, cittadina a sudovest di Tripoli – invece che al CNT, il quale dovrebbe rappresentare la nuova autorità nazionale.
La Libia è il paese con le maggiori riserve petrolifere del continente africano, e molti libici si augurano che gli investimenti stranieri portino ad un rapido sviluppo economico. Costoro ritengono che, grazie alle sue risorse, il loro paese “dovrebbe essere come Dubai”.
Sebbene la Libia trabocchi di armi e di miliziani (le stime vanno dai 120.000 ai 250.000 uomini armati, su una popolazione complessiva di sei milioni e mezzo di abitanti), sono in molti a ritenere che il paese rappresenti una potenziale “opportunità”.
UNA FOLLA DI DELEGAZIONI STRANIERE…
Negli ultimi giorni sono giunte a Tripoli delegazioni tedesche, italiane, turche, egiziane e degli Emirati Arabi Uniti, tutte più o meno costituite da funzionari governativi di alto livello e da un congruo seguito di uomini d’affari (in particolare, la delegazione italiana giunta in Libia sabato scorso dovrebbe essere seguita, il mese prossimo, da un’altra guidata dal ministro dello sviluppo economico Corrado Passera).
Finora la più nutrita “squadra diplomatica e imprenditoriale” è stata senza dubbio quella degli Emirati, i quali sperano di godere di un trattamento preferenziale, insieme al Qatar, in conseguenza dell’ampio supporto dato ai ribelli libici durante la guerra contro Gheddafi.
Parte integrante del “bottino di guerra” di Doha e Abu Dhabi potrebbe essere il permesso di investire in Libia senza dover usufruire di partner locali, come invece prevede l’attuale legge libica.
Gli Emirati hanno già versato 2 miliardi di dollari nell’economia libica, e sperano che il livello degli investimenti possa salire a 5 miliardi nei prossimi cinque anni.
Abdulaziz al-Ghurair, importante investitore di Dubai, afferma che la Libia ha le potenzialità per rimpiazzare l’Iraq in qualità di nuovo grande mercato per gli investitori mediorientali. La famiglia al-Ghurair è comproprietaria di una delle più grandi raffinerie del paese, a Ras Lanouf.
Alcuni imprenditori del Golfo, tuttavia, fanno anche sfoggio di cautela, mostrandosi consapevoli del fatto che, prima di impegnarsi a fondo in questo nuovo mercato, dovranno essere garantite le condizioni minime di sicurezza: “dovranno prima calmarsi le acque”, ha dichiarato uno di loro.
Essi sanno anche che dovranno fare i conti con la forte competizione dei paesi occidentali, come Francia e Gran Bretagna, i cui leader furono i primi a visitare Tripoli all’indomani della cacciata di Gheddafi, strappando manifestazioni di riconoscenza e promesse di futura cooperazione.
Dal canto loro, neanche gli Stati Uniti hanno tardato a muoversi: a fine novembre è giunto a Tripoli l’ambasciatore americano all’ONU Susan Rice, a dicembre il segretario alla difesa Leon Panetta. A febbraio è previsto l’arrivo di una delegazione della Camera di Commercio USA.
Le grandi compagnie petrolifere internazionali sono anch’esse già al lavoro per ripristinare i passati ritmi di produzione, che stanno rapidamente tornando ai livelli prebellici (prima della guerra la produzione libica si aggirava intorno a 1,6 milioni di barili al giorno).
Fra le compagnie che hanno operato con maggior successo vi è l’italiana ENI, che avrebbe già toccato una produzione di 260.000 barili al giorno, inferiore di soli 10.000 barili rispetto ai livelli dell’era Gheddafi.
Durante la visita del premier Mario Monti, lo scorso sabato, Italia e Libia hanno firmato la nuova “Dichiarazione di Tripoli” per ridefinire i rapporti fra i due paesi nell’era successiva alla caduta del dittatore. L’imbarazzante Trattato di amicizia stipulato dall’ex leader libico con l’ex premier italiano Berlusconi per il momento è stato messo in soffitta.
Fanno parte della nuova intesa italo-libica anche la collaborazione per creare un sistema di controllo dei confini, e un contributo italiano all’addestramento delle forze di sicurezza, in particolare per proteggere le installazioni petrolifere (un fatto che potrebbe non apparire benaugurante agli occhi di alcuni, visto che in passato le forze di sicurezza di tutti i dittatori nordafricani sono state addestrate proprio dai paesi occidentali).
Essendo il primo investitore straniero in Libia, l’Italia ha enormi interessi da difendere nel paese nordafricano. Oltre che con l’ENI – che in Libia è il primo estrattore di gas e petrolio a livello internazionale – l’Italia è presente con colossi come Impregilo e Finmeccanica.
…ACCANTO A UN ALLARMANTE DETERIORAMENTO DELLA SICUREZZA
Tuttavia, proprio mentre a Tripoli il premier italiano firmava il nuovo accordo con il primo ministro libico ad interim Abdurrahim El-Keib, la sede del Consiglio Nazionale Transitorio a Bengasi veniva assalita da una folla inferocita, armata di pietre e bastoni, che ne devastava gli uffici. Il leader del CNT Mustafa Abdul Jalil, presente nell’edificio, dopo aver tentato invano di dialogare con i contestatori, è riuscito a mettersi in salvo attraverso un’uscita secondaria.
Perfino a Bengasi, la città da cui ebbe inizio la rivolta libica, la gente si fida sempre meno del CNT, lo accusa di poca trasparenza, di sperperare i soldi del paese, e di accogliere tra le sue file funzionari del passato regime.
All’indomani dell’incidente, Abdul Jalil ha dichiarato che azioni del genere possono far sprofondare la Libia in un abisso.
Per tentare di placare le proteste, il Consiglio Nazionale Transitorio ha annunciato le dimissioni del sindaco della città, nominato in precedenza dal Consiglio stesso. Subito dopo sono seguite le dimissioni del vicepresidente del CNT, Abdel Hafiz Ghoga, uno dei principali accusati di essere fuoriusciti del vecchio regime riciclatisi nel Consiglio.
Ma i guai del CNT non finiscono qui.
La scorsa settimana si è registrato l’ennesimo scontro armato fra gruppi di miliziani a Tripoli, che ha provocato almeno due morti. Questo incidente è stato preceduto da numerosi episodi analoghi, in particolare all’inizio di gennaio, a Tripoli e a Gharyan, a seguito dei quali Abdul Jalil aveva già messo in guardia una prima volta sul rischio che il paese sprofondasse in una guerra civile.
La situazione è ulteriormente peggiorata questo lunedì, quando è giunta la notizia che, dopo uno scontro a fuoco, uomini definiti da alcuni come “fedeli al passato regime” hanno ripreso il controllo di Bani Walid, l’ultima roccaforte di Gheddafi – assieme a Sirte – a cadere nel conflitto conclusosi solo tre mesi fa.
RICONCILIAZIONE, IDENTITA’, FRAMMENTAZIONE: TRE ENORMI OSTACOLI ALLA DEFINIZIONE DI UNA LIBIA UNITARIA
Bani Walid è una roccaforte dei Warfalla, la principale tribù libica, schieratasi in buona parte con Gheddafi nel recente conflitto. Già all’indomani della morte del leader libico, alcuni avevano rilevato che un’ostilità nei confronti dei Warfalla avrebbe potuto rivelarsi devastante nella fase di costruzione della nuova “Libia democratica”.
L’episodio di Bani Walid pone drammaticamente al centro della scena libica il problema della riconciliazione, soprattutto fra le città che hanno maggiormente sofferto durante la guerra. Città come Sirte, Bani Walid e Tawarga da un lato, o come Misurata dall’altro, sono state devastate dai bombardamenti e da azioni brutali compiute da entrambe le parti.
Le forze di Tawarga, ad esempio, parteciparono al lungo e sanguinoso assedio a Misurata. Successivamente le milizie di Misurata diedero un contributo essenziale alla presa di Tripoli, e fra l’altro ridussero Tawarga, un centro abitato di 30.000 persone, a una città fantasma.
Tawarga e Bani Walid sono fra le città che non hanno voce nella nuova Libia. Esse testimoniano come i vincitori abbiano a loro volta imposto la loro giustizia brutale e sommaria su alcune delle comunità che rimasero schierate con il vecchio regime.
Accanto agli enormi ostacoli alla riconciliazione, vi è poi il problema dell’identità della nuova Libia. Tale identità dovrebbe prendere forma nell’attuale fase di transizione che dovrebbe culminare con l’elezione di un’assemblea costituente a giugno.
Nel paese stanno fiorendo movimenti politici di ogni sorta, che vanno dai raggruppamenti laici e liberali agli islamici (moderati e fondamentalisti), fino ai gruppi monarchici ed a quelli che prediligono affiliazioni tribali e regionali.
Nel nuovo panorama politico libico vi sono gruppi che vogliono reinsediare la monarchia senussita che governava prima dell’avvento di Gheddafi, gruppi tribali che chiedono l’indipendenza della Cirenaica, movimenti arabi nazionalisti.
Si ritiene, in ogni caso, che in una società conservatrice come quella libica saranno gli islamici a fare la parte del leone in qualsiasi futura consultazione elettorale, come è già avvenuto in paesi come la Tunisia, l’Egitto e il Marocco (e probabilmente in Libia essi otterranno percentuali ancora maggiori).
I Fratelli Musulmani, essenzialmente conservatori, appaiono come la forza politica meglio organizzata. Accanto a loro vi sono i salafiti, dalle idee più marcatamente fondamentaliste. I gruppi islamici più estremisti risiedono nella parte orientale della Libia, a Derna, al-Bayda, ed in generale nella regione del Gebel Akhdar (che in passato fu un serbatoio di reclutamento per al-Qaeda).
Alcuni di questi gruppi chiedono una stretta applicazione della legge islamica, ed il CNT per “accontentare la piazza” ha messo in chiaro fin da subito che la sharia sarà una fonte di ispirazione essenziale della nuova costituzione.
Ciò ha suscitato perplessità in Occidente. Ma, quantomeno sul fronte degli “affari”, sono giunte voci tranquillizzanti dalla nuova leadership libica. Ad esempio, la Banca centrale libica ha annunciato che verrà presto introdotta una nuova regolamentazione espressamente riguardante la finanza islamica, ma il vicegovernatore della banca si è affrettato a chiarire che il sistema bancario libico non verrà trasformato in un sistema islamico: le banche islamiche semplicemente competeranno con le banche convenzionali.
Diversa è la situazione per quanto riguarda la separazione della religione dallo Stato: un modello di Stato laico secondo gli schemi occidentali sarà difficilmente applicabile in Libia – ritengono molti. Ciò a sua volta si rifletterà su altre questioni, come i diritti delle donne: ci si aspetta fin d’ora, ad esempio, che la percentuale femminile nella futura assemblea costituente sarà bassissima.
Il problema dell’identità laica o islamica della nuova Libia, tuttavia, si preannuncia secondario rispetto al summenzionato dilemma della riconciliazione, ed in generale al problema della frammentazione del paese. Il senso di appartenenza nazionale impallidisce di fronte al dilagare del regionalismo e delle affiliazioni claniche e tribali, nella quasi totale assenza di un centro unificante e di istituzioni nazionali funzionanti.
In particolare, questo trionfo del regionalismo ha assunto toni inquietanti nella misura in cui, a seguito del conflitto, si è tradotto nel radicamento di milizie locali (spesso in contrasto tra loro) che hanno in mano il controllo del territorio.
I DIFETTI STRUTTURALI ALLA BASE DELLA RIVOLTA LIBICA
Fin dall’inizio del conflitto che ha portato alla cacciata di Gheddafi, la leadership militare dei “ribelli” è apparsa divisa.
Sotto la guida del generale Abdul Fatah Younis, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite alla fine del luglio 2011, vi erano figure come Abdel Hakim Belhadj (ex leader del Gruppo combattente islamico libico [LIFG], con un passato di guerrigliero al fianco dei mujahidin afghani), Khalifa Haftar (un nasserista ex alleato di Gheddafi, divenuto suo acerrimo nemico dopo la guerra libica in Ciad, e passato al soldo della CIA), e Suleiman Mahmoud al-Obeidi, (generale dell’esercito di Gheddafi passato ai ribelli, ed appartenente ad una tribù della regione di Tobruk).
Mahmoud al-Obeidi, Belhadj e Haftar incarnano perfettamente le tre anime della rivolta libica: tribale, islamista, e sostenuta da potenze straniere (la componente più genuinamente democratica, pur fortemente presente all’inizio della protesta, si è inevitabilmente sfaldata con la progressiva militarizzazione della rivolta).
Se Belhadj, islamista vicino all’influente religioso libico Ali al-Salabi (che fu lungamente ospitato a Doha dopo aver trascorso molti anni nelle carceri di Gheddafi), ha goduto delle simpatie e degli ingenti sostegni materiali del Qatar, Haftar è considerato una pedina degli Stati Uniti (per convincersene non è necessario consultare chissà quali documenti “top secret”; è sufficiente leggere la CNN).
Finanziato dalla CIA probabilmente già a partire dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso, quando Reagan combatté la sua personale battaglia contro Gheddafi (fra l’altro bombardando il compound del leader libico a Tripoli nel 1986), Haftar fu trasferito da forze americane dal Ciad in Nigeria, poi nell’attuale Repubblica del Congo (ex Zaire), poi in Kenya, per finire quindi in Virginia, negli USA, dove ha trascorso circa vent’anni.
Infine, il 14 marzo del 2011 Haftar giunse a Bengasi per unirsi ai ribelli libici contro Gheddafi. Una relazione della Jamestown Foundation lo ha definito “il miglior legame che gli Stati Uniti e le forze NATO possono avere per trattare con gli indisciplinati ribelli libici”.
Un reportage apparso sul Wall Street Journal nell’aprile 2011 conferma come gli Stati Uniti collusero perfino con ex operativi di al-Qaeda per sostenere la rivolta libica. Il quotidiano conservatore americano si spinse a manifestare la “perplessità” che Washington avrebbe potuto andare incontro in Libia agli stessi problemi avuti in Afghanistan a seguito dell’alleanza americana con i mujahidin contro i sovietici negli anni ’80. “Molti mujahidin finirono con al-Qaeda e con altri gruppi islamici radicali e violenti”, scriveva il giornale.
Questa disgraziata alleanza, e le identità in conflitto delle forze ribelli che hanno combattuto contro Gheddafi, potrebbero rivelarsi devastanti per la stabilità della Libia post-bellica.
DISARMARE LE MILIZIE: MISSIONE IMPOSSIBILE?
Belhadj e Haftar sono ai vertici di due delle principali formazioni armate attualmente presenti in Libia, rispettivamente il Consiglio militare di Tripoli e quello che dovrebbe essere l’embrione del nuovo esercito nazionale libico.
Altre importanti milizie sono quelle di Misurata e di Zintan (quest’ultima, oltre ad avere il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli, è quella che ha catturato – e tuttora detiene, senza averlo consegnato al CNT – Saif al-Islam, il figlio di Gheddafi rimasto al fianco di quest’ultimo quasi fino alla fine).
Nella seconda metà di novembre, Haftar fu nominato comandante dell’esercito dagli ufficiali militari riunitisi ad al-Bayda, prima ancora che il CNT nominasse il premier ad interim Abdurrahim El-Keib (anch’egli un esule vissuto negli USA per molti anni).
La nomina di Haftar tuttavia non fu mai universalmente accettata, tanto che all’inizio di gennaio il governo ha nominato un nuovo comandante, Youssef al-Mangoush, legato alla città di Misurata, in Tripolitania. Tuttavia anche la designazione di Mangoush ha incontrato forti resistenze, in particolare da parte del Consiglio militare della Cirenaica e della Coalizione dei ribelli libici, che riunisce miliziani di Bengasi, Zintan ed altre città.
Questi contrasti destano preoccupazioni, perché sono destinati a rallentare la costituzione dell’esercito nazionale e l’integrazione delle milizie al suo interno. Fra l’altro, le milizie che si sono opposte all’ultima nomina sono pesantemente armate, con tanto di artiglieria e carri armati.
Molte milizie hanno affermato che, fino a quando non sarà stato definito un esercito regolare e non si saranno tenute le elezioni, esse non deporranno le armi. Per loro le armi sono “garanti della rivoluzione”. Il governo ha annunciato più volte piani e scadenze per l’integrazione delle milizie nell’esercito, ma con risultati finora pressoché nulli.
La scarsa volontà di cedere le armi è una conseguenza della scarsa fiducia nel CNT, dell’effettiva incapacità di quest’ultimo di fornire sicurezza, e non ultimo del fatto che l’elevata disoccupazione non fornisce alternative ad una popolazione mediamente giovanissima.
Inoltre, ciascuna milizia ritiene di aver avuto a suo modo un ruolo determinante nel rovesciamento di Gheddafi e nel “successo della rivoluzione”, e dunque è convinta di dover necessariamente aver voce in capitolo nella costruzione della nuova Libia.
A ciò bisogna aggiungere la radicata tradizione libica di autogoverno a livello locale, favorita dalla struttura clanica e tribale della società. Molti osservatori sono rimasti stupiti nel riscontrare notevoli coefficienti di organizzazione e di disciplina a livello locale, anche in assenza di un’autorità centrale. Anche durante il conflitto, molto spesso erano le milizie a prendere le decisioni attraverso un meccanismo consensuale, piuttosto che tramite ordini provenienti dai vertici militari delle forze ribelli.
Il problema è che con il passare del tempo le milizie stanno radicando il loro potere, e cominciano anche a fornire servizi che lo Stato non garantisce. Si stanno perciò creando dei centri di potere delocalizzati e indipendenti – in alcuni casi quasi delle forme di città-stato.
L’altro problema è che queste milizie molto spesso sono in contrasto fra di loro, e ciò contribuisce a mantenere alto il livello di insicurezza. La situazione di instabilità e il mancato disarmo a loro volta mettono a rischio il regolare svolgimento delle elezioni. Ma qualsiasi eventuale rinvio di queste ultime, con il conseguente prolungamento della permanenza al potere di un organismo non eletto e non legittimato come il CNT, non farebbe che peggiorare le cose.
D’altro canto, tentare di forzare la smilitarizzazione dei gruppi armati potrebbe avere conseguenze esplosive. Ma nel frattempo questo status quo di frammentazione non fa che radicarsi maggiormente.
L’IRAQ E’ DIETRO L’ANGOLO
La scorsa settimana, il quotidiano panarabo al-Quds al-Arabi ha lanciato l’allarme sulla situazione della Libia “liberata”, criticando i canali satellitari arabi (essendo quelli dei paesi del Golfo i più influenti) per non aver dato spazio ai segnali preoccupanti che giungono dal paese, ed accusando gli Stati occidentali di essere interessati solo al petrolio ed alle opportunità di guadagno in Libia.
In effetti sembra difficile dar torto al quotidiano, se si ricorda quanto accennato in apertura di questo articolo, o se si pensa che all’inizio di settembre Thierry Courtaigne, direttore generale di Medef International (la federazione delle imprese francesi all’estero), annunciava che la ricostruzione libica avrebbe potuto fruttare circa 200 miliardi di dollari in dieci anni.
Il giornale arabo accusa i paesi occidentali di essere interessati solo alla sicurezza dei pozzi petroliferi, che sarebbero soggetti alla protezione di “forze straniere”.
In effetti, sebbene all’inizio si fosse mostrato restio a permettere alle compagnie occidentali della sicurezza privata di operare in Libia, a partire da dicembre il CNT ha cominciato a consentire a mercenari occidentali di entrare nel paese, in particolare per garantire la sicurezza dell’industria petrolifera.
Molte strutture petrolifere si trovano in regioni remote della Libia, solitamente desertiche, che possono essere facile preda di bande criminali e gruppi fedeli al deposto leader libico.
Non essendo riuscito a creare una forza di sicurezza nazionale in grado di proteggere i pozzi di petrolio, il CNT ha cominciato ad accettare che i contractors occidentali colmassero questo vuoto, poiché gli introiti del petrolio sono vitali per la sua sopravvivenza. Certificati di “nulla osta” sono stati perciò concessi a compagnie di sicurezza straniere, in particolare britanniche e francesi.
L’editoriale di al-Quds al-Arabi afferma che il rovesciamento di Gheddafi – che è stato certamente positivo, visto il carattere dittatoriale del suo regime – rischia tuttavia di trasformarsi in una catastrofe “se l’alternativa diventa il caos e l’insicurezza, e la lotta fra le milizie” all’ombra di quella che il quotidiano ha definito “un’occupazione occidentale mascherata o palese”.
Alla luce della crescente delegittimazione del CNT, dello stato di frammentazione e divisione che domina nel paese (in cui, come detto, vi è tuttora una spaventosa abbondanza di armi di ogni genere), e degli enormi interessi stranieri che ruotano attorno alla Libia, il pericolo che quest’ultima sprofondi in una spirale crescente di conflitti intestini è senza dubbio elevato.
Vi è perciò la concreta possibilità che si ripeta in Libia un modello già tristemente conosciuto altrove in Medio Oriente (basti citare il Libano, o l’Iraq), in cui potenze straniere appoggiano partiti, gruppi di potere, e movimenti armati che si combattono senza esclusione di colpi all’interno di una struttura statale fragile o pressoché inesistente.
Per la Libia, il rischio di ripetere l’esperienza dell’Iraq o dell’Afghanistan è dietro l’angolo.














Delicious