
Mentre mancano pochi giorni al primo anniversario della caduta dell’ex presidente Hosni Mubarak, avvenuta l’11 febbraio 2011, l’Egitto è tuttora alle prese con un’incerta transizione, e nei giorni scorsi è stato ancora una volta teatro di proteste e violenze, che segnalano un generale deterioramento della sicurezza nel paese.
Nuove manifestazioni si attendono nei prossimi giorni, mentre il calendario di avvicinamento alle prossime elezioni presidenziali risulta ancora estremamente confuso, e si registra la peggiore crisi diplomatica degli ultimi anni fra il Cairo e Washington, a seguito dell’incriminazione di alcune organizzazioni non governative americane operanti in Egitto, accusate di aver violato le leggi relative ai finanziamenti stranieri e di aver agito senza l’ottenimento di una licenza.
In questo complesso e intricato panorama, l’evento che senza dubbio ha fatto più scalpore a livello mediatico internazionale, sono le violenze che mercoledì scorso hanno portato alla morte di oltre 70 persone al termine della partita fra i club el-Masry ed el-Ahly a Port Said.
Subito dopo il fischio finale, al termine di un incontro ad alta tensione, migliaia di tifosi di el-Masry, la squadra di casa uscita vittoriosa per 3 a 1, hanno invaso il campo di gioco inseguendo i giocatori della squadra avversaria e dando inizio a scontri e violenze con i tifosi rivali, che hanno avuto un epilogo drammatico.
Nel fuggi fuggi, decine di persone, in gran parte tifosi cairoti della squadra ospite, sono rimaste schiacciate, altre sono state gettate giù dagli spalti o accoltellate. La polizia, intervenuta con grave ritardo, è stata accusata dai tifosi di el-Ahly di aver lasciato campo libero ai supporter della squadra locale, e addirittura di aver lasciato chiusi i cancelli dello stadio.
Sebbene le invasioni di campo e gli scontri fra tifoserie rivali siano stati sempre più frequenti negli ultimi anni in Egitto, e sebbene gli stadi egiziani siano drammaticamente carenti dal punto di vista della sicurezza, una tragedia di simili proporzioni non si era ancora registrata nella storia del calcio egiziano.
Nel clima di tensione dell’Egitto postrivoluzionario, questo tragico episodio ha immediatamente travalicato l’ambito calcistico assumendo una valenza politica che ha fatto ulteriormente precipitare la situazione.
Il giorno dopo, migliaia di persone si sono riunite a Ramses station, la stazione ferroviaria al centro del Cairo, per accogliere i malconci tifosi di ritorno da Port Said, ed hanno iniziato a scandire slogan contro la giunta militare al potere e contro la polizia (le cosiddette Central Security Forces). Ai tifosi di el-Ahly si sono uniti gli ultrà dell’altra squadra cairota, Zamalek, che si fanno chiamare i “Cavalieri Bianchi”.
Dal diffondersi della collera – e della tesi “cospirazionista” che considera la strage di Port Said come il risultato di un preciso disegno della giunta militare volto a fomentare le tensioni nel paese – sono scaturite manifestazioni rabbiose non solo al Cairo, ma anche ad Alessandria, Suez e in altri governatorati.
Al Cairo le proteste si sono dirette verso il ministero dell’interno, da cui dipendono le forze di polizia (CSF). Ciò ha portato, fra la notte di giovedì e la notte di sabato, a nuovi scontri con le stesse CSF, questa volta schierate a difesa del ministero.
Malgrado alcuni maldestri tentativi di conservare un maggiore autocontrollo, le forze dell’ordine hanno a più riprese dato sfogo alla loro ormai proverbiale brutalità e mancanza di professionalità.
L’Assemblea del Popolo, il giovane parlamento eletto che ha iniziato i propri lavori poco più di due settimane fa, è intervenuta chiedendo un’indagine sui fatti di Port Said. Molti parlamentari hanno anche chiesto le dimissioni del primo ministro ad interim Kamal Ganzouri e del ministro dell’interno Mohamed Ibrahim. Ma ciò non è bastato a placare gli animi.
Nella giornata di domenica, quando finalmente è ritornata un po’ di calma nel paese, il bilancio degli scontri dei giorni precedenti era arrivato a 12 morti e circa 1.500 feriti.
CRESCE L’INSICUREZZA NEL PAESE
Al di là della “teoria della cospirazione” rapidamente affermatasi fra i manifestanti – la quale ritiene che il Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCAF) abbia orchestrato la strage di Port Said per aumentare il senso di insicurezza fra i cittadini egiziani e renderli più inclini ad appoggiare un prolungamento del potere dei militari – sia il drammatico episodio verificatosi al termine della partita tra el-Masry ed el-Ahly, sia gli scontri dei giorni successivi, possono essere considerati più che altro come una metafora dell’incapacità dello SCAF di garantire la sicurezza nel paese, oltre che di accogliere le rivendicazioni dei rivoluzionari.
Al drammatico bilancio di questi giorni si accompagna infatti un generale aumento dell’insicurezza che vede un diffondersi (senza precedenti in Egitto) di furti – in particolare di auto – e rapine a mano armata a danno di banche, uffici postali e furgoni portavalori.
La situazione è particolarmente preoccupante nel Sinai, dove nelle scorse settimane si è registrato anche un forte incremento dei sequestri di persona – a danno di lavoratori cinesi e turisti occidentali – per mano della discriminata popolazione beduina della regione. Questi episodi sono stati coronati, pochi giorni fa, dall’ennesima esplosione che ha colpito il gasdotto diretto in Israele e Giordania (si è trattato del dodicesimo attentato in un anno).
Il Sinai è anche teatro di un fiorente contrabbando di merci e di armi con la vicina Striscia di Gaza.
I beduini che abitano la regione sono stati storicamente discriminati dal governo centrale, in gran parte esclusi dall’industria turistica e dai posti governativi, e sottoposti ad arresti di massa a seguito degli attentati che tra il 2004 e il 2006 hanno colpito le località balneari della regione.
VIOLENZA DI STATO E IMPUNITA’
La strage di Port Said e gli scontri di questi giorni sono dunque l’ennesima conferma di un pericoloso vuoto di sicurezza che è venuto a crearsi nel paese.
Le violenze del Cairo hanno ricordato da vicino la battaglia combattuta lo scorso novembre in Via Mohamed Mahmoud, dove il ricorso all’uso di lacrimogeni spesso letali, ed a proiettili veri, da parte della polizia portò all’uccisione di oltre quaranta persone.
Se, come già accennato, questi ed altri episodi di violenza sono apparsi a molti come il risultato evidente di una “strategia della tensione” volta ad allontanare la maggior parte della popolazione egiziana dai sostenitori più convinti della rivoluzione, bisogna dire che tale strategia, laddove effettivamente esiste, non è sempre attribuibile direttamente allo SCAF, ma potrebbe in alcuni casi essere riconducibile ad altri spezzoni del vecchio regime (come appunto le CSF ed il ministero dell’interno da cui esse dipendono), e va considerata nel più ampio contesto di una generalizzata cultura della violenza di Stato e dell’impunità.
Le CSF sono le stesse forze di polizia che sotto il regime di Mubarak erano tristemente note per l’abituale pratica della tortura, politicamente coperta dall’odiato ministro dell’interno Habib el-Adly. Esse si resero responsabili dell’uccisione di centinaia di manifestanti nelle proteste che ebbero inizio il 25 gennaio 2011, provocando ulteriormente la collera rivoluzionaria.
Non bisogna dimenticare che vi era persino una certa rivalità tra le forze di polizia e l’esercito, la quale permise a quest’ultimo di esautorarle e di prendere il controllo delle strade nei giorni antecedenti l’11 febbraio 2011, presentandosi come il “protettore della rivoluzione”.
Dopo l’11 febbraio, giorno della caduta di Mubarak, le forze di polizia cominciarono gradualmente a essere ridispiegate nelle strade, dopo che il ministero dell’interno aveva promesso che avrebbe provveduto a una loro radicale riforma.
Ma da allora ben poco è cambiato. Non solo i semplici poliziotti, ma anche i funzionari di grado superiore sono in gran parte gli stessi, così come non sono cambiate le pratiche delle CSF, la loro mancanza di addestramento, il loro senso di impunità, la loro convinzione di essere al di sopra della legge.
Semmai, la rivoluzione ha accresciuto l’odio esistente fra la polizia ed i comuni cittadini. Nei giorni successivi al 25 gennaio molti commissariati vennero dati alle fiamme. I poliziotti vennero visti come la personificazione dell’odiato regime. A loro volta, molti membri delle CSF vedono la rivoluzione come diretta in primo luogo contro di loro. In molti casi essi hanno perciò adottato una tacita forma di “sciopero”, semplicemente astenendosi dallo svolgere i propri compiti.
TEPPISMO DI STATO E TEPPISMO CALCISTICO
La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che, sotto il regime di Mubarak, il ministero dell’interno guidato da el-Adly aveva gradualmente imposto la regola per cui a controllare materialmente i quartieri erano in realtà vere e proprie bande di teppisti, mentre i poliziotti si limitavano a svolgere lavoro di ufficio.
Ora le demotivate, male addestrate, e male equipaggiate CSF sembrano avere scarsa intenzione di accollarsi compiti che non svolgevano neanche sotto Mubarak, ed anzi in alcuni casi sono addirittura accusate di essere complici delle attività della bande criminali.
Queste forze di polizia sono le stesse che hanno la responsabilità di mantenere l’ordine pubblico in occasione degli incontri di calcio, che spesso scatenano grandi passioni, in Egitto come nel resto del mondo arabo.
Il calcio, oltre ad essere stato utilizzato come “instrumentum regni” dal precedente regime (la nazionale egiziana, attuale detentrice della Coppa d’Africa, e tra le formazioni più vittoriose del continente, è sempre stata motivo di vanto per Mubarak), è – soprattutto all’indomani della rivoluzione – il teatro in cui viene replicata, in forma degradata, la contrapposizione fra lo Stato e il comune cittadino che rivendica maggiori diritti.
In questa versione svilita della contrapposizione rivoluzionaria, lo Stato è impersonato dalla polizia, mentre il comune cittadino diventa l’ultrà.
La rivalità fra le due categorie è accresciuta – oltre che dal tradizionale comportamento violento della polizia, dalla sua incompetenza e dai suoi eccessi – dal fatto che lo Stato, oltre che “arbitro” (attraverso la polizia) fra le tifoserie delle diverse squadre, è anche parte in causa, “giocatore” direttamente coinvolto nel campionato: con squadre come Ittihad El-Shorta (‘Unione della Polizia’, facente capo proprio alle forze dell’ordine), El-Entag El-Harby (‘Produzione Militare’, dipendente dal ministero della difesa), e Tala’ea El-Gaish (‘Avanguardie dell’Esercito’, appartenente alle forze armate), lo Stato prende parte direttamente al campionato egiziano.
Capita, pertanto, che la polizia sia incaricata di mantenere l’ordine pubblico in una partita in cui è direttamente coinvolta la propria squadra.
Recentemente, ad esempio, i “Cavalieri Bianchi’ (gli ultrà del club cairota Zamalek) hanno invaso lo stadio del Cairo nel corso di una partita a porte chiuse fra la propria squadra e quella della polizia, Ittihad El-Shorta. Il match si svolgeva a porte chiuse poiché i tifosi del Zamalek erano stati puniti per aver fatto ripetutamente uso di petardi negli incontri precedenti. La polizia ha compiuto decine di arresti fra i “Cavalieri Bianchi”, e in alcuni casi si è abbandonata a maltrattamenti nei loro confronti.
Ben nota era anche la rivalità fra la polizia e i tifosi di el-Ahly, l’altro storico club cairota, alla vigilia dell’incontro “ad alta tensione” di mercoledì scorso fra tale squadra e la squadra di Port Said, el-Masry.
Dunque, è probabile che la polizia abbia pesanti responsabilità nella tragedia che ne è seguita, ma non è del tutto certo che tali responsabilità vadano inserite nella cornice di una “strategia della tensione” controrivoluzionaria, ed anche laddove fosse così, non è detto che in tale tragedia questa “strategia della tensione” debba essere attribuita direttamente all’esercito, come molti hanno fatto in Egitto e all’estero.
Va in ogni caso detto che la rivalità tra la polizia e gli ultrà non è soltanto “calcistica”, ma a suo modo anche “politica”: all’indomani della rivoluzione, i tifosi scesero in piazza a fianco dei rivoluzionari. In particolare, i “Cavalieri Bianchi” del Zamalek contrastarono le forze dell’ordine e i teppisti assoldati da Mubarak nell’ormai storica “Battaglia del Cammello” in Piazza Tahrir.
Gli ultrà si unirono alle file dei rivoluzionari non tanto per motivazioni prettamente politiche, quanto perché ciò dava loro la possibilità di “saldare conti in sospeso” con l’odiata polizia di Mubarak che in passato li aveva ripetutamente maltrattati e umiliati.
“Cavalieri Bianchi” e “Ahlawy” (gli ultrà di el-Ahly) fecero il loro ritorno in Piazza Tahrir nel venerdì di protesta del 9 settembre. Mentre i rivoluzionari chiedevano che venissero puniti i responsabili dell’uccisione dei manifestanti disarmati e che la giunta militare smettesse di far processare i civili dai tribunali militari, i tifosi chiedevano che venissero liberati i loro compagni – arrestati nel corso di un recente incontro giocato da el-Ahly, a quanto sembra poiché avevano intonato cori ingiuriosi all’indirizzo di Mubarak e dell’ex ministro dell’interno Habib el-Adly.
Gli ultrà furono di nuovo in prima linea nei mortali scontri di Via Mohamed Mahmoud al Cairo, il successivo mese di novembre. E sono stati massicciamente presenti anche negli scontri dei giorni scorsi.
Dopo i primi episodi, i tifosi hanno cominciato ad essere accolti come degli eroi dai manifestanti di Piazza Tahrir, tuttavia essi sono in gran parte ragazzi giovanissimi, e le loro motivazioni sono molto deboli da un punto di vista politico.
Un esperto egiziano di movimenti ultrà ha affermato che “si può tranquillamente dire che l’80 % della popolazione egiziana non sa nulla di politica, e lo stesso vale per gli ultrà”. Se una simile affermazione può apparire esagerata ed offensiva per molti egiziani, certamente si avvicina alla realtà per quanto riguarda i tifosi.
DEGRADO E CONFUSIONE ISTITUZIONALE
Alla luce di quanto detto, è quantomeno probabile che a Port Said la polizia non abbia ritenuto i tifosi di el-Ahly meritevoli della sua protezione, visto che li considera semplici teppisti e delinquenti, se non dei veri e propri nemici.
E’ però altrettanto vero che l’inefficienza delle CSF è il risultato di decenni di cultura dell’impunità e della violenza, affiancata da uno scarso senso dello Stato.
Un altro episodio emblematico del degrado e della confusione istituzionale che regna in Egitto in questo momento risale all’inizio della settimana scorsa, quando la neoeletta Assemblea del Popolo è stata “protetta” da un “cordone sanitario” di membri dei Fratelli Musulmani, i quali hanno impedito che un corteo di migliaia di manifestanti raggiungesse il parlamento col rischio di interromperne i lavori.
Mentre i manifestanti cambiavano i loro cori contro lo SCAF in cori contro i Fratelli Musulmani, questi ultimi rispondevano con lo slogan: “Il popolo ha scelto i parlamentari dei Fratelli Musulmani”.
E mentre il cordone della Fratellanza mostrava una notevole dose di autocontrollo nel non reagire al lancio di pietre e bottiglie di plastica vuote da parte dei manifestanti (che ha provocato alcuni feriti tra le sue file), dietro tale cordone la polizia, che pure era presente in forze, rimaneva con le mani in mano senza intervenire, lasciando che manifestanti e Fratelli Musulmani se la vedessero fra di loro.
Ma la confusione istituzionale regna anche a livelli più elevati. Lo SCAF, ad esempio, ha aggiunto al testo costituzionale un numero ben maggiore di articoli rispetto ai nove sottoposti a referendum popolare lo scorso 19 marzo. Esso ha successivamente apportato una serie di emendamenti senza sottoporli all’approvazione popolare né a quella delle forze politiche.
Come ha scritto il politologo Ammar Ali Hassan, anche un altro problema emerge all’orizzonte: sebbene l’attuale Dichiarazione costituzionale prescriva che la nuova Costituzione sia sottoposta a referendum popolare da un nuovo presidente eletto, al momento sembra che il nuovo testo costituzionale sarà “redatto, sottoposto a referendum, e ratificato, mentre lo SCAF è ancora al potere”.
Anche altri hanno lanciato l’allarme sull’estrema confusione che regna attorno al calendario di trasferimento dei poteri ad un presidente eletto. Il rispettato giornalista Salama Ahmed Salama ha denunciato che tale calendario tende a cambiare di giorno in giorno, “al punto che quasi nessuno sa ormai cosa venga prima: la scrittura della Costituzione, o l’elezione del presidente”.
Ciò avviene mentre la situazione economica dell’Egitto continua a deteriorarsi, al punto che il paese rischia di andare incontro a una grave crisi di liquidità.
In tanta confusione e incertezza, uno dei pochi aspetti positivi è che i movimenti rivoluzionari – come il Movimento 6 Aprile, Kifaya, e la Coalizione dei giovani rivoluzionari – hanno ricevuto un rinnovato sostegno ed un forte incoraggiamento dalla grande partecipazione popolare che ha segnato l’anniversario del 25 gennaio, giorno di inizio della rivoluzione.
In quest’occasione centinaia di migliaia di persone hanno ancora una volta invaso le strade del Cairo e di altre città egiziane chiedendo che venissero accolte le richieste della rivoluzione.
Sia lo SCAF che i Fratelli Musulmani, i quali rappresentano la principale forza in parlamento, dovranno in un modo o nell’altro rendere conto del loro operato a queste forze popolari.
In particolare, episodi come la tragedia di Port Said e gli scontri che ne sono seguiti, continuano ad alimentare la rabbia popolare contro lo SCAF, accusato a torto o a ragione di esserne il principale responsabile.
Ciò dimostra che la giunta militare sta pagando molto salatamente la propria scelta di prolungare oltre il dovuto la transizione democratica pur di preservare i propri interessi politici ed economici.
Allo stesso tempo, però, la crescente contrapposizione tra i Fratelli Musulmani (che di fatto rappresentano il parlamento eletto) e la piazza, ed i preoccupanti segnali di deterioramento complessivo della sicurezza nel paese, confermano che, se tale transizione dovesse protrarsi troppo a lungo, è l’intero Egitto che rischia di precipitare nel caos.













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ancora si continua a credere che tutto cio’ che sta succedendo nei paesi arabi sia una rivoluzione dei giovani che chiedono l’indipendenza dai “regimi” e perciò da noi “stranieri” soprannominati “la primavera araba” . ma tutto questo mi fa ridere e/o piangere, ma possibile mai che non si arriva a capire che tutto questo e pianificato dalla “madre terra” l’arabia saudita che assieme all’iran progettano per l’islamizzazione di tutti i paesi arabi “moderni” e/o ove ci sono gli arabi cristiani “l’infedeli” al cui devono essere eliminati e/o sottomessi alla legge musulmana ” la sharia” oppuro sterminati come gli ebbrei, e infatti si nota chiaramente che in tutti questi paesi i fratelli musulmani sono arrivati al potrere.
Spero che almeno Al Assad della siria arriva a tenere duro e non cadere nella trappola come l’egitto – povero egitto – che se non cambieranno le cose e l’inizio della fine
ripigliati susi..