LA PRIMAVERA LIBICA UN ANNO DOPO

Quando, con la mobilitazione di Bengasi del 17 febbraio 2011, il vento caldo della Primavera Araba iniziò a soffiare sulla Libia e sul regime quarantennale di Muammar Gheddafi, non pochi furono gli esperti e gli analisti che invitarono l’opinione pubblica, specialmente europea, alla cautela.

Questo non fu sufficiente a scongiurare una tempestiva azione politico-diplomatica di alcune potenze occidentali che, guidate da un dinamico Sarkozy , ottennero una risoluzione ONU che imponeva una no-fly zone, che presto si trasformò in un robusto intervento militare.

A distanza di un anno esatto dall’inizio della “rivolta” di Bengasi, si può affermare, senza ombra di dubbio, che il fallimento del Consiglio Nazionale Transitorio è sotto gli occhi della comunità internazionale e dell’intera opinione pubblica. Per una serie di ragioni.

Il primo motivo coincide esattamente con quello che si era profilato, sin da prima dell’inizio delle operazioni militari, come il rischio maggiore cui si andava incontro con la deposizione del raìs Gheddafi. In sostanza, l’origine e lo sviluppo della “Primavera libica”, lungi dall’essere espressione di un’autentica volontà di libertà e democrazia del popolo libico, può essere, piuttosto, considerata come una complessa alchimia politico-militare che ha coinvolto le principali tribù locali, un vero e proprio “cartello” di milizie che avevano un solo obiettivo, raggiungere Tripoli ed eliminare, in ogni modo, il dittatore libico.

Conseguenza diretta di questa situazione è stata l’assoluta impossibilità di riconsegnare il Paese ad una, seppur minima, stabilità. A nulla è valso il tempestivo spostamento del CNT, inizialmente a forte impronta cirenaica, nella capitale Tripoli e il successivo allargamento ad esponenti delle principali tribù della Tripolitania e delle città, “irriducibili”, di Misurata e Zintan.

Il risultato è che la “smilitarizzazione” delle tribù procede molto a rilento. All’interno del Paese agiscono, in piena autonomia, le cosiddette “brigate”, che hanno assunto il controllo delle rispettive sfere di influenza, e che non riconoscono il alcun modo l’autorità centrale del CNT. Frequenti sono gli arresti di miliziani delle tribù rivali, e Amnesty International racconta di abusi, violenze e torture sistematiche ed impunite.

La stessa scelta, da parte del CNT, di non organizzare celebrazioni ufficiali del primo anniversario dalla deposizione di Gheddafi la dice lunga sull’incapacità, degli attuali componenti, (che in larga parte sono vecchi esponenti del regime), di esprimere una leadership autorevole.

Allo stato attuale delle cose, le tribù cirenaiche, tenute unite dalla cosiddetta “Confederazione Harabi”, sembrano quelle che godono del maggior sostegno delle potenze occidentali, nonostante il loro collante sia rappresentato dall’ideologia politico-religiosa della Senussìa, secondo molti la più vicina al fondamentalismo islamico di Al-Qaeda (comunque molto minoritario nel Paese). Ulteriore anomalia di questa storia.

Questa copertura politico-diplomatica viene sfruttata con sfrontatezza all’interno del Paese, accrescendo notevolmente il già profondo odio delle principali tribù tripolitane, la Warfallah e la Magariha. Se a questo quadro si aggiungono la radicalità delle tribù di Misurata e Zintan, che si ritengono quelle di gran lunga determinanti per la spallata finale del regime, l’assenza di un tessuto politico paragonabile a quello degli altri Paesi nordafricani, la mancanza di infrastrutture, pressoché distrutte da mesi di bombardamenti, e la lotta per l’accaparramento delle risorse petrolifere, ci si rende conto che il futuro, anche prossimo, della Libia è sempre più un enigma.

La tentazione, da parte della comunità internazionale, di riproporre la travagliata transizione costituzionale irachena, attraverso una vera e propria lottizzazione delle istituzioni, questa volta tra le principali tribù, e non di natura etnico-religiosa, potrebbe diventare, con il passare dei mesi, irresistibile. Anche per la necessità, dettata dagli equilibri energetici dell’intera regione, di rimettere a regime la lavorazione e la distribuzione dei tantissimi idrocarburi presenti nell’ambìto sottosuolo libico.

La constatazione, anche abbastanza recente, del fallimento iracheno, potrebbe invece consigliare un ulteriore, pericolosissimo, temporeggiamento.

In questo quadro decisamente incerto, potrebbe diventare indispensabile l’invio di forze di interposizione, come i caschi blu dell’ONU, ma allo stato attuale è difficile che si trovi una necessaria intesa tra le potenze che siedono nel Consiglio di sicurezza dell’organizzazione internazionale ( e soprattutto, non sarebbe stato il caso di contemplarne l’utilizzo sin da subito?).

Ancora più opportuno sarebbe intensificare la presenza di organizzazione internazionali come l’OSCE, e delle principali ONG internazionali, al fine di costruire, gradualmente, il tessuto politico e sociale di un Paese che sino ad oggi è stato sostanzialmente tribale e, in parte, basato su gruppi di nomadi.

L’impressione, in verità, è che si andrà avanti, forse per molto ancora, “navigando” a vista, in assenza di una valida politica regionale da parte della comunità internazionale.

Alessandro Martines è Dottore Magistrale in Giurisprudenza; attualmente collabora con la Cattedra di Diritto Pubblico Comparato dell’Università del Salento, svolgendo un’attività di ricerca sulla transizione costituzionale dei Paesi coinvolti dalla “Primavera Araba”

Leave a Reply

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab