I governi degli islamici: dopo la Tunisia e il Marocco è la volta dell’Egitto?

21/02/2012

Original Version: حكومات الإسلاميين: مصر بعد تونس والمغرب؟

In Egitto l’inettitudine dell’attuale governo Ganzouri, nominato dai militari, spinge i Fratelli Musulmani a prendere in considerazione l’ipotesi di porsi alla guida di un nuovo governo eletto, anche se il periodo di transizione democratica non si è ancora concluso; ma tale governo si troverebbe in una situazione ben più difficile di quella dei suoi omologhi in Marocco e Tunisia – scrive il politologo egiziano Wahid Abdel Meguid

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Sono trascorse circa tre settimane da quando si è riunito il parlamento egiziano, e già alcuni leader dei Fratelli Musulmani si sono resi conto che potrebbe essere difficile per il gruppo – e per il partito “Libertà e Giustizia” (FJP) ad esso affiliato, che in tale parlamento detiene la maggioranza relativa – continuare ad accettare la permanenza del governo Ganzouri fino al termine del periodo transitorio previsto il 30 giugno prossimo.

Il relativo ottimismo che aveva accompagnato la formazione di questo governo, circa due mesi fa, è scemato rapidamente visto che la confusione che ha colpito tale governo ne ha indebolito la performance al punto da suscitare l’irritazione di settori sempre più estesi della società.

Si è perciò cominciato a parlare della possibilità di formare un governo di coalizione guidato dall’FJP senza aspettare l’elezione del presidente della repubblica. Sebbene il Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCAF) non sia disposto ad accettare un cambiamento del genere in questo momento, l’appello a formare un nuovo governo è stato appoggiato dalla maggior parte dei partiti e delle forze politiche.

Ogni giorno che passa è un ulteriore danno per i partiti rappresentati nell’Assemblea del Popolo in generale, e per il partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi in particolare. L’elezione di tale assemblea era stata infatti accompagnata da enormi aspettative, ed ormai ad essa viene chiesto di risolvere i grandi problemi accumulatisi nel paese.

Molti elettori sono rimasti delusi dopo aver seguito le sedute plenarie dell’assemblea per più di due settimane ed aver ascoltato solo parole e discorsi nella maggior parte dei casi, e talvolta perfino grida e insulti.

Sebbene l’Assemblea del Popolo non possa compensare l’inadeguatezza delle politiche del governo perfino se la sua performance fosse migliore, ciò non la esonera dalle responsabilità di fronte agli elettori, a molti dei quali non interessa conoscere la differenza tra potere legislativo e potere esecutivo. Ed anche coloro che conoscono questa differenza non sono convinti che l’impotenza dell’Assemblea del Popolo di fronte a un governo che non fa nulla preannunci una situazione migliore – o almeno non peggiore – nei prossimi mesi.

Perciò, per il partito che ha ottenuto la fiducia di più del 40% degli elettori potrebbe non essere possibile aspettare la fine del periodo di transizione per formare un governo in condizioni meno turbolente – o che tali dovrebbero essere.

La propensione prevalente negli ambienti dei Fratelli Musulmani e dell’FJP era di non arrischiarsi a guidare un governo fino a quando non si fosse conclusa la turbolenta fase di transizione, l’esercito non fosse tornato nelle sue caserme, e non fosse stata emanata una nuova Costituzione che conferisse al governo un ruolo maggiore e competenze più estese.

Questa posizione sembra logica poiché assumersi delle responsabilità di governo in circostanze estremamente confuse rende la missione ancor più difficile. Ma è così solo se la condotta del governo in carica risulta accettabile, o se la porzione maggiore dell’opinione pubblica è consapevole del fatto che l’Assemblea del Popolo non ha una responsabilità diretta per la debole performance del governo.

Ma siccome la collera per la condotta del governo attuale sta andando al di là di tale governo, e sta investendo anche l’Assemblea del Popolo in generale e il partito di maggioranza al suo interno in particolare, ai Fratelli Musulmani che hanno fondato questo partito si impone la necessità di riconsiderare la loro esitazione ad assumersi la responsabilità del potere esecutivo per alcuni mesi.

Ganzouri ed i suoi ministri non hanno nulla da perdere a seguito della frustrazione popolare derivante dalla loro condotta, poiché ormai essi non hanno più un futuro in ogni caso. Quello che ha maggiormente da perdere è il partito a cui il 40% degli elettori ha scelto di dare responsabilità di governo, e che di conseguenza si trova ormai di fronte a due scelte estremamente difficili, ed entrambe amare.

Assumersi responsabilità di governo adesso equivale a un’avventura dall’esito non garantito poiché questo è il momento peggiore, il più difficile – un momento in cui l’Egitto è entrato nella fase più delicata e confusa del periodo di transizione. Allo stesso modo, però, l’esitazione ad assumersi tali responsabilità è un rischio che potrebbe avere conseguenze disastrose poiché il partito ha promesso che avrebbe portato un miglioramento, ormai atteso da tutti i suoi elettori fin da quando hanno espresso il proprio voto.

Discutere dell’eventualità che i Fratelli Musulmani costituiscano un nuovo governo di coalizione solleva numerosi interrogativi, alcuni dei quali sono di natura giuridico-costituzionale. Ma è fuori luogo parlare qui di questi ultimi, tanto più che essi non rappresentano la questione essenziale, poiché un cambiamento di questa portata prima della fine del periodo di transizione non potrebbe avvenire senza un’intesa con lo SCAF.

Perciò, forse l’interrogativo che fa maggiormente riflettere riguarda la natura dell’eventuale nuovo governo, che potrebbe essere guidato dall’FJP e che in questo caso sarebbe più vicino al “modello marocchino” che non al “modello tunisino”.

Questi due modelli rappresentano le due esperienze arabe in cui negli ultimi sei mesi si è costituito un governo di coalizione guidato da un partito islamico (il partito “Giustizia e Sviluppo” in Marocco e il partito Nahda in Tunisia).

La differenza fra i due modelli è grande: il governo tunisino controlla la maggior parte del potere esecutivo, e le sue competenze superano quelle del presidente della repubblica, il quale ha un ruolo maggiore rispetto a quello che solitamente gli viene attribuito in un sistema parlamentare, ma minore rispetto a quello a cui si è abituati anche in un sistema misto, oltre che in un sistema presidenziale. Il governo marocchino, dal canto suo, ha un potere esecutivo maggiore rispetto a quello che è stato concesso a tutti i governi che lo hanno preceduto, ma il tetto delle sue competenze è comunque basso se paragonato a quelle del governo tunisino, giacché il re marocchino conserva ampi poteri.

Perciò fin dal giorno della formazione del suo governo, il 3 gennaio scorso, sentiamo ripetere il premier marocchino Benkirane (segretario generale del partito islamico “Giustizia e Sviluppo”) che tale governo “non è giunto per governare a dispetto della volontà del re, ma per governare insieme ad essa”.

La differenza tra i poteri del governo tunisino e quelli del governo marocchino, e tra i rapporti che il primo ha con il presidente e il secondo con il re, si riflette nella composizione di ciascuno di essi. Il governo tunisino è completamente fondato sui partiti: è guidato dal partito Nahda, e ad esso prendono parte il Congresso per la Repubblica e il partito Ettakatol. Il governo marocchino è anch’esso fondato in gran parte sui partiti, comprendendo oltre al partito “Giustizia e Sviluppo” il partito Istiqlal, il Movimento Popolare e il Partito del Progresso e del Socialismo. Ma esso comprende anche ministri indipendenti affiliati al palazzo reale e un ministro che apparteneva a un partito vicino al sovrano, ovvero Aziz Akhannouch, ex leader del Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti.

E’ probabile che, se nelle prossime settimane – e in ogni caso prima della fine del periodo di transizione – si dovesse giungere a un accordo fra lo SCAF e i partiti egiziani per la costituzione di un governo di coalizione guidato dall’FJP, questo governo sarà più vicino al modello marocchino, visto che ci si può aspettare che il primo ministro di tale governo dirà qualcosa di simile a quello che ha detto Benkirane, sostituendo la “volontà dei militari” alla “volontà del re”. Questo governo dovrà adattarsi ai metodi dello SCAF, per di più in condizioni completamente diverse da quelle in cui opera il governo marocchino. Infatti il primo governo egiziano guidato da un partito islamico si costituirebbe in presenza di una giunta militare temporanea, e non di un potere reale permanente, ed opererebbe insieme a un’autorità di fatto alla quale un’ampia parte della società – fra cui le forze giovanili più dinamiche – chiede di lasciare il potere immediatamente, e non con un’autorità tradizionale che gode di legittimazione.

Perciò la situazione di questo governo, e del partito islamico che lo guiderebbe, sarebbe ben più difficile rispetto a quella del governo marocchino, e tale governo sarebbe ben più debole dell’attuale governo tunisino.

Wahid Abdel Meguid è un analista e commentatore egiziano; è direttore del Centro “al-Ahram” per le traduzioni e le pubblicazioni; è stato direttore degli uffici del Cairo del quotidiano panarabo “Dar al-Hayat”; è autore di numerosi libri

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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