28/02/2012
Original Version: الإخوان الرأسماليون
Sotto il governo degli uomini d’affari vicini a Gamal Mubarak, figlio del deposto presidente, i grandi imprenditori affiliati ai Fratelli Musulmani furono processati e imprigionati; ora, mentre il primo gruppo ha lasciato il potere, sembra che il secondo stia prendendo il suo posto – scrive l’accademica egiziana Zeinab Abul Magd
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Il sito di informazione americano “Salon” ha pubblicato recentemente un articolo intitolato “The GOP Brotherhood of Egypt”, nel quale l’autore tranquillizza gli americani conservatori affermando che i Fratelli Musulmani hanno più somiglianze con il partito repubblicano dei due ex presidenti Bush (padre e figlio) che non con al-Qaeda.
Come il partito repubblicano, il partito dei Fratelli Musulmani è guidato da un gruppo di ricchissimi uomini d’affari che adottano i principi del libero mercato e della privatizzazione, e non amano l’idea della redistribuzione della ricchezza, preferendole la beneficenza e la carità nei confronti dei poveri.
L’articolo aggiunge che Khairat el-Shater – forse il più potente degli uomini del partito “Libertà e Giustizia” (FJP) affiliato ai Fratelli Musulmani – è un magnate multimilionario i cui soldi sono investiti in numerose imprese, ed è un sostenitore entusiasta della privatizzazione. El-Shater è uno degli uomini d’affari che hanno finanziato l’impressionante campagna elettorale dell’FJP, ed è ora impegnato a definire l’agenda economica del partito.
Dopo esserci sbarazzati del governo degli uomini d’affari del Partito Nazionale Democratico (NDP), sembra che oggi stiamo assistendo a un nuovo matrimonio illegittimo tra capitale e potere in Egitto. E’ paradossale che sia Gamal Mubarak, figlio del deposto presidente, sia Khairat el-Shater siano entrambi due ex banchieri.
In effetti i processi di fronte ai tribunali militari che i membri dei Fratelli Musulmani subirono nel 2006 e nel 2007 non furono che il risultato della competizione fra due gruppi che controllavano il capitale in Egitto, il gruppo di Gamal Mubarak e quello dei Fratelli Musulmani. Tutti coloro che furono sottoposti a processo erano uomini d’affari di spicco della Fratellanza, il più importante dei quali era Khairat el-Shater.
Ben 72 compagnie di proprietà del gruppo islamico furono chiuse – società di abbigliamento, di arredamento, per la vendita di auto; ed altre nei settori del turismo, dell’edilizia e dei servizi. I processi furono una resa dei conti fra capitalisti rivali. Uno di questi due gruppi ha ora dovuto lasciare il potere, e l’altro ha preso il suo posto in un momento di disattenzione della rivoluzione.
Se guardiamo la sezione dedicata all’economia nel programma dell’FJP, troviamo che l’articolo di “Salon” in effetti non dice menzogne sui Fratelli Musulmani. Il programma prende a prestito molto dai principi del neoliberismo americano e dal libero mercato preferito dai repubblicani. Esso chiede la riduzione dello Stato sociale attraverso la fine dei sussidi e dei servizi agevolati ai cittadini, e un’espansione del ruolo degli uomini d’affari nella gestione dello Stato.
Ma soprattutto, il programma del partito considera la salvaguardia dei diritti dei poveri come una questione di solidarietà sociale affidata al “buon cuore” dei cittadini più facoltosi, piuttosto che come un dovere che spetta allo Stato. Infine il programma economico del partito appioppa l’aggettivo “islamico” a tutti questi principi di natura essenzialmente americana.
Ad esempio, il quarto capitolo del programma dice: “L’attività economica avviene … in conformità con i principi islamici del mercato che si fondano sulla concorrenza leale e sulla libera economia regolata, che controlla la produzione dei ‘beni’… e si fonda sui finanziamenti e sugli investimenti islamici. La proprietà è molteplice, e comprende la proprietà pubblica e la proprietà del settore privato. L’essenza del principio di proprietà è nell’Islam, posto che la proprietà sia utilizzata per svolgere la sua funzione sociale realizzando l’equità della spesa e la solidarietà sociale … attraverso un ruolo limitato dello Stato sulla base della decentralizzazione … e per mezzo di sistemi che garantiscano i diritti e i bisogni dei poveri”.
Le imprese dei Fratelli Musulmani e il grado della loro penetrazione nella struttura economica dell’Egitto rimangono un segreto, come del resto gran parte degli affari del gruppo. Non è infatti possibile rilevare quante società possiede la Fratellanza, né quanti milioni o miliardi all’anno esse guadagnano. Ma perlomeno abbiamo una lista pubblica delle società che furono loro confiscate nel processo militare del 2007. Da una rapida lettura di questa lista possiamo capire molto degli affari dei Fratelli Musulmani.
Come ho già ricordato, furono confiscate 72 società operanti in attività commerciali e di rendita, ed essenzialmente dedite alla vendita di beni di consumo alle classi medio-alte della società egiziana. Come si vede, si tratta della forma più bassa di attività economica, se paragonata alla costruzione di industrie o all’invenzione di software per computer – settori in cui eccelle invece Israele.
I Fratelli Musulmani possiedono i negozi di abbigliamento El Farida, la società commerciale Sanabel, la ditta di auto Shahab, l’agenzia turistica Virginia, ecc.. Come gli uomini d’affari dell’NDP, quelli dei Fratelli Musulmani registrano le loro imprese a nome delle loro mogli o dei loro generi, in modo da minimizzare la possibilità di risalire a loro. La moglie e il genero di Shater sono un ottimo esempio a questo proposito.
Essi possiedono i negozi di arredamento “Istiqbal”, situati nei centri commerciali più costosi delle zone più ricche del Cairo. Ad esempio, quando i giovani dei quartieri più poveri vanno a fare una passeggiata a Citystars, la notte del giovedì, per vedere come vive e cosa consuma la classe ricca dell’Egitto, trovano esposto nella vetrina del negozio “Istiqbal” dei Fratelli Musulmani un divano al prezzo di 6.000 lire egiziane, una cifra che basterebbe ai giovani per sposarsi.
Quando, dopo il 25 gennaio, l’Egitto fu travolto da un’ondata di proteste delle classi lavoratrici che avanzavano rivendicazioni economiche e chiedevano migliori condizioni di lavoro, molti scrittori egiziani favorevoli a una maggiore giustizia sociale accorsero in loro difesa. Essi sostenevano che le proteste dei lavoratori, degli insegnanti, dei medici e degli impiegati fossero parte integrante della rivoluzione. Mohamed el-Beltagy dei Fratelli Musulmani non fu di quest’opinione.
Nel mese di giugno egli condannò le manifestazioni affermando che avevano conseguenze negative per il paese. Ma non possiamo biasimare Beltagy per la sua opinione, che è completamente coerente con l’ideologia capitalista del gruppo, la quale difende i diritti dei ricchi uomini d’affari e dell’elite al potere a spese delle classi povere.
Quando Khairat el-Shater era in prigione a seguito della sentenza di condanna emessa nei suoi confronti dal tribunale militare, il famoso leader operaio Kamal Khalil gli manifestò la propria solidarietà. A quell’epoca Khalil non era consapevole del fatto che lui e Shater non avrebbero potuto essere amici, anche se avevano lo stesso nemico. Le loro ideologie sono essenzialmente in contrasto: un capitalista che abbraccia il neoliberismo americano non può essere amico di un socialista che vuole mettere i propri beni in comune con i poveri.
Non appena uscì di prigione, Shater disse a un giornale americano che i Fratelli Musulmani davano il benvenuto agli investimenti stranieri. Poi i suoi compagni all’interno della Fratellanza non esitarono a denunciare i rivoluzionari socialisti che aderivano agli stessi principi di Khalil.
I corrotti sistemi di privatizzazione ed il libero mercato in stile americano hanno mandato in prigione Gamal Mubarak ed i suoi colleghi affaristi, producendo una rivoluzione. Queste stesse politiche hanno sprofondato perfino gli Stati Uniti in una grave crisi economica. I repubblicani americani hanno distrutto il loro paese, e lo stesso ha fatto il governo degli uomini d’affari in Egitto.
Gli uomini d’affari dei Fratelli Musulmani aggraveranno ulteriormente questa situazione con la loro agenda neoliberista, per poi cadere come i loro predecessori?
Zeinab Abul Magd è docente di Storia ed Economia Politica all’Università Americana del Cairo
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)















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