Dopo la conferenza di Tunisi: in Siria il mondo arabo (e non solo) va in guerra in ordine sparso

Da più parti è stata definita un fallimento: la Conferenza degli “Amici della Siria” che venerdì scorso ha riunito a Tunisi una sessantina di paesi, guidati dagli Stati Uniti, dagli Stati dell’UE e da quelli della Lega Araba, non ha prodotto alcun risultato decisivo.

Concepito per aggirare l’assenza di unanimità in sede ONU (dovuta al veto imposto da Russia e Cina), il gruppo degli “Amici della Siria” – che pure ha registrato la “discreta” adesione dell’India (attraverso una delegazione di basso profilo) – ha dovuto registrare divergenze anche al proprio interno, ha preso decisioni scarsamente rilevanti, e probabilmente andrà incontro a un’ulteriore “scrematura”.

Questo non significa che la Conferenza di Tunisi non abbia rappresentato un’altra tappa decisiva lungo un pericoloso cammino che con tutta probabilità sta avviando la Siria verso una sanguinosa guerra civile alimentata da potenze regionali ed internazionali che, armando le parti in conflitto nel paese, potrebbero dar vita a uno scontro “per procura” di cui la popolazione siriana sarà la prima vittima.

E’ ormai estremamente difficile disinnescare il conto alla rovescia scattato con la decisione della Lega Araba di “internazionalizzare” la crisi siriana deferendola al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tuttavia la mobilitazione internazionale per sostenere (anche militarmente) i ribelli in Siria e rovesciare Assad sta avvenendo in un panorama di crescente frammentazione, che non può che aumentarne i rischi.

A Tunisi i ricchi e influenti Stati del Golfo, con in testa Arabia Saudita e Qatar, hanno spinto per un intervento più deciso in Siria, appoggiati dalla Turchia e dalla seppure a tratti esitante amministrazione Obama.

A questo gruppo bisogna poi aggiungere Francia e Gran Bretagna, le quali tuttavia continuano a sottolineare (assieme agli altri paesi che hanno preso parte all’incontro) la necessità che la frammentata e divisa opposizione siriana serri i propri ranghi.

Il ministro degli esteri del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani, ha invocato la creazione di una forza araba che apra dei “corridoi umanitari” in Siria, mentre Doha già da tempo ha proposto di armare i ribelli siriani.

Dal canto suo, il ministro degli esteri turco ha utilizzato un linguaggio diplomatico più “occidentale” affermando che gli sforzi internazionali devono concentrarsi su una soluzione diplomatica per porre fine alla violenza in Siria. Ma se tali sforzi dovessero fallire, dovrebbero essere considerate “ulteriori misure”, fra cui l’imposizione dei summenzionati corridoi umanitari, eventualmente protetti da una “forza militare”.

RIYADH ALLA CARICA

Ma i più apertamente bellicosi sono stati i sauditi. Il principe Saud al-Feisal, ministro degli esteri di Riyadh, ha definito quello di Assad “un regime di occupazione”, ed ha affermato che armare i ribelli è “un’eccellente idea”.

Addirittura, con un inusuale gesto di stizza, la delegazione saudita ha ad un certo punto abbandonato la conferenza, accusata di inerzia e inconcludenza.

Riyadh ormai si è spinta troppo in là per poter tornare indietro. Avendo condannato pubblicamente il regime di Assad già l’estate scorsa per bocca del re Abdullah in persona, la famiglia saudita è determinata a rovesciare il regime di Damasco, fra l’altro per infliggere un duro colpo al rivale iraniano.

Pur mostrandosi sollecita a difendere le “legittime rivendicazioni” del popolo siriano (in maggioranza sunnita, come la casa regnante a Riyadh), la dinastia saudita ha imposto un ordine ferreo in patria, proibendo ogni forma di manifestazione e non esitando a reprimere anche con proiettili veri le finora sporadiche proteste registratesi soprattutto nella provincia orientale del paese, dove è presente una consistente minoranza sciita.

Riyadh fin dall’inizio ha guardato con preoccupazione al diffondersi delle rivolte della cosiddetta “Primavera Araba” e, dopo aver subito la perdita dell’alleato Mubarak, è passata all’offensiva inviando proprie truppe per reprimere le proteste nel vicino Bahrein, e ora cercando di imporre un regime sunnita filo-saudita ed anti-iraniano a Damasco.

A ulteriore conferma del fatto che il regno saudita è ormai sceso in campo in prima persona, sabato scorso re Abdullah ha pronunciato un discorso in cui ha affermato che ciò che sta avvenendo nel mondo arabo “ha come bersaglio l’Islam e gli arabi”.

Anche l’establishment religioso del regno sembra essersi mobilitato. Domenica, il dotto religioso Sheikh Ayedh Al Qarni ha emesso una fatwa che invita a uccidere il presidente Assad.

Re Abdullah ha risposto “a muso duro” al presidente russo Dmitri Medvedev che lo aveva chiamato al telefono nei giorni scorsi per spiegare le ragioni del veto di Mosca ed esporre i tentativi di negoziato del Cremlino. Il monarca saudita ha replicato che qualsiasi dialogo sulla Siria in questo momento “sarebbe inutile”, aggiungendo che “sarebbe stato meglio che i nostri amici russi si fossero coordinati con gli arabi prima di usare il veto al Consiglio di Sicurezza”.

E mentre i giornali ufficiali sauditi chiedono a gran voce di “armare i ribelli siriani”, si moltiplicano le notizie secondo cui alcuni non meglio identificati “paesi arabi” (i principali indiziati essendo proprio l’Arabia Saudita e il Qatar) lo starebbero già facendo.

IL MONDO ARABO “IN ORDINE SPARSO”

Tuttavia, se Riyadh e Doha sono riuscite a coagulare attorno alle proprie posizioni interventiste il consenso più o meno entusiasta degli altri paesi arabi del Golfo, il resto del mondo arabo si è presentato alla Conferenza di Tunisi “in ordine sparso”.

Se la “nuova Libia” ha dato anch’essa la propria adesione, espellendo l’ambasciatore siriano e addirittura inviando alcuni miliziani “momentaneamente disoccupati” a combattere in Siria, la Tunisia post-rivoluzionaria, è sembrata assumere una posizione più sfumata.

Pur essendosi proposto entusiasticamente come organizzatore della Conferenza degli “Amici della Siria” per iniziativa del nuovo presidente Marzouki (in quello che alcuni in Tunisia hanno considerato un “colpo diplomatico” in grado di promuovere il paese come “ponte” fra il mondo arabo ed i paesi occidentali), il governo tunisino si è espresso, a margine della stessa conferenza, contro ogni forma di intervento militare ed a favore di una transizione pacifica in Siria sulla falsariga di quella tunisina (con ciò attirandosi gli strali della stampa ufficiale saudita).

Una posizione analoga è stata espressa dal ministro degli esteri marocchino Saad Eddin Ottoman, sebbene il Marocco sia stato tra i promotori della risoluzione ONU bloccata dal veto di Russia e Cina.

Le posizioni di Tunisia e Marocco esemplificano il punto di vista di altri funzionari arabi, che pur avendo appoggiato tutte le precedenti iniziative della Lega Araba, ora temono una militarizzazione del conflitto.

Tali funzionari potrebbero essere in effetti accusati di scarsa lungimiranza, visto che era evidente che la piega presa dall’azione della Lega Araba, dettata dagli Stati del Golfo, avrebbe portato a questo risultato.

Già il 14 febbraio la Lega aveva approvato una risoluzione che invitava gli arabi a fornire “ogni sorta di supporto politico e materiale” all’opposizione siriana, evidentemente sottintendendo anche l’invio di armi.

Secondo alcune fonti diplomatiche, a dettare l’agenda di questo e di altri incontri della Lega sarebbe stato il ministro degli esteri saudita Saud al-Feisal, il quale non avrebbe lasciato molto spazio al dibattito.

Molto spesso, i sei paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si incontrano separatamente nei giorni che precedono le riunioni della Lega Araba, e prendono le decisioni.

Gli altri paesi si accodano – come hanno fatto la Libia e, fino al mezzo passo indietro di venerdì, anche la Tunisia e il Marocco – oppure non hanno sufficiente forza per far sentire la propria voce contraria.

L’Egitto, ad esempio, si distingue per il suo relativo silenzio (il Cairo ha in ogni caso richiamato il proprio ambasciatore a Damasco; però ha anche lasciato passare attraverso il Canale di Suez le navi da guerra iraniane recentemente dirette in Siria). I generali egiziani potrebbero non vedere di buon occhio un intervento militare in un altro Stato arabo, ma sono presi dai loro problemi interni e temono la reazione della piazza, ampiamente ostile ad Assad. I Fratelli Musulmani, dal canto loro, sono certamente allettati dalla prospettiva che i loro cugini della Fratellanza siriana possano ascendere al potere dopo la caduta di Assad.

L’Algeria, unica repubblica araba ad essere scampata fino a questo momento all’ondata rivoluzionaria, mantiene un basso profilo temendo che prima o poi arriverà il suo turno. Nei giorni scorsi tuttavia, Abdelaziz Belkhadem, segretario del partito di governo algerino, ha duramente criticato la Lega Araba affermando che essa “non è più una ‘lega’, e tantomeno è ‘araba’, come indicherebbe il suo nome: è una lega che chiede al Consiglio di Sicurezza di intervenire contro uno dei suoi membri fondatori [la Siria], o alla NATO di distruggere le potenzialità dei paesi arabi”.

L’Iraq, dal canto suo, ha più volte votato contro le risoluzioni della Lega, e teme che una militarizzazione della rivolta in Siria possa fomentare una ribellione nelle province sunnite irachene.

La Giordania, pur essendosi accodata alla linea ufficiale della Lega, non ha richiamato il proprio ambasciatore in Siria soprattutto perché teme le possibili ripercussioni della crisi siriana sulla sua già fragile situazione interna. I legami tribali con il sud della Siria sono forti, ed allo stesso tempo il governo giordano teme le intemperanze del salafismo jihadista radicato in alcune parti del paese, nelle cui file alcuni esponenti hanno già invocato il jihad contro l’odiato Assad.

Infine il Libano, in accordo con la sua “politica di dissociazione”, oltre ad essersi opposto alle precedenti decisioni della Lega, non ha neanche preso parte alla Conferenza di Tunisi. La decisione del governo libanese è stata presa pochi giorni dopo che il “Future Movement” (al-Mustaqbal) – alla guida della “coalizione del 14 Marzo” di Saad Hariri, attualmente all’opposizione – aveva chiesto a gran voce la partecipazione del Libano alla conferenza, ad ulteriore testimonianza delle tensioni che stanno montando anche nel paese dei cedri.

QUAL E’ L’OPPOSIZIONE SIRIANA?

A rendere ancora più incerta la situazione è l’estrema frammentazione dell’opposizione siriana.

Essa è divisa grossomodo in due blocchi principali: il Comitato di Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico (CCN) ed il Consiglio Nazionale Siriano (CNS). Il primo rappresenta circa una quindicina di gruppi politici arabi e curdi all’interno della Siria. Il secondo fu costituito all’estero, ed include i Fratelli Musulmani, altri movimenti islamici ed il gruppo della “Dichiarazione di Damasco”, a sua volta composto da gruppi arabi e curdi.

Mentre il CCN guidato dall’attivista siriano Haytham Manna (residente in Francia) pone al primo posto la nonviolenza ed il rifiuto di qualsiasi intervento straniero, il CNS ha chiesto la protezione internazionale dei civili in Siria. Esso, pur avendo una presenza quasi irrilevante nel paese, si è proposto come unico rappresentante legittimo dell’opposizione siriana ed è stato scelto come interlocutore privilegiato dal fronte di paesi che chiedono l’allontanamento dal potere di Assad.

A questi due gruppi bisogna aggiungere l’Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army – FSA), un’organizzazione armata composta in gran parte da disertori dell’esercito siriano, i cui vertici sono ospitati dalla Turchia. L’FSA comanda però solo alcune milizie ribelli in Siria, mentre molte altre formazioni armate agiscono in assenza di qualsiasi coordinamento.

In generale, il panorama delle formazioni di opposizione in Siria, sia armate che disarmate, è estremamente fluido e in continuo cambiamento. Vi sono poi divisioni all’interno di ciascun gruppo, e questo vale anche per i due raggruppamenti principali.

In particolare, all’interno del CNS vi sono state tradizionalmente divergenze fra esponenti come Radwan Ziadeh (residente a Washington), che chiede un intervento militare diretto, ed esponenti come il presidente del CNS Burhan Ghalioun (un professore universitario che vive a Parigi), il quale propende per un’azione internazionale di supporto ai ribelli.

Il CNS si caratterizza poi per il fatto che le minoranze etniche e religiose siriane sono scarsamente rappresentate al suo interno. Nel comitato esecutivo composto da dieci membri non è presente nessun alawita (cioè nessun esponente della minoranza a cui appartiene il clan degli Assad), ed il solo cristiano presente è un professore che vive in Belgio.

Cosa ancora più grave, all’indomani della Conferenza di Tunisi (che è stata boicottata del tutto dall’altro principale gruppo di opposizione, il CCN) una ventina di membri islamici e laici del CNS si è staccata dall’organizzazione per costituire una nuova formazione, il Gruppo Patriottico Siriano.

Quest’ennesima entità, guidata dall’avvocato Haitham al-Maleh, sostiene di voler rovesciare Assad “con tutti i possibili mezzi di resistenza a disposizione, compreso l’appoggio all’Esercito Siriano Libero”.

Alla luce di un simile panorama di frammentazione, non c’è da stupirsi che Francia e Gran Bretagna abbiano sottolineato l’urgenza che l’opposizione siriana unisca i propri ranghi. Nei giorni scorsi il presidente francese Sarkozy ha detto che “non possiamo provocare una rivoluzione siriana (…) se la rivoluzione siriana non compie uno sforzo per unirsi ed organizzarsi in modo che possiamo aiutarla” – una frase che esprime in maniera eloquente il carattere paradossale della situazione.

Di fronte al veto e alle dure prese di posizione di Russia e Cina, all’aperta e scontata opposizione dell’Iran, e alle divergenze presenti all’interno degli stessi “Amici della Siria”, e considerato lo stato di “polverizzazione” dell’opposizione siriana, era ovvio che la Conferenza di Tunisi si astenesse dall’annunciare qualsiasi forma di appoggio armato ai ribelli, e si limitasse a riconoscere il CNS come “un legittimo rappresentante” (non “l’unico legittimo rappresentante”) del popolo siriano.

Ma, come accennato all’inizio, questo non significa che il processo di militarizzazione della rivolta siriana verrà interrotto. Come già detto, l’Arabia Saudita si è spinta troppo oltre per tornare sui propri passi; Qatar e Turchia sembrano altrettanto determinati ad ottenere la caduta di Assad, con mezzi pacifici o militari; anche gli USA hanno detto troppo chiaramente che Assad deve andarsene per poter pensare a una soluzione di compromesso (sebbene l’amministrazione Obama probabilmente sperasse di cavarsela senza un coinvolgimento diretto, lasciando che le “pressioni internazionali” dessero i loro frutti).

Malgrado il “nulla di fatto” di Tunisi, una serie di incontri bilaterali a margine dei lavori della Conferenza ha dato la netta impressione che il processo di creazione di un fronte anti-Assad stia andando avanti.

Sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, il direttore del giornale Tariq al-Homayed ha scritto che, secondo quanto gli hanno rivelato diverse fonti di alto livello, sarebbe in corso la definizione di una “mini-commissione” all’interno del gruppo degli “Amici della Siria”. Questa commissione ristretta comprenderà Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – “paesi che sono direttamente interessati alla questione siriana”, scrive al-Homayed.

E’ indicativo il fatto che il secondo incontro degli “Amici della Siria” avrà luogo in Turchia. “Ciò significa che Ankara avrà un più influente ruolo da giocare nei prossimi giorni”, sostiene Homayed, aggiungendo che l’obiettivo “sarà quello di unire i ranghi dell’opposizione siriana”.

LA SIRIA AL CENTRO DELLA COMPETIZIONE REGIONALE

Alla luce del complesso e frastagliato panorama internazionale sopra descritto, però, le prospettive di un rovesciamento di Assad da parte delle forze dell’ “opposizione” siriana coadiuvate dall’esterno appaiono ancora più incerte, e l’impresa sembra ancor più insidiosa e piena di rischi.

Lo scenario si fa ancora più confuso e potenzialmente pericoloso se si tiene conto del fatto che la crisi siriana è radicata nel cuore del Medio Oriente, in cui le rivolte della “Primavera Araba” hanno scatenato una competizione internazionale per la ridefinizione degli equilibri di forza – una competizione che appare appena agli inizi, e si preannuncia senza esclusione di colpi.

Se da un lato gli Stati Uniti continuano a coltivare il loro progetto egemonico nella regione, e Israele a perseguire il proprio piano di frammentazione regionale per assicurarsi la supremazia in Medio Oriente e la permanenza dello status quo in Palestina (progetti ai quali si contrappone storicamente il cosiddetto asse della “resistenza” guidato dall’Iran, che attualmente appare in grave crisi alla luce dell’assedio al regime di Teheran, della rivolta in corso in Siria, e della spaccatura consumatasi fra Damasco e Hamas ), dall’altro si sta riaffermando con forza il progetto conservatore saudita che promuove il binomio “monarchia e wahhabismo” per assicurare la supremazia di Riyadh su un mondo arabo sunnita “bonificato” da velleità rivoluzionarie; al progetto saudita si affiancano poi le ambizioni “neo-ottomane” di egemonia economica regionale nutrite dalla Turchia.

A ciò si deve aggiungere l’ascesa dell’Islam politico targato “Fratelli Musulmani” in Stati come l’Egitto e la Tunisia, che ha buone prospettive anche in paesi come la Siria, la Libia e il Marocco, e che non è visto con sfavore da un potente “outsider” regionale come il Qatar.

In questo panorama di competizione regionale, le istanze popolari che hanno dato vita alla Primavera Araba rischiano di essere soffocate, se non addirittura di essere letteralmente annegate nel sangue di “conflitti per procura” e di scoppi di violenza settaria, i quali a loro volta potrebbero dare nuovo vigore al programma jihadista di al-Qaeda che le rivolte democratiche arabe sembravano aver definitivamente messo in crisi.

Con l’ovvia eccezione dell’Iran, in questo momento le differenti agende in gioco in Medio Oriente sembrano convergere sul comune interesse di rovesciare il regime siriano. Ciò priverebbe l’Iran del suo più importante alleato, e per ragioni diverse questo tornerebbe utile a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Inoltre una Siria senza Assad permetterebbe probabilmente un’ulteriore espansione del progetto islamico dei Fratelli Musulmani, mentre un regime “amico” in Siria permetterebbe ad Ankara di riaprire quella che per la Turchia è stata fino a un anno fa la “porta” del mondo arabo.

Ma al di là di questa “convergenza” occasionale in Siria, le differenti agende regionali divergono, e coloro che le propugnano si guardano con reciproco sospetto. Tanto per fare un esempio, l’agenda conservatrice saudita è in contrasto con l’agenda dei Fratelli Musulmani, visti con diffidenza da Riyadh poiché sostengono un modello di “Stato civile islamico” che è in conflitto con il modello monarchico assolutista saudita; e alla lunga l’agenda saudita si scontrerà anche con il progetto neo-ottomano di Ankara; nel frattempo Riyadh continua a guardare con sospetto agli Stati Uniti, dimostratisi disposti a sbarazzarsi di un alleato come Mubarak e ad abbracciare, seppure superficialmente, le rivolte popolari laddove conveniva ai suoi interessi.

Inoltre, la summenzionata singolare “convergenza” di interessi regionali sulla Siria ha suscitato l’allarmata reazione di Russia e Cina, le quali hanno reagito con un vigore che ha spiazzato gran parte del fronte anti-siriano, a cominciare dagli Stati Uniti. Pechino, in particolare, ha risposto con insospettata veemenza, uscendo dall’ombra di Mosca e non facendosi scrupolo di sfidare – oltre che gli Stati Uniti – l’Arabia Saudita che, proprio assieme all’Iran, è il suo principale fornitore di petrolio.

IL DILEMMA DELL’AMMINISTRAZIONE OBAMA

Di fronte a questo complesso panorama, l’amministrazione Obama si trova in un dilemma di difficile soluzione. Pressata sul fronte interno dai repubblicani e dalla lobby filo-israeliana che spingono per una “politica del pugno di ferro” con Teheran, essa non può permettersi l’avventura di un attacco militare all’Iran in un anno di campagna elettorale.

Del resto la sua politica “del bastone e della carota” con Teheran, basata sull’adozione di sanzioni molto dure ma relativamente infruttuose, accompagnate da una prospettiva di negoziato che finora di fatto non si è concretizzata (una politica, questa, che peraltro le è stata in parte dettata dal Congresso), ha posto la Casa Bianca in un vicolo cieco dal quale è molto difficile venir fuori.

La Siria potrebbe offrire proprio l’agognata via d’uscita a Obama: giungere a un cambio di regime in Siria, e proseguire l’assedio economico di Teheran potrebbe indebolire a sufficienza l’Iran, mettendo a tacere i falchi di Washington che vogliono trascinare la sua amministrazione in un conflitto potenzialmente disastroso con la Repubblica islamica.

Ma in Siria la Casa Bianca ha adottato una politica ugualmente “zoppa”, da un lato estromettendo Russia e Cina da una possibile soluzione multilaterale di compromesso e sostenendo sempre più apertamente un’opposizione siriana in gran parte forgiata all’estero dall’Occidente e dai suoi alleati arabi e turchi, dall’altro mostrandosi riluttante ad appoggiare militarmente una simile opposizione quando essa si è dimostrata incapace di rovesciare da sola un regime ben più saldo di quello di Gheddafi.

Ora l’amministrazione Obama (con l’immancabile Europa al traino) si trova di fronte alla prospettiva disastrosa di lasciare che Assad soffochi nel sangue la rivolta, o a quella altrettanto rischiosa e azzardata di lanciarsi in una “guerra per procura” a sfondo settario al seguito dell’Arabia Saudita e del suo progetto reazionario monarchico-salafita.

Comments are closed.

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab