Il “terrorismo islamico” in Nigeria e nel Sahel, e la tragedia degli ostaggi

Hauwa, la moglie di una delle guardie che tenevano in ostaggio Franco Lamolinara ed il suo collega britannico Chris McManus, l’ha descritta come un inferno. La battaglia scatenata dalle forze di sicurezza britanniche e nigeriane per liberare i due prigionieri si è protratta per cinque, forse sei ore – come hanno confermato altri testimoni oculari. In lacrime, la donna ha raccontato alla Reuters come, nel corso della tempesta di fuoco, i rapitori hanno trascinato i due ostaggi nel bagno e li hanno trucidati.

Così si è consumata la tragedia di Franco e Chris, rapiti nel maggio 2011 nello stato di Kebbi, in Nigeria. Pochi giorni prima della drammatica conclusione, le forze nigeriane avevano catturato due membri del gruppo di sequestratori, i quali le hanno condotte fino al covo dei loro complici a Sokoto, sempre nel nord-ovest del paese.

Due giorni dopo, nigeriani e britannici hanno optato per la linea dura: un’operazione militare congiunta, compiuta in pieno giorno. Secondo alcuni testimoni, i rapitori avrebbero tentato la fuga. I soldati avrebbero incendiato vecchi pneumatici presi dagli abitanti del luogo e li avrebbero gettati nel covo dei sequestratori per tentare di stanarli. Poi è seguito il lunghissimo scontro a fuoco.

Da Londra è stato detto che la “finestra di opportunità” per salvare gli ostaggi si stava chiudendo, ed era perciò necessario intervenire tempestivamente. Anche per questo il governo italiano non è stato informato prima dell’inizio delle operazioni, ma solo in un secondo momento.

La spiegazione non è però apparsa convincente. Ne è sorto un caso diplomatico fra Italia e Regno Unito. Il presidente Napolitano ha definito “inspiegabile” il comportamento britannico. Gli inglesi hanno risposto che, anche se Roma non è stata informata prima dell’avvio dell’operazione, in precedenti colloqui gli italiani non si erano mostrati contrari all’eventualità di un blitz armato.

Resta il forte dubbio che gli inglesi abbiano agito senza informare prima l’Italia perché non volevano “bastoni fra le ruote”. E’ noto che l’Italia ha sempre preferito negoziare con i sequestratori, mentre a Londra si predilige la “linea della fermezza”.

Secondo il Guardian, in precedenza una quota del riscatto sarebbe perfino stata pagata. Durante i negoziati gli inglesi avrebbero trattato al ribasso, più degli italiani. Poi la decisione di compiere il blitz.

Non è raro che la “linea della fermezza” porti alla morte degli ostaggi; anzi, ultimamente è stato questo il pressoché invariabile esito dei “blitz”. La conclusione del rapimento è invece solitamente positiva quando i sequestratori ottengono in cambio un riscatto o la liberazione di militanti loro compagni.

UN QUADRO ESTREMAMENTE CONFUSO

Non è facile fare una lista completa di tutti i rapimenti avvenuti nella regione che comprende Algeria, Mauritania, Mali, Niger e Ciad, anche se alcuni tentativi sono stati fatti.

Né è facile tenere il conto di tutte le persone rapite che tuttora aspettano di essere liberate. Se ci si limita agli ostaggi italiani, bisogna ricordare la cooperante Rossella Urru, rapita nel Sahara algerino, e che solo pochi giorni fa sembrava essere stata rilasciata; e Maria Sandra Mariani, sequestrata 13 mesi fa nell’oasi di Djanet, sempre in Algeria.

Nel frattempo rimane acceso il dibattito fra coloro che affermano che liberare gli ostaggi tramite il pagamento di un riscatto rafforza al-Qaeda ed incoraggia i rapimenti, come sostiene ad esempio il presidente algerino Bouteflika, e coloro che invece, sulla base dei pur scarsi dati disponibili, dichiarano che non vi è stato un chiaro aumento dei rapimenti in seguito all’uso di pagare somme di denaro ai sequestratori.

Ma, al di là di tale dibattito, in Europa risulta sempre abbastanza confuso il quadro relativo all’identità dei sequestratori ed alle ragioni per cui avvengono i rapimenti. Di solito si accusa invariabilmente al-Qaeda, o piuttosto la sua branca nel Maghreb, AQIM, con l’ovvio corollario che i sequestri facciano parte di una più ampia campagna contro l’Occidente promossa da un’organizzazione terroristica strutturata ed organizzata.

A un esame più attento, tuttavia, si rileva subito che i sequestri non sempre vengono compiuti da militanti di AQIM. A volte si tratta di altri gruppi fondamentalisti, occasionalmente di bande criminali. In alcuni casi tali bande “rivendono” poi gli ostaggi ad AQIM. I sequestri spesso rappresentano semplicemente un modo per fare soldi, anche per al-Qaeda, che si finanzia con essi e con il traffico di droga.

La stessa AQIM, poi, è un’organizzazione tutt’altro che monolitica, essendo costituita da gruppi disseminati dall’Algeria alla Mauritania, al Mali, ed in generale all’intera area del Sahara e del Sahel, spesso con esili legami fra di loro.

A proposito del sequestro di Lamolinara e di McManus, le autorità britanniche e nigeriane hanno inizialmente parlato di un gruppo dissidente di Boko Haram, un’organizzazione fondamentalista nigeriana. Questo gruppo, è stato detto, potrebbe avere legami con AQIM.

A dicembre il sequestro era stato in effetti rivendicato da una sedicente “al-Qaeda nella terra al di là del Sahel”, una denominazione mai sentita prima. Si sono pertanto moltiplicate le illazioni. E’ stato detto che il sequestro sarebbe una conferma del fatto che Boko Haram ha stretto legami con al-Qaeda.

Diversi analisti hanno però espresso i loro dubbi. Innanzitutto, la Nigeria è a sud del Sahara, l’area  in cui opera abitualmente AQIM. Inoltre Boko Haram e al-Qaeda sono due organizzazioni alquanto diverse fra loro.

Per altro verso, il sequestro è avvenuto nel nord-ovest della Nigeria, mentre Boko Haram è radicato nel nord-est. Inoltre, se la tattica dei rapimenti è comune ad AQIM, finora è stata del tutto estranea a Boko Haram, che prima non aveva mai sequestrato cittadini occidentali e si finanzia invece rapinando banche. E, fra l’altro, Boko Haram ha smentito ogni suo coinvolgimento nel sequestro.

BOKO HARAM E LA NIGERIA

Ma chi è Boko Haram? Il nome significa che i libri (“Boko” è una forma corrotta di “books”) – e dunque, per estensione, l’istruzione occidentale – sono proibiti, condannabili, “haram” appunto. Il nome è emblematico di un contesto in cui molti musulmani ritengono di essere attaccati dall’Occidente, che saccheggia le risorse del paese, e dai suoi “agenti locali” – in questo caso i nigeriani cristiani.

Un altro nome del gruppo è “Jama’atu Ahli ’s-Sunna li ’d-Da’wati wa ’l-Jihad”, che vuol dire “Gruppo Sunnita per la Predicazione ed il Jihad”. Esso era inizialmente un gruppo pacifico, anche se fondamentalista, prima che il suo leader, Mohamed Yusuf, venisse brutalmente torturato e ucciso dalla polizia nel 2009. Le torture, diffuse attraverso un filmato, diedero un enorme impulso a Boko Haram, che avviò una violentissima campagna contro la polizia e contro i cristiani. L’organizzazione chiede la creazione di uno Stato islamico nella Nigeria settentrionale (dove sono maggiormente presenti i musulmani).

Lo scorso anno segnò un salto di qualità per il movimento, che colpì il quartier generale dell’ONU ad Abuja (la capitale nigeriana) con un attentato suicida – un fenomeno precedentemente sconosciuto in Nigeria. Boko Haram sembra aver acquisito tecniche precedentemente utilizzate in Afghanistan e in Iraq.

Dopo l’attentato contro l’ONU, tuttavia, il nome “Boko Haram” è divenuto una specie di etichetta sotto la quale sono stati compiuti attacchi di ogni sorta in Nigeria, tra cui “saldi di conti” tra gruppi rivali, anche a livello politico.

Sebbene Boko Haram se la prenda con i cristiani, questi ultimi molto spesso non se la passano meglio delle masse musulmane impoverite. In realtà è anche un partito radicato nel nord musulmano, il People’s Democratic Party, ad aver fatto parte dell’élite (sia musulmana che cristiana) che ha amministrato disastrosamente il paese e ne ha saccheggiato le risorse fin dall’indipendenza nel 1960.

Tant’è vero che Boko Haram ha notevoli somiglianze con il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), un gruppo militante sorto nella regione meridionale del paese, ricca di petrolio, che iniziò a rapire lavoratori delle compagnie petrolifere straniere a partire dal 2006. Entrambi questi gruppi sono alimentati dalla gioventù nigeriana più povera, che vive con meno di 2 dollari al giorno ed è infuriata con l’élite al potere che non redistribuisce gli introiti derivanti dal petrolio.

Sia Boko Haram sia il MEND hanno la loro base di supporto lontano dalla capitale: il primo nel nordest, mentre il secondo nelle regioni petrolifere del sud. Entrambi sono movimenti sparpagliati e privi di una leadership unitaria. Ed entrambi hanno legami con esponenti politici locali, in un paese dove le contrapposizioni sono in gran parte etniche oltre che religiose.

Il governo è riuscito a contenere il MEND comprando i suoi capi, senza tuttavia dare una risposta concreta alle rivendicazioni economiche che hanno portato alla nascita del movimento. Un uomo del delta del Niger, il cristiano Goodluck Jonathan, è ora il presidente del paese.

Ma il caso di Boko Haram è più difficile da “risolvere”: il gruppo musulmano si differenzia dal MEND per il fatto di avere rivendicazioni politiche oltre che economiche. Tali rivendicazioni riflettono la paura del nord di essere escluso da ogni controllo dello Stato a seguito della decisione del presidente Jonathan, alla vigilia delle elezioni del 2011, di sospendere l’accordo informale che prevedeva l’alternanza alla presidenza tra esponenti del nord musulmano e esponenti del sud cristiano.

E mentre la Nigeria, lo Stato più popoloso dell’Africa, rimane sprofondata in una crisi che rischia di disintegrare il paese nelle sue innumerevoli componenti etniche, il governo nigeriano per contrastare l’offensiva di Boko Haram ha chiesto l’assistenza degli Stati Uniti (che acquistano il 43% del petrolio nigeriano) nella sua personale lotta contro il “terrorismo”. Esponenti governativi si sono perfino rivolti all’ambasciata israeliana, la quale dal canto suo si è detta pronta ad aiutare la Nigeria nella sua “guerra al terrore”.

I PAESI DEL SAHEL E LA “GUERRA AL TERRORE”

Del resto, la “guerra al terrore” è un affare per molti in Nigeria, visto che una cifra enorme, pari a forse un quarto del bilancio del paese, viene spesa annualmente per finanziare l’esercito e i servizi di sicurezza. L’esigenza di contrastare Boko Haram ed altri gruppi rappresenta una “grande occasione” per la polizia, e soprattutto per i generali che hanno gestito direttamente il potere nel paese fino al 1999.

In Nigeria, come in generale nei paesi del Sahel, il potere politico e finanziario non è mai trasparente, ed è gestito perlopiù da èlite corrotte. Le risorse pubbliche vengono saccheggiate, le persone comprate, mentre lo Stato è assente per gran parte della popolazione. Le istituzioni non servono a fornire servizi ai cittadini, ma sono un serbatoio di potere e denaro per i ristretti gruppi che le gestiscono.

In assenza dello Stato, e in un ambiente poverissimo caratterizzato dalla scarsità di ogni bene di prima necessità, è la solidarietà etnica e tribale a prevalere, assieme alle possibilità di guadagno (o talvolta di mera sopravvivenza) che danno il contrabbando e le organizzazioni criminali.

Sono questi gli elementi essenziali che, prima ancora del fondamentalismo islamico, caratterizzano il contesto in cui Franco Lamolinara e Chris McManus (e molti altri prima di loro) sono stati rapiti e uccisi.

Le forze di sicurezza nigeriane, che insieme alle forze inglesi sono intervenute per “liberare” Lamolinara e McManus, sono addestrate da paesi occidentali tra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. In generale, gli interventi delle forze speciali dei paesi del Sahel sono supportate da tecnologie satellitari, aerei senza pilota e agenti di paesi occidentali: americani, inglesi, francesi.

Questa presenza militare e di intelligence da parte occidentale in realtà è facilmente spiegata dalle risorse energetiche e naturali presenti in questi paesi. Libia, Algeria, Nigeria e Ciad possiedono gas e petrolio. Il sottosuolo del Niger ha grandi quantità di uranio.

Da parte americana, il fronte sahariano nella GWOT (la “Global War on Terror”) fu lanciato insieme all’Algeria nel 2003 – in piena era Bush. A giustificare l’apertura del nuovo fronte fu il rapimento all’inizio di quell’anno di 32 turisti nel Sahara algerino, apparentemente da parte di militanti islamici affiliati al Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC). Alla guida di tale gruppo vi era Amari Saifi (alias “El Parà”), che poi si scoprì avere legami con il DRS, il servizio segreto algerino.

Già in passato, negli anni ’90, il DRS aveva sfruttato il “terrorismo islamico” (ampiamente infiltrato dall’agenzia di intelligence algerina) per spingere i paesi occidentali ad appoggiare il governo autocratico di Algeri. Del resto, lo stesso GSPC non è che un “derivato” della guerra civile algerina di quegli anni, che vide il governo laico di Algeri schiacciare gli islamici in un conflitto combattuto senza esclusione di colpi da entrambe le parti, e che si risolse in un bagno di sangue di civili algerini.

Nel 2003, le operazioni “terroristiche” di El Parà aiutarono il governo algerino ad ottenere equipaggiamento antiterrorismo da parte americana, in barba al precedente embargo imposto sulla vendita di armi all’Algeria. Per altro verso, tali operazioni contribuirono a giustificare una presenza militare americana nel Sahel, “potenziale retrovia di al-Qaeda”.

Nel gennaio 2004, la Pan-Sahel Initiative (PSI) lanciata da Bush permise il dispiegamento di forze speciali e “contractor” americani in Mauritania, Mali, Niger e Ciad. L’anno successivo la PSI venne ulteriormente estesa attraverso la creazione della Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative (TSCTI), che includeva anche Marocco, Algeria, Tunisia, Senegal, e perfino la Nigeria, malgrado la lontananza di questo paese dal Sahara. Secondo gli USA, l’inserimento della Nigeria nella TSCTI era dovuto al fatto che nel paese si stavano affermando correnti estremiste di ispirazione islamica. Secondo i critici di Washington, tale inserimento era invece dovuto all’interessamento americano per il petrolio nigeriano.

Naturalmente, gli Stati Uniti si dimostrarono generosi con i paesi aderenti, stanziando fondi e fornendo addestramento e materiale bellico. Grazie a questa partnership, i regimi autocratici di questi paesi possono massimizzare i benefici interni e i vantaggi politico-strategici nella regione.

All’inizio del 2007, l’algerino GSPC cambiò il suo nome in quello di “al-Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQIM). Molti leader di AQIM hanno avuto ambigui rapporti con i servizi segreti algerini, al pari di El Parà. La nascita di AQIM fornì un’ulteriore giustificazione alla creazione di AFRICOM, il comando militare africano degli Stati Uniti attivo dal 2008, con sede a Stoccarda.

LA RIVOLTA TUAREG NEL MALI

A partire dal 2010, quattro paesi del Sahel – Algeria, Mali, Mauritania e Niger – hanno stabilito una cooperazione militare creando una commissione di “stati maggiori congiunti” che ha sede a Tamanrasset, nell’estremo sud dell’Algeria, dove è stata ripetutamente segnalata anche una presenza militare americana.

Capoluogo dell’Hoggar, la terra ancestrale dei Tuareg, Tamanrasset ha una posizione strategica. La città è stata storicamente il punto d’incontro delle carovane provenienti dal Niger e dal Mali, lungo le stesse piste che oggi sono percorse da migliaia di migranti disperati che dal Sahel e dall’Africa sub-sahariana cercano di raggiungere la costa del Mediterraneo.

E’ in questa regione che vive la comunità originariamente nomade dei Tuareg, composta da circa un milione e mezzo di persone, e sparpagliata fra Algeria, Libia, Burkina Faso, Mali e Niger. I Tuareg si sono più volte lamentati di essere stati emarginati dai governi dei paesi in cui vivono.

Mali e Niger hanno conosciuto a più riprese rivolte tuareg nella seconda metà del secolo scorso. Gheddafi invece  li appoggiò, e molti Tuareg che si erano stanziati nel sud della Libia furono integrati nelle forze di sicurezza del colonnello.

La recente guerra in Libia che ha portato alla caduta di Gheddafi ha provocato un afflusso di armi che ora vengono contrabbandate in tutto il Sahel, fino a raggiungere la Nigeria da un lato e la Somalia dall’altro. La sconfitta di Gheddafi ha anche determinato una fuga dei Tuareg dalla Libia verso il Mali – un fuga che ha rinfocolato la ribellione nel paese, dopo che una fragile tregua era in atto dal 2009.

Con il nome di Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (MNLA), i ribelli hanno iniziato le ostilità il 16 gennaio scorso. L’Azawad, territorio storico dei Tuareg, si estende dal confine occidentale a quello settentrionale del Mali.

Gli scontri fra i Tuareg e l’esercito del Mali hanno provocato oltre 172.000 sfollati fino a questo momento (secondo dati delle Nazioni Unite), causando a loro volta una reazione violenta degli abitanti del sud contro i Tuareg nella capitale Bamako.

CARESTIA, DROGA, ARMI E INTERESSI STRATEGICI

Molti di questi profughi sono fuggiti all’estero, in Mauritania, Burkina Faso e Niger, regioni che in gran parte soffrono di una grave carestia. La combinazione di conflitti regionali, siccità e prezzi alimentari elevati a livello mondiale rischia ora di provocare una crisi umanitaria di enormi proporzioni.

Le emergenze alimentari nel Sahel si sono intensificate spaventosamente nell’ultimo decennio. L’irregolarità delle piogge e la scarsità dei raccolti aggravano la malnutrizione, in un contesto di povertà radicata e diffusa.

Il malgoverno, le guerre, e la scarsità di cibo, hanno portato alla diffusione di attività illecite come il contrabbando di armi, droga e sigarette, che è favorito dai legami clanici e dalle solidarietà tribali in tutta l’area del Sahel. Una comunità emarginata come quella dei Tuareg, ad esempio, può contare sui rapporti che intercorrono fra i propri gruppi tribali in una vasta area che va dall’Algeria al Mali e al Niger, in una regione ampiamente desertica dai confini incontrollabili.

Il traffico di stupefacenti è aumentato drammaticamente negli ultimi anni in tutta l’Africa occidentale, alimentato dai flussi provenienti dal Sud America. Gli introiti della droga contribuiscono ad alimentare la corruzione, favoriscono i legami con altre attività criminali o con gruppi fondamentalisti come AQIM, che a loro volta possono prosperare grazie ai conflitti con i governi ed all’emarginazione di interi gruppi etnici.

Ma la droga ha anche un effetto devastante sulle popolazioni locali. Secondo stime ONU, nel 2009 un terzo della cocaina proveniente dal Sud America e destinata all’Europa è stato consumato sul suolo africano.

Questa situazione di insicurezza diffusa a sua volta favorisce affari a livello intergovernativo come la vendita di armi, che avvantaggiano le corrotte élite locali oltre che i paesi occidentali.

Ad esempio, in conseguenza dell’accresciuta instabilità causata dalla recente guerra libica, paesi come la Mauritania, il Mali e il Niger hanno aumentato i loro acquisti di armi dalla Francia.

Oltre alla possibilità di stabilire questi contratti, Parigi ha interesse, al pari di Washington e Londra, a rafforzare la propria presenza di intelligence nella regione per le ragioni a cui si è già accennato: l’importanza cruciale che i paesi del Sahel hanno in termini di risorse naturali e minerarie. In particolare l’uranio, di cui il Niger è un dei massimi produttori mondiali, serve ad alimentare le centrali nucleari francesi (anche se a causa della sua estrazione i Tuareg muoiono di “malattie misteriose”).

I sequestri di persona, al pari del traffico di droga e del contrabbando di armi, costituiscono un sottoprodotto di questo mix esplosivo di interessi economici, corruzione, guerre, povertà ed emergenze ambientali – un mix di cui ultimamente sono state vittime incolpevoli Franco Lamolinara e Chris McManus.

One Response to “Il “terrorismo islamico” in Nigeria e nel Sahel, e la tragedia degli ostaggi”

  1. Andrea Sarubbi scrive:

    Grazie mille per l’ottima riflessione. Ne userò parecchi spunti per il mio intervento tra poco in Aula, alla Camera: illustro un’interpellanza urgente del Pd al governo sugli aiuti al Sahel per la lotta alla carestia.

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab