La crisi del Mali, il caso dei Tuareg, e il temuto “effetto domino” libico

Quando alcuni ufficiali di basso rango dell’esercito del Mali, lo scorso 22 marzo, sono apparsi sulla televisione di Stato per annunciare che avevano preso il potere, ancora una volta la reazione dei governi occidentali è stata di sorpresa e sbigottimento, prima che seguisse l’inevitabile unanime condanna.

Come in molti altri casi (viene alla mente, ad esempio, quello del regime tunisino di Ben Ali), il Mali guidato dal presidente Amadou Toumani Touré era considerato in Occidente come uno dei più stabili della regione, un buon “esperimento di democrazia”, e un valido alleato nella “lotta al terrorismo”.

Ma il regime del presidente Touré, piagato dalla corruzione e dal malgoverno che ha trascurato intere regioni in uno dei paesi più poveri del mondo, da più di due mesi a questa parte si stava dimostrando incapace di far fronte a una ribellione scoppiata nel nordest, dove vive l’emarginata minoranza dei Tuareg.

Esplosa in una regione che è un tradizionale focolaio di malcontento, la rivolta tuareg è stata scatenata dal ritorno di miliziani africani pesantemente armati, fuggiti dalla Libia a seguito della caduta di Gheddafi, dopo che già dall’inizio dell’anno il nord del Mali era finito sotto i riflettori internazionali per una serie di sequestri di cittadini occidentali, attribuiti all’organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).

Il male armato esercito maliano non è riuscito a contenere l’onda d’urto dei ribelli e ha dovuto ripiegare inanellando una disfatta dopo l’altra, fino a quando un gruppo di ufficiali e di soldati scontenti non ha deciso di prendersela con il presidente Touré, da loro ritenuto responsabile dell’incompetente gestione della crisi.

Per ulteriore ironia della sorte, Amadou Sanogo – leader del neonato Comitato nazionale per il ritorno della democrazia e la restaurazione dello Stato (CNRDR), il gruppo golpista che ha preso il potere – è un capitano che aveva ricevuto addestramento militare negli Stati Uniti, nell’ambito della cooperazione antiterrorismo fra Washington e Bamako finalizzata al contenimento di al-Qaeda.

Proprio il mese scorso, l’AFRICOM (il comando militare africano degli Stati Uniti attivo dal 2008) aveva cancellato importanti esercitazioni militari in Mali a causa della rivolta tuareg che infuriava nel nordest del paese. Le esercitazioni prevedevano operazioni congiunte di forze europee, americane e dei paesi del Sahel in vista di future missioni “antiterrorismo”.

A seguito del golpe, l’Unione Europea, il Canada, la Banca Mondiale e l’African Development Bank hanno prontamente tagliato i finanziamenti al Mali, che dipende pesantemente dagli aiuti internazionali. Gli Stati Uniti hanno preso provvedimenti analoghi, facendo eccezione per gli aiuti puramente umanitari.

Sebbene le sorti del golpe siano incerte, visto che diversi partiti nel paese si sono opposti al rovesciamento del presidente Touré, e che anche l’opinione pubblica maliana appare divisa, quel che è certo è che il caos a Bamako non fa che facilitare la rivolta nel nordest. Paradossalmente, dunque, i golpisti rischiano di determinare l’esito opposto a quello che volevano ottenere.

Sia che si consolidi la giunta golpista, sia che venga reinsediato il presidente Touré, quando a Bamako vi sarà di nuovo un governo pienamente funzionante, esso potrebbe ritrovarsi con il nordest del paese totalmente fuori controllo. A ciò bisogna poi aggiungere l’ulteriore possibilità che l’instabilità si estenda a paesi vicini come il Niger e la stessa Algeria, e che l’emergenza degli sfollati e le conseguenze della siccità sfocino in una gravissima crisi umanitaria in tutta la regione.

IL MALI E LA CRISI DEL SAHEL

Considerato da alcuni analisti come l’ultimo “contraccolpo” della Primavera Araba che ha visto più a nord la caduta di Ben Ali in Tunisia e il rovesciamento violento di Gheddafi in Libia (il quale a sua volta, in base a un temuto quanto prevedibile “effetto domino”, ha determinato la rivolta tuareg nel nordest del Mali), il golpe a Bamako è stato inserito più correttamente da altri nel contesto della crescente instabilità nel Sahel, dove si è assistito negli ultimi quattro anni a violenti avvicendamenti al potere in ben tre paesi diversi: nell’estate del 2008 fu rovesciato il presidente Sidi Mohamed Ould al-Sheikh Abdullah in Mauritania; nel febbraio 2010 fu la volta del presidente Mamadou Tandja in Niger; e infine, nella primavera del 2011 una violenta guerra civile ha portato alla caduta del presidente Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio.

Questi eventi sono la spia di una crisi che rischia di sprofondare il Sahel e l’intera Africa occidentale in una situazione di crescente ingovernabilità. Una miscela esplosiva di povertà, scarsità di cibo, fragilità dei governi, traffici illeciti di armi e stupefacenti, attriti etnici e religiosi, ribellioni e crescente militanza islamica, nel contesto di un’aspra competizione internazionale per aggiudicarsi le preziose risorse energetiche e minerarie della regione, sta trasformando il Sahel in uno dei principali focolai di crisi del pianeta.

Dopo essere stato nel Medio Evo sede dei più grandi imperi sub-sahariani, in cui l’Islam si diffuse a partire dall’XI secolo rimanendo fino a oggi la religione predominante, il Mali emerse dal suo passato coloniale fragile e poverissimo, al pari degli altri paesi dell’Africa occidentale.

Dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960, il paese è rimasto legato a doppio filo all’ex potenza coloniale, ed esposto all’influenza di un potente vicino settentrionale, l’Algeria. Con una popolazione di circa 14 milioni e mezzo di abitanti, il Mali può contare soprattutto sulla sua produzione agricola. Ma, mentre il paese è un grande esportatore di cotone, la sua popolazione – soprattutto nel nordest desertico – deve lottare per sfamarsi.

Il Mali è anche il terzo produttore di oro del continente africano, ma ciò non ha contribuito ad alleviare la povertà della sua popolazione, né la dipendenza del paese dagli aiuti stranieri. Il processo di estrazione è affidato a compagnie internazionali tra cui la AngloGold Ashanti e la Randgold Resources, con sede rispettivamente a Johannesburg (Sudafrica) e nelle Isole del Canale (un arcipelago a largo della Normandia, che fa parte delle Dipendenze della Corona Britannica).

Dopo essere rimasto sotto il pugno di ferro di Moussa Traore per oltre vent’anni, il Mali assistette a un nuovo golpe nel 1991, per mano di un altro militare, Amadou Toumani Touré, il quale cedette il potere a un governo eletto l’anno successivo, e poi riuscì a farsi eleggere presidente nel 2002, ottenendo un secondo mandato nel 2007.

Per il fatto di aver ceduto il potere nel 1992, Touré si era guadagnato l’appellativo di “soldato della democrazia”, e – fedele a tale appellativo – aveva promesso di non ripresentarsi alle presidenziali che avrebbero dovuto tenersi a breve, nel mese di aprile, e che il golpe attuale ha reso probabilmente irrealizzabili.

Il governo di Touré è stato tuttavia piagato da fenomeni di incompetenza e corruzione. Negli ultimi vent’anni il paese è stato caratterizzato da tensioni religiose e intercomunitarie, e da una diffusa criminalità urbana. Il governo, inoltre, non ha saputo gestire la “bomba ad orologeria” dei Tuareg che abitano gli immensi spazi desertici e impoveriti del nordest.

L’incapacità di controllare il territorio, e la continua emarginazione delle popolazioni nomadi, hanno portato al fiorire di traffici illeciti – dal contrabbando di sigarette a quello di armi e droga – che costituiscono fonte di sostentamento per criminali comuni, ribelli, e gruppi affiliati ad al-Qaeda.

Alcuni membri del governo Touré sono stati anche accusati di aver tollerato l’ingovernabilità nel vasto nordest desertico proprio per lucrare sui traffici illeciti che fioriscono nella regione.

I programmi di sviluppo e pacificazione del nordest, frutto di svariati accordi, fra cui l’Accordo di Algeri e il Forum di Kidal per la sicurezza e lo sviluppo del Nord, non sono mai stati implementati, contribuendo a radicare il malcontento che è alla radice della rivolta tuareg scoppiata a gennaio.

LA LOTTA DIMENTICATA DEI TUAREG

I Tuareg sono una popolazione di pastori nomadi (ma ormai anche di comunità sedentarie) direttamente imparentata con le popolazioni berbere (o, più correttamente, amazigh) sparse nel Nord Africa. Profondi conoscitori delle enormi e inospitali vastità sahariane, i Tuareg sono concentrati soprattutto in Niger (circa un milione) e in Mali (oltre 900.000), ma comunità più piccole sono presenti anche nell’Algeria meridionale, nel sudovest della Libia, in Burkina Faso, e perfino in Mauritania.

A seguito della definizione della struttura postcoloniale del Sahel, i Tuareg si sono ritrovati sparpagliati in questi differenti paesi, e privi di una propria patria. Discriminati ed emarginati dai rispettivi governi, essi hanno dato vita nel corso del XX secolo a movimenti indipendentisti di vario genere.

Il Mali, in particolare, registrò importanti ribellioni tuareg tra il 1962 e il 1964, tra il 1990 e il 1995, e infine tra il 2007 e il 2009. A partire dagli anni ’70, decine di migliaia di Tuareg si stanziarono nel sud della Libia. Gheddafi li sostenne, soprattutto nella loro lotta indipendentista con i paesi più a sud, e molti Tuareg furono integrati nelle forze di sicurezza dell’ex leader libico.

Negli anni ’80 e ’90, con la progressiva apertura del Sahara agli stranieri, i Tuareg riuscirono a migliorare in parte la propria condizione inserendosi nella fiorente industria del turismo. Ma questa parentesi si chiuse con il lancio della “guerra al terrore” in Africa a partire dal 2003, sponsorizzata in maniera congiunta dagli Stati Uniti e dall’Algeria per contrastare le attività del cosiddetto Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) (autonominatosi nel 2007 “al-Qaeda nel Maghreb Islamico”, e ormai noto con la sigla AQIM).

L’ascesa del GSPC (secondo alcuni analisti favorita dallo stesso governo algerino, visto che diversi esponenti del gruppo hanno avuto stretti rapporti con i servizi segreti di Algeri) e la militarizzazione del Sahara hanno segnato la fine del turismo, e il crollo dei limitati guadagni dei Tuareg, mentre le loro terre venivano progressivamente sfruttate da compagnie petrolifere e minerarie straniere che spartivano i loro profitti con i governi della regione, ma non certo con questa popolazione di pastori nomadi (un esempio tipico è quello del Niger, i cui giacimenti di uranio nelle aree abitate dai Tuareg sono sfruttati dal consorzio francese Areva).

Molti Tuareg, di fronte a questa situazione, sono stati spinti a ricorrere a traffici illeciti di varia natura. Dal canto loro, i governi di Algeria, Mauritania, Niger e Mali hanno usato il pretesto della “guerra al terrore” per soffocare l’opposizione interna, la società civile, e minoranze etniche “importune” come i Tuareg.

Secondo studiosi come Jeremy Keenan (antropologo presso la School of Oriental and African Studies di Londra), molto spesso “agenti provocatori” governativi hanno contribuito a fomentare o a far scoppiare rivolte tuareg. L’obiettivo non troppo nascosto di simili azioni era quello di associare i Tuareg al terrorismo, per continuare a escludere questa popolazione dai proventi delle attività estrattive nei loro territori e per assicurarsi le generose elargizioni di Washington nell’ambito della “guerra al terrore”.

I Tuareg sono stati accusati dai governi di molti paesi del Sahel, ma anche da Parigi, di avere una crescente collusione con AQIM, soprattutto nella gestione del traffico di droga, ma anche nella fiorente industria dei sequestri.

Sebbene i Tuareg abbiano sempre sdegnosamente respinto questa accusa, è probabile (e in alcuni casi provato) che le attività illecite praticate da alcuni gruppi tuareg a volte si intersechino con quelle di gruppi affiliati ad al-Qaeda – se non altro perché le rotte del contrabbando nello sconfinato Sahara sono controllate in gran parte da loro.

Tuttavia, in molti casi i Tuareg non hanno altra scelta, visto che le loro attività lecite sono state spesso distrutte dai governi della regione. Il regime nigerino del deposto presidente Mamadou Tandja, ad esempio, ha più volte utilizzato tattiche genocide per soffocare le rivolte tuareg, attaccando e sterminando i civili, compresi vecchi, donne e bambini. Altre tattiche per schiacciare i Tuareg hanno incluso l’uccisione del loro bestiame e la limitazione degli spostamenti delle loro carovane.

Alla luce di questa situazione, era inevitabile che prima o poi scoppiasse una nuova rivolta. L’unico interrogativo era come e quando sarebbe scoccata la scintilla.

L’EFFETTO DOMINO DELLA GUERRA LIBICA

Che l’intervento NATO in Libia per rovesciare Gheddafi avrebbe rischiato di scatenare un “effetto domino” in Africa era noto a molti, anche se in pochi ne hanno parlato apertamente.

La verità è che, mentre in Europa si parlava del potenziale “tsunami di profughi” che avrebbe invaso il vecchio continente dalla Libia, sono gli Stati africani confinanti che hanno subito in pieno l’onda d’urto dei civili (e non solo) in fuga dal paese nordafricano.

A partire dal febbraio 2011, oltre 900.000 persone hanno lasciato la Libia (secondo stime ONU). Molti erano lavoratori provenienti da paesi terzi, spesso dall’Africa sub-sahariana. Essi erano in Libia in conseguenza della politica panafricana delle “porte aperte” promossa da Gheddafi.

Già a marzo dello scorso anno, in 100.000 avevano sconfinato in Tunisia. A settembre, altri 80.000 erano fuggiti in Ciad, e 75.000 in Niger – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Altre migliaia sono giunte fino in Mali.

Il periodo che va da giugno a ottobre è la stagione di maggior penuria alimentare nel nord del Niger, così come in Ciad e nel nord del Mali. “La maggior preoccupazione”, come disse un responsabile dell’OIM, “è che questi afflussi di profughi avvengono in paesi che sono già economicamente molto fragili”.

Era evidente che questi Stati non avevano le risorse per far fronte a una simile emergenza, né sotto il profilo umanitario né sotto quello della sicurezza.

Tra le migliaia di persone che giunsero in Mali, vi era anche un considerevole numero di miliziani tuareg che avevano fatto parte dell’esercito di Gheddafi. Le stime si aggirano fra i 2.000 e i 4.000 combattenti. Il loro arrivo fu accompagnato da un potente flusso di armi proveniente dalla stessa Libia.

Il ritorno di questi miliziani tuareg diede nuovo impulso al movimento secessionista in Mali, riorganizzatosi ad ottobre nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA). Azawad è il nome tuareg della regione che da Timbuktu si estende verso nordest, comprendendo i due importanti centri di Kidal e Gao, e spingendosi fino al nord del Niger e al sud dell’Algeria.

La rivolta scoppiò a metà gennaio. In poche settimane l’MNLA riuscì a ingrossare le proprie file con disertori tuareg provenienti dall’esercito maliano e con giovani reclutati nella regione.

Nel frattempo aspre manifestazioni popolari scoppiavano a Bamako, ai primi di febbraio, per protestare contro l’incapacità del governo di far fronte alla rivolta nel nord. Le notizie di guarnigioni dell’esercito costrette alla fuga perché avevano esaurito le munizioni contribuirono a fomentare la rabbia, che si riversò sui Tuareg presenti nella capitale e in alcune città vicine, ed in generale contro chiunque avesse la “pelle più chiara”.

Nel nord, dopo aver preso la città strategica di Tessalit, vicina al confine con l’Algeria, i ribelli tuareg hanno ora assediato la città di Kidal. Se anche Kidal dovesse cadere, il Mali diverrebbe di fatto un paese diviso in due.

La situazione appare ancora più grave alla luce del golpe che intanto ha avuto luogo a Bamako, e che dà ai ribelli nel nord un margine di manovra ancora più ampio. Questa situazione, a sua volta, preoccupa i paesi vicini: in primo luogo il Niger, in cui l’ultima rivolta tuareg si è registrata fra il 2007 e il 2009, ma anche l’Algeria.

Le autorità nigerine hanno recentemente arrestato Aghali Alambo, un leader tuareg nel paese che in passato era stato accolto da Gheddafi a Tripoli. Ma le autorità di Niamey stanno usando la tattica “del bastone e della carota”: allo stesso tempo hanno dato asilo a Saad Gheddafi, il figlio calciatore del colonnello, che è stato portato nel paese proprio da un gruppo di miliziani tuareg. Al di là delle “motivazioni umanitarie” addotte, sembra evidente che Niamey non vuole inimicarsi la minoranza tuareg con cui Gheddafi si era mostrato così amichevole.

Nell’aprile 2011 il Niger ha persino nominato un primo ministro tuareg. Resta tuttavia da vedere se ciò sarà sufficiente ad evitare il “contagio” della ribellione proveniente dal Mali, visto che le rivendicazioni dei tuareg nigerini restano ancora in buona parte senza risposta.

In generale, né i paesi vicini né i paesi occidentali vogliono assistere alla nascita di una Repubblica dell’Azawad. Essi cercheranno pertanto di affossare qualsiasi richiesta di indipendenza. I ribelli tuareg in Mali, dal canto loro, cercheranno di imporre “fatti sul terreno”.

Ancora una volta i paesi della regione stanno accusando i Tuareg di agire in combutta con AQIM, e ancora una volta i leader dell’MNLA respingono le accuse, ad anzi rispondono che è l’esercito algerino (presente alla frontiera, e che più volte ha compiuto azioni oltreconfine) che vuole salvaguardare la presenza di AQIM nel nord del Mali, ora messa a rischio dall’MNLA.

Vi è in effetti anche una formazione jihadista che sta combattendo nel nord del Mali contro l’esercito regolare di Bamako e le milizie filogovernative, con l’obiettivo di “imporre la legge islamica”. Essa risponde al nome di Ansar al-Din. Il suo leader, Iyad ag Aghaly, è un ex ribelle tuareg e “dignitario” della regione di Kidal.

Iyad è un tipico esempio di quanto siano numerose le “zone grige” in queste impervie regioni del Sahara e nei governi che (solo sulla carta) le controllano. Nel 2007, in piena ribellione tuareg, egli fu nominato dal presidente del Mali console generale in Arabia Saudita, con l’apparente obiettivo di allontanarlo dal turbolento panorama politico interno. A Gedda, tuttavia, Iyad sembra aver abbracciato idee islamiche radicali e, di ritorno in Mali, ha cominciato a gravitare attorno ad AQIM. Allo stesso tempo, secondo Jeremy Keenan, egli ha avuto stretti rapporti con i servizi segreti algerini ed è stato implicato nel lucroso business dei sequestri.

Al di là di questi lati oscuri, ad ogni modo resta l’interrogativo su quali future ripercussioni l’attuale rivolta tuareg in Mali, complicata dal recente golpe a Bamako, potrà avere su una regione che già si trova da tempo in una situazione emergenziale.

Gli scontri fra i Tuareg e l’esercito maliano hanno già prodotto oltre 170.000 nuovi profughi. Di essi, più di 90.000 hanno lasciato il Mali, fuggendo nei paesi vicini – principalmente in Mauritania, Burkina Faso e Niger.

L’emergenza interessa un’area molto vasta, che è stata soggetta a crescenti crisi alimentari a partire dal 2005. La recente guerra libica, la rivolta in Mali, le violenze registratesi in Nigeria e in Costa d’Avorio, hanno contribuito ulteriormente a ridurre gli introiti della popolazione ed a far aumentare i prezzi alimentari. Ancora una volta, i paesi colpiti da questa nuova ondata di profughi semplicemente non hanno i mezzi per farvi fronte.

La crisi alimentare del Sahel, combinata con l’instabilità politica a cui la guerra libica ha contribuito in maniera determinante, rischia dunque di trasformarsi in una nuova catastrofe umanitaria, e potrebbe causare nuovi sconvolgimenti politici in un drammatico “effetto domino” che al momento non sembra aver affatto esaurito la sua spinta.

One Response to “La crisi del Mali, il caso dei Tuareg, e il temuto “effetto domino” libico”

  1. Max Roy scrive:

    Stranamente, nel nord del Mali sono stati recentemente identificati importanti giacimenti di petrolio.
    Credo che ogni commento sia superfluo: déjà vu.

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab