L’autonomia per il nord-est della Libia è realistica?

29/03/2012

Original Version: Is Autonomy for Northeastern Libya Realistic?

La contraddittoria spinta autonomista della Cirenaica rivela che il vero dibattito in Libia riguarda una forma di decentralizzazione più che di federalismo – sostiene il ricercatore Wolfram Lacher

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“La Libia orientale dichiara l’autonomia”: a dispetto dei titoli dei giornali internazionali, parlare di imminente disgregazione del paese potrebbe però essere fuorviante. Sebbene i partecipanti alla Conferenza di Barqa del 6 marzo (Barqa è il nome arabo della Cirenaica, ovvero del nord-est della Libia) abbiano rivendicato il diritto di parlare a nome della loro regione, l’iniziativa per l’autogoverno e per una transizione verso il federalismo ha innescato reazioni furiose in Cirenaica. Tenuto conto di quest’assenza di appoggio nella regione stessa, è difficile che questa mossa abbia successo.

La copertura mediatica internazionale delle reazioni a tale iniziativa si è concentrata sulle manifestazioni contro il federalismo a Tripoli, e sulla risposta furiosa del presidente del Consiglio Nazionale Transitorio (CNT), Mustafa Abdul Jalil. Ma questa enfasi sulla tensione tra il governo centrale e i fautori dell’autonomia nord-orientale è fuorviante. Reazioni più importanti si sono manifestate nello stesso nord-est: i consigli locali delle principali città della zona – Bengasi, Derna, Bayda e Tobruk, che hanno anche assistito a grandi manifestazioni contro il federalismo – hanno subito espresso chiaramente la loro opposizione alla dichiarazione della Conferenza di Barqa, e si sono rifiutati di riconoscere il Consiglio regionale da essa proposto. I Fratelli Musulmani, che hanno una base importante nelle città del nord-est, l’hanno definita l’opera di interessi ristretti e personali. Inoltre, l’iniziativa non ha ricevuto appoggio significativo dalle disparate entità armate che controllano il nord-est; il più potente raggruppamento di milizie della regione, l’Unione delle Brigate Rivoluzionarie (Tajammu Saraya al-Thuwar), si è opposto alla conferenza, e il Consiglio militare di Barqa (un raggruppamento non ufficiale di diverse unità dell’esercito nella regione) ha preso le distanze dalla conferenza stessa, dichiarando di non voler essere coinvolto nella politica. 

I fautori del federalismo senza dubbio hanno influenza in Cirenaica, forse più che in altre regioni. Tra le figure di spicco presenti alla conferenza vi erano notabili tribali e intellettuali, il più importante dei quali è Zubair Ahmed al-Sanusi. Membro della famiglia reale che ha governato la Libia dal 1951al 1969, egli è stato nominato alla guida del Consiglio regionale. Ma senza l’appoggio della regione che pretende di governare, il Consiglio regionale ha poche possibilità di controllare effettivamente la Cirenaica.

Il fatto che la conferenza abbia addirittura tentato di sfruttare il vuoto istituzionale per istituire unilateralmente un organismo di governo è sintomatico sia della fragilità della transizione in corso che della debolezza del CNT. Esso stesso un organismo autonominato, il CNT ha dovuto far fronte a un’ondata di critiche riguardo alla sua lentezza nel dare risposte a problemi urgenti.

Ma la reazione alla conferenza sembra diretta più che altro contro il concetto stesso di autonomia, che viene percepito come un preludio alla disintegrazione nazionale, nonostante l’insistenza dei principali sostenitori del federalismo nell’affermare di non volere la piena indipendenza, di non aver intenzione di controllare i proventi del petrolio della regione, né di voler istituire un esercito regionale. Sono iniziate a circolare diverse “teorie del complotto” in merito al presunto coinvolgimento di potenze straniere (come suggerito dal presidente del CNT Abdul Jalil). Inoltre, coloro che si oppongono al federalismo non hanno mancato di sottolineare che diversi organizzatori della conferenza avevano rapporti con il vecchio regime: Wanis Sharif, un funzionario del ministero dell’interno, ha accusato al-Tayyeb al-Safi (in passato un’importante figura nei Comitati rivoluzionari di Gheddafi) di aver pagato degli egiziani per manifestare a Bengasi a favore del federalismo. Il fratello di al-Safi, Abu Bakr, è ritenuto uno dei principali promotori della Conferenza di Barqa. In questo clima di cospirazione, scontri armati sono scoppiati a Bengasi il 16 marzo tra i sostenitori della conferenza e i suoi oppositori.     

Eppure, al di là delle reazioni immediate, vi sono ragioni più profonde per cui è improbabile che queste aspirazioni autonomiste ottengano un ampio sostegno. Coloro che profetizzano la disgregazione del paese spesso sottolineano che la Libia emerse come una singola entità solo sotto il dominio coloniale italiano, e che anche dopo la sua indipendenza nel 1951 la Libia era divisa in tre distinte regioni, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ciascuna controllata da notabili locali e da leader tribali con le proprie assemblee rappresentative e le proprie amministrazioni. Anche se la Conferenza di Barqa ha esplicitamente cercato di resuscitare questo sistema, le entità regionali introdotte nel 1951 erano una novità per le tribù locali, che fino a quel momento erano state in gran parte fuori della portata dell’amministrazione statale. Inoltre, dopo che l’avvio della produzione petrolifera ebbe rafforzato notevolmente il potere del governo centrale, il federalismo fu ben presto abolito nel 1963.

La guerra civile dello scorso anno ha visto la nascita di consigli e milizie locali che rappresentano gli interessi specifici di città, villaggi, e tribù. Di conseguenza, l’organizzazione politica e militare durante e dopo il conflitto si è avuta in genere a questo livello, piuttosto che a livello regionale o nazionale. Sebbene Zintan e Misurata siano divenute due località di primo piano a livello militare e politico (Misurata ospita decine di milizie), quasi tutte le grandi città hanno ormai le proprie brigate ed i propri consigli militari. Avendo un esercito e un apparato di sicurezza allo sbando, il governo in gran parte non è in grado di esercitare un controllo territoriale di fronte alle forze locali, e sta compiendo progressi molto lenti nel ristabilire l’autorità sui valichi di frontiera e sugli aeroporti – alcuni dei quali continuano ad essere controllati dalle milizie.

E’ a questo livello locale che la politica è più dinamica. Il 20 febbraio, Misurata ha eletto un nuovo consiglio locale dopo proteste analoghe a quelle contro il CNT. Altre importanti città si apprestano ad eleggere dei consigli locali nelle prossime settimane e nei prossimi mesi: ad aprile sarà la volta di Bengasi, a maggio toccherà a Tripoli. Si tratta di iniziative locali spontanee. Al contrario, le forze nazionali sono ancora allo stato embrionale, e i nuovi partiti politici si sono moltiplicati solo negli ultimi mesi. All’inizio di marzo, i Fratelli Musulmani libici si sono uniti con altre figure islamiche moderate per formare il Partito “Giustizia e Costruzione” ( Hizb al-’Adala wa ‘l-Bina’ ). Ma sembra che gli esponenti locali saranno in grado di dominare le elezioni di giugno per l’Assemblea Nazionale Generale, in cui due terzi dei rappresentanti devono essere scelti sulla base di collegi elettorali individuali. La definizione e il peso di queste circoscrizioni devono essere ancora stabiliti, e potrebbero diventare una questione controversa per quelle città che ritengono di essere sottorappresentate.

Il predominio di gruppi di interesse su base locale si riflette anche nei recenti scontri che hanno posto milizie di diverse città o tribù le une contro le altre a livello nazionale. In molti casi, i conflitti hanno luogo lungo le linee di frattura della guerra civile, riflettendo il fatto che l’apparato di sicurezza di Gheddafi era stato reclutato in alcune tribù piuttosto che in altre. Il tentativo di determinati gruppi di arrestare o disarmare membri di altri gruppi è stato tra i fattori scatenanti più comuni di tali scontri, che sono stati più frequenti e diffusi nella parte occidentale e meridionale della Libia che non in Cirenaica, sebbene le rivalità siano aumentate anche in quest’ultima regione. Dopo la nomina dell’attuale governo lo scorso novembre, i rappresentanti dei clan dei Maghariba e degli Awaqir hanno manifestato a Bengasi per chiedere una maggiore rappresentanza politica per le loro tribù. I leader della tribù degli Obaydat si sono scontrati con i leader di altre milizie a Bengasi a causa del lento progresso delle indagini sull’omicidio (nel luglio 2011) del generale Abdul Fatah Younis Al-Obeidi, l’ex comandante dell’Esercito libico libero. Gli Obaydat hanno ripetutamente minacciato di chiudere le strade o i terminali di esportazione del petrolio per esercitare pressioni sugli altri gruppi. In un clima del genere, rimane difficile immaginare che questi diversi gruppi premano insieme per un’unità regionale.

I centri di potere locali sembrano più propensi a spingere per il decentramento del processo decisionale a livello locale. Questo comporterebbe cedere il controllo dei processi di stesura del bilancio alle città o ai distretti, e quindi cementare l’influenza che quelle città, quei villaggi e quelle tribù hanno acquisito durante la guerra civile. Contrariamente al federalismo, il decentramento sembra godere di ampio sostegno – anche all’interno del governo centrale, che si è già impegnato a delegare l’autorità ai consigli locali.

Il CNT solo di recente ha esteso il termine per il processo di stesura della Costituzione a un periodo di quattro mesi, dopo le elezioni previste per giugno. In una situazione in cui non c’è una precedente Costituzione su cui basarsi (ad esclusione di quella in vigore durante la monarchia), si tratta di un lasso di tempo estremamente breve. Il fatto che il dibattito sul decentramento, sul federalismo e sul ruolo delle entità politiche locali sia già iniziato, è un segno positivo. Ma l’improvvisa mossa della Conferenza di Barqa, anche se priva di fondamento, non fa che dimostrare che nulla può essere dato per scontato nei negoziati riguardanti gli elementi fondamentali del futuro governo della Libia.

Wolfram Lacher è un esperto di Nord Africa presso lo Stiftung Wissenschaft und Politik di Berlino; le sue ricerche si concentrano sulla Libia e sulla regione del Sahara-Sahel

(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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