Da Baghdad a Istanbul: inconcludenza diplomatica, (poche) speranze e tamburi di guerra

La scorsa settimana la regione mediorientale è stata avvolta nel turbine di una frenetica attività diplomatica, che ha visto il vertice della Lega Araba svolgersi a Baghdad, la seconda conferenza degli “Amici della Siria” riunirsi ad Istanbul (preceduta, sempre in Turchia, dall’incontro dell’opposizione che si riconosce nel Consiglio Nazionale Siriano), il segretario di Stato americano Hillary Clinton volare nel Golfo, e il premier turco Recep Tayyip Erdogan recarsi a Teheran.

Tutti questi attori regionali ed internazionali, con l’aggiunta di Russia e Cina, ufficialmente sostengono l’iniziativa diplomatica dell’inviato dell’ONU e della Lega Araba Kofi Annan per risolvere la crisi siriana. E proprio lunedì Annan ha annunciato un accordo con il governo siriano per giungere a un cessate il fuoco in Siria entro il 10 aprile (i ribelli dovrebbero a loro volta cessare ogni attività armata nelle successive 48 ore).

Eppure, malgrado questo annuncio, e a dispetto del sostegno apparentemente unanime alla missione di Annan, lo scetticismo sembra essere il sentimento dominante a livello internazionale: pochi credono nella possibilità di uno sbocco negoziale della crisi.

Il sostegno unanime alla mediazione di Annan e la scarsa fiducia in un suo eventuale successo sono evidentemente due atteggiamenti contraddittori che si spiegano con l’estrema frammentazione del panorama diplomatico regionale ed internazionale (caratterizzato da un’aspra competizione e da radicate diffidenze reciproche), affiancata dall’incapacità dei singoli attori – e dei diversi fronti nei quali essi si raggruppano – di formulare chiaramente un programma per affrontare la crisi siriana.

Sembra pertanto che la missione di Annan sia appoggiata da molti come una mera soluzione di ripiego, attraverso la quale poter cogliere eventualmente frutti insperati, senza tuttavia investirvi nulla in termini di sforzi diplomatici volti a sostenerla. Per alcuni, tale missione sembra essere addirittura un intralcio, o al più un diversivo che in ogni caso non esclude la possibilità di continuare a promuovere la propria ristretta agenda politica.

Se per Russia e Cina la missione di Annan rappresenta l’ultima possibilità di assicurare al regime di Damasco una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si è posto, per attori come gli Stati Uniti e la Turchia essa rappresenta una fra le tante opzioni per ottenere l’uscita di scena del regime di Assad, mentre paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita sembrano puntare direttamente a un rovesciamento del regime con le armi.

Alla luce di questa frammentazione, e di queste agende contraddittorie ed in reciproca competizione, le prospettive di successo della mediazione di Annan sembrano ridursi drammaticamente, al punto da essere legate essenzialmente al possibile sfaldamento del litigioso e inconcludente fronte anti-Assad, affiancato dall’eventuale prontezza del presidente siriano nel cogliere quest’occasione per trarsi d’impaccio attraverso una soluzione negoziale “di facciata”: non certo una prospettiva a lungo termine per il regime siriano, se si tiene conto della scia di odio che questi lunghi mesi di repressione lasciano nel paese, e dell’aspra polarizzazione che la crisi siriana ha determinato a livello regionale.

VERTICE BLINDATO A BAGHDAD

La metafora forse più eloquente del panorama di frammentazione e inconcludenza diplomatica appena descritto è stata offerta proprio dal vertice della Lega Araba svoltosi in Iraq giovedì 29 marzo.

Annunciato con grande clamore mediatico nel mondo arabo, come il vertice che avrebbe dovuto segnare la riconciliazione dell’inedito Iraq a guida sciita con il mondo arabo a maggioranza sunnita (dopo la lunga e sanguinosa parentesi dell’occupazione americana e della guerra civile confessionale), il 23° vertice arabo si è tenuto in un’atmosfera surreale, in una Baghdad trasformata in fortezza e presidiata da oltre 100.000 agenti della sicurezza, dopo che nelle settimane precedenti l’Iraq era stato investito da una nuova ondata di violenti attentati.

Quello di Baghdad è stato il primo vertice arabo dopo lo scoppio della Primavera Araba. Per la prima volta mancavano all’appello i leader storici di quattro paesi – Tunisia, Egitto, Libia e Yemen – perché deposti dalle rispettive rivolte popolari, mentre un quinto, il presidente siriano Bashar al-Assad, era assente perché il suo paese è stato sospeso dalla Lega a causa della violenta repressione di Stato orchestrata contro la locale sollevazione di popolo.

Ma i leader arabi che non si sono recati a Baghdad, preferendo inviare delegazioni di basso profilo diplomatico, in realtà sono stati molto più numerosi. In particolare, nessun leader del Golfo si è presentato, ad eccezione dell’emiro kuwaitiano, Sheikh Sabah Al-Ahmad Al-Sabah, che ha voluto sancire in questo modo la normalizzazione dei rapporti fra il Kuwait e l’Iraq, interrotti dopo l’invasione irachena del 1990.

Il comunicato conclusivo del vertice si è risolto in un generico sostegno alla Primavera Araba ed all’implementazione di “riforme politiche ed economiche”, ed in un appoggio all’iniziativa diplomatica di Kofi Annan in Siria, la quale, a differenza delle precedenti iniziative della Lega, non chiede l’allontanamento di Assad dal potere.

Ma che questa dichiarazione di appoggio ad Annan abbia scarso peso è un evidente corollario della diserzione dei leader del Golfo, ed in particolare di quelli di Qatar e Arabia Saudita, che sono stati i promotori di tutte le precedenti iniziative della Lega riguardo alla crisi siriana.

Il vertice di Baghdad ha sancito anche il fallimento del tanto sbandierato ritorno dell’Iraq nell’alveo arabo (ritorno che avrebbe dovuto strappare Baghdad all’abbraccio iraniano). Il premier iracheno Nuri al-Maliki continua a dirsi contrario a qualsiasi ingerenza negli affari siriani, ed in particolare ad ammonire che un tentativo di armare i ribelli in Siria porterebbe a una guerra regionale – affermazioni certamente più vicine alla posizione di Teheran che non a quella di Riyadh.

Gli ha replicato il primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad Bin Jasem Al Thani, che ha spiegato il basso profilo della delegazione qatariota come una forma di protesta contro l’emarginazione dei sunniti iracheni da parte del governo di Baghdad – un altro segnale che la crisi interna irachena potrebbe acquisire dimensioni regionali.

Afflitto da una cronica violenza interna, da un sistema federale fallimentare, e da una diffusa corruzione e inefficienza, l’Iraq sta assistendo a una crescente contrapposizione tra il governo centrale a guida sciita da un lato e la comunità sunnita e il governo regionale del Kurdistan iracheno dall’altro.

In questo contesto, la crisi politica provocata dall’incriminazione del vicepresidente sunnita Tarek al-Hashemi (con l’accusa di terrorismo), e dal rifiuto del governo regionale del Kurdistan di consegnarlo al governo centrale di Baghdad, ha già guastato i rapporti dell’Iraq con la Turchia, che ha stretti legami economici con il Kurdistan iracheno ed ha ammonito che le tensioni fra sunniti e sciiti in Iraq avrebbero potuto coinvolgere l’intero mondo islamico.

La visita di al-Hashemi a Doha, avvenuta proprio in questi giorni su espresso invito delle autorità qatariote, ha ulteriormente complicato la crisi, suscitando un’aspra reazione da parte di Maliki, e confermando che si stanno deteriorando anche i rapporti fra l’Iraq e il Qatar, nel quadro di una crescente polarizzazione regionale tra sunniti e sciiti.

LA TURCHIA E’ SEMPRE PIU’ SPROFONDATA NELLA CRISI SIRIANA

Se il fronte arabo appare diviso in merito alla crisi siriana e non solo, le cose non sembrano più rosee per la Turchia.

Ankara è in allarme. Il protrarsi della crisi siriana sta scatenando forze che potrebbero far esplodere l’irrisolta questione curda in Turchia.

Ankara ha cercato fin dall’inizio di prevenire quest’eventualità, sforzandosi di plasmare l’opposizione siriana all’estero, ospitando sul suolo turco gli incontri di una delle sue espressioni  più rappresentative – il Consiglio Nazionale Siriano (CNS) – e tentando di canalizzare nel CNS le rivendicazioni dei curdi siriani.

L’obiettivo turco era quello di prevenire la comparsa di istanze autonomiste fra i curdi siriani, e di far sì che le loro rivendicazioni trovassero un riconoscimento all’interno del futuro Stato siriano.

Ma le cose non stanno andando così. In occasione dell’ultima riunione dell’opposizione siriana, tenutasi in Turchia all’inizio della scorsa settimana, i curdi siriani del Consiglio Nazionale Curdo (CNC) hanno abbandonato l’incontro dopo che la loro richiesta di veder riconosciuti i loro diritti “comunitari”, e non solo “individuali”, era stata rifiutata.

Il CNC, che risente della crescente influenza dei curdi iracheni, è passato da appelli a una generica “decentralizzazione” in Siria, alla richiesta di una forma di autonomia – proprio ciò che Ankara teme di più.

Inoltre il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato un’organizzazione terroristica in Turchia, sta progressivamente prendendo piede nelle zone curde della Siria attraverso la sua branca locale, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) – a quanto sembra, con la connivenza di Damasco, che ha lasciato mano libera al PYD come “contromisura” all’ostilità di Ankara nei confronti del regime siriano.

Da questa situazione esplosiva sembra discendere gran parte della “preoccupazione” di Ankara per le sorti del popolo siriano. La Turchia sembra pronta anche ad armare i ribelli (e in particolare l’Esercito Siriano Libero, che potrebbe fungere da contrappeso al PKK), ed ha più volte preso in considerazione l’ipotesi di creare una “zona cuscinetto” in territorio siriano, ufficialmente per garantire un rifugio ai civili in fuga dalla repressione del regime di Damasco, ma in realtà soprattutto per prendere il controllo delle zone curde e sbaragliare ogni retrovia del PKK.

Ankara è però restia a compiere un passo del genere in maniera unilaterale, e si è augurata di farlo nel contesto di un più complessivo “intervento internazionale” – che però tarda a concretizzarsi.

L’aperta posizione turca a favore della ribellione in Siria ha anche determinato un raffreddamento dei rapporti tra Ankara e Teheran. Le dichiarazioni del premier turco Erdogan a sostegno del programma nucleare iraniano (purché civile) non sono servite a nulla, e la sua posizione nei confronti di Assad è apparsa in netto contrasto con le dichiarazioni rilasciate dalla Guida suprema Ali Khamenei proprio in occasione della visita del leader turco a Teheran.

Khamenei ha detto che “l’Iran difenderà la Siria a causa dell’appoggio che essa dà alla resistenza contro il regime sionista”, che Teheran “si oppone fortemente a qualsiasi interferenza di forze straniere negli affari siriani”, e che “le riforme avviate in Siria devono proseguire”, ovviamente sotto l’attuale regime.

Proprio all’indomani della visita di Erdogan a Teheran, inoltre, la Turchia ha deciso di ridurre del 20% le proprie importazioni di petrolio dall’Iran, in “ottemperanza” al programma di sanzioni di Washington.

E’ apparsa dunque una conseguenza del tutto naturale che l’Iran non fosse invitato alla conferenza degli “Amici della Siria” che si è tenuta domenica a Istanbul.

LA CONFERENZA DI ISTANBUL: UN “SALARIO” PER I RIBELLI

Ma Teheran non era l’unico assente. Russia e Cina non hanno “onorato” la conferenza (definita “unilaterale” dal ministero degli esteri russo), sebbene fossero invitate in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

E neanche l’opposizione siriana era presente al completo. Il Comitato di Coordinamento Nazionale (CCN) non è stato invitato a Istanbul, e non era presente neanche alla riunione dell’opposizione tenutasi la settimana scorsa sempre in Turchia. Il CCN è un raggruppamento dell’opposizione forse non meno importante del CNS, e che a differenza di quest’ultimo (costituito soprattutto da esuli) ha un forte radicamento in Siria.

Malgrado la sua importanza, del CCN è difficile trovare traccia nella stampa occidentale, e per avere informazioni a suo riguardo è necessario ricorrere alla stampa in lingua araba. A differenza del CNS, il CCN vuole preservare il carattere pacifico della rivolta, pur chiedendo il rovesciamento del regime, e rifiuta ogni forma di militarizzazione della ribellione e ogni intervento armato straniero – “perché le armi e la violenza sono ciò che vuole il regime, e trascinare la gente verso queste cose significa la sconfitta della rivoluzione”, ha dichiarato il suo leader Hassan Abdul Azim in una recente intervista.

Nella stessa occasione Abdul Azim ha affermato che il CCN “non ha ricevuto alcun invito da parte della Turchia o del Qatar a partecipare alla conferenza di Istanbul”, aggiungendo che “questo è un segnale che vogliono una parte sola dell’opposizione, e non vogliono il CCN”.

Ciò non ha impedito ai membri della conferenza di riconoscere l’altra organizzazione, il CNS, come “un legittimo rappresentante di tutti i siriani” (dove il “tutti” rappresenta una nuova dimostrazione di bizantinismo, dopo che alla precedente conferenza di Tunisi esso era stato definito “un legittimo rappresentante del popolo siriano”).

Tra i siriani che non si sentono rappresentati dal CNS, tuttavia – oltre ai curdi ed alle altre minoranze, come cristiani e alawiti – vi sono anche dissidenti di vecchia data come Haitham al-Maleh, il quale la settimana scorsa ha abbandonato la riunione dell’opposizione sotto l’ombrello del Consiglio Nazionale Siriano, affermando che fino a questo momento il Consiglio “si sta comportando come il partito Baath” del presidente Assad.

Oltre ad ostinarsi a prendere in considerazione solo il litigioso e poco rappresentativo CNS, la conferenza di Istanbul (che ha riunito i rappresentanti di più di 80 paesi) ha adottato altri provvedimenti che, se non si spingono fino al punto di armare i ribelli, certamente rappresentano un altro potenziale passo in direzione di una sanguinosa guerra civile alimentata da ingerenze straniere.

I paesi del Golfo hanno promesso 100 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per pagare dei veri e propri “stipendi” ai combattenti ribelli in Siria, ed anche a tutti coloro che vorranno defezionare dal regime. Tutti questi soldi ovviamente passeranno esclusivamente attraverso il CNS. Inoltre, malgrado le smentite, è evidente che parte di questo denaro verrà utilizzato per acquistare armi. Secondo alcuni esponenti del CNS, del denaro starebbe già arrivando ai miliziani anti-regime.

INDECIFRABILITA’ AMERICANA E BELLIGERANZA SAUDITA

Gli Stati Uniti hanno offerto altri 12 milioni di dollari in assistenza umanitaria (per un impegno complessivo che ha raggiunto i 25 milioni), ma forniranno anche equipaggiamento per le comunicazioni e visori notturni “per aiutare i ribelli a organizzarsi ed a sfuggire all’esercito siriano”, come ha detto Hillary Clinton.

Ma negli stessi Stati Uniti vi è chi ha fatto notare che questo equipaggiamento verrà utilizzato non solo per sfuggire all’esercito siriano, ma per attaccarlo.

Del resto, diversi analisti hanno osservato che le dichiarazioni di appoggio alla missione diplomatica di Annan provenienti dalla conferenza di Istanbul sono apparse “poco entusiaste”, e che molti dei partecipanti sembrano già prepararsi al fallimento dell’iniziativa.

Fra le altre, la posizione americana appare particolarmente singolare. Fino a pochi giorni fa, sia le dichiarazioni ufficiali di esponenti dell’amministrazione sia le analisi di giornalisti noti per avere “ottimi contatti” con ambienti governativi (come David Ignatius) lasciavano intendere che la Casa Bianca preferisse un “atterraggio morbido” (da ottenere sia tramite la mediazione di Annan sia attraverso un ruolo di primo piano della Russia) a una guerra civile in Siria. Ma nulla indica che Washington abbia fatto qualcosa di concreto per favorire un simile esito.

L’atteggiamento adottato da Hillary Clinton a Istanbul suggerisce invece che gli Stati Uniti siano forse anche disposti ad imboccare la strada che porta alla guerra civile in Siria, o che si illudano che sia sufficiente minacciare Assad per convincerlo ad andarsene.

Come nel caso dell’Iran, l’amministrazione americana – pur non appoggiando apertamente la guerra – sembra non sapersi risolvere a favore di un vero approccio diplomatico, con il risultato che prima o poi essa rischia di farsi inevitabilmente trascinare verso la soluzione bellica.

La convinzione dei sauditi, ben riassunta dall’accademico Khaled al-Dakhil, è invece che gli americani semplicemente antepongano l’obiettivo iraniano a quello siriano. Il regime siriano è isolato a livello regionale e deve far fronte a una rivolta che non dà segni di resa. Secondo i sauditi, dunque, Washington sarebbe disposta a lasciare che il regime si dissangui da solo, e tenderebbe a concentrare le proprie energie sull’assedio all’Iran.

L’approccio saudita è invece opposto. Riyadh vede la caduta di Damasco come essenziale per indebolire Teheran (mentre uno scontro frontale con l’Iran potrebbe risultare estremamente pericoloso). La monarchia saudita, inoltre, ha ormai dichiarato apertamente guerra a Damasco, e certamente si troverebbe in difficoltà se un nemico come il regime siriano dovesse sopravvivere nel cuore del mondo arabo.

Riyadh sta perciò facendo di tutto per convincere re Abdullah di Giordania a permettere che il territorio giordano diventi una via di transito per le armi saudite dirette ai ribelli in Siria, promettendo in cambio assistenza economica a un paese che ne ha fortemente bisogno.

Re Abdullah ancora non si è pronunciato, ma responsabili giordani hanno confidato al Wall Street Journal che, sebbene la Giordania sia un paese non-interventista, prima o poi cederà alle lusinghe ed alle pressioni, come già avvenne in occasione dell’invasione dell’Iraq.

LA MISSIONE DI ANNAN E’ APPESA A UN FILO

Alla luce di questo panorama complessivo appare chiaro che, sebbene in maniera disordinata, le pressioni che spingono verso un’escalation in Siria – in particolare attraverso l’invio di armi ai ribelli – sembrano essere superiori a quelle che premono per una soluzione diplomatica.

Il regime di Assad è certamente responsabile di una brutale repressione, di non aver dato ascolto agli iniziali appelli al dialogo da parte dell’opposizione, e di non aver avviato riforme reali.

Allo stesso tempo, però, dovrebbe essere chiaro a tutte le potenze esterne che per ragioni differenti vogliono rovesciare il regime (e ritengono di poter gestire la Siria post-Assad secondo schemi prevedibili) che l’uso della forza per determinare la transizione democratica in un paese in cui non vi è un’opposizione coerente ed unita, ma anzi soggetti politici, etnici e religiosi in reciproco contrasto, ed in cui potenze straniere hanno agende in competizione, difficilmente raggiunge l’esito sperato, ma anzi provoca di solito effetti imprevedibili e potenzialmente devastanti. I casi dell’Iraq e della Libia stanno a dimostrarlo.

Del resto, nessuno sforzo serio è stato fatto per unire l’opposizione attorno a una piattaforma di transizione politica (invece che di guerra) alla quale il regime assediato di Assad difficilmente potrebbe sottrarsi – a patto che tale piattaforma venisse sostenuta da un fronte internazionale compatto comprendente anche Russia e Cina.

D’altra parte, il fatto che gli “Amici della Siria” riunitisi a Istanbul, e prima ancora a Tunisi, abbiano imposto il CNS come principale rappresentante dell’opposizione, e abbiano anteposto la minaccia di armare i ribelli (come vorrebbe il CNS, ma non il CCN) a qualsiasi altro approccio, permette ad Assad di sostenere di essere vittima di un’aggressione straniera, e fa sì che Russia e Cina si sfilino da un fronte internazionale che solo unito e compatto potrebbe costringere Assad a sedersi al tavolo negoziale.

Se questo panorama complessivo non cambierà, e non si coagulerà un sostegno reale – e non solo di facciata – attorno alla missione di Kofi Annan, essa sarà destinata al fallimento, anche se il cessate il fuoco del 10 aprile dovesse essere momentaneamente rispettato.

A quel punto sarà terribilmente incerto non solo il destino della Siria, ma dell’intera regione.

One Response to “Da Baghdad a Istanbul: inconcludenza diplomatica, (poche) speranze e tamburi di guerra”

  1. Pierpaolo scrive:

    “La monarchia saudita, inoltre, ha ormai dichiarato apertamente guerra a Damasco, e certamente si troverebbe in difficoltà se un nemico come il regime siriano dovesse sopravvivere nel cuore del mondo arabo.”

    Ormai per Assad è sufficiente sopravvivere per vincere.
    Poiché ciò è molto probabile, visto il forte sostegno interno e la solidarietà dei paesi vicini (con sola esclusione della fragile Turchia), per la monarchia saudita, ci sarebbero serie difficoltà di sopravvivenza, nonostante i petrodollari di cui dispone.

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