Le presidenziali egiziane e la rischiosa scommessa dei Fratelli Musulmani

Il termine per la presentazione delle candidature alle presidenziali egiziane è scaduto domenica, e già le sorprese non mancano, preannunciando una competizione elettorale dall’esito estremamente incerto, dal quale dipenderanno le sorti dell’Egitto e della sua transizione democratica.

Dopo che i partiti islamici – principalmente il partito “Libertà e Giustizia” (FJP) affiliato ai Fratelli Musulmani e il partito salafita al-Nur – si sono assicurati il controllo del parlamento e dell’Assemblea Costituente, sono riesplose le tensioni tra la Fratellanza Musulmana e il Supremo Consiglio delle Forze Armate (SCAF) a causa del governo Ganzouri.

Nominato dallo SCAF, il governo è accusato di inefficienza da parte del movimento islamico. Per altro verso i Fratelli Musulmani si sono resi conto che controllare solo il parlamento, e non il governo, non permette loro in alcun modo di esercitare il mandato ottenuto dal voto popolare. Essi pertanto hanno chiesto di formare un proprio governo, ma lo SCAF sembra intenzionato a mantenere il controllo dell’esecutivo.

Nel frattempo ci ha pensato la candidatura di Hazem Salah Abu Ismail, avvocato e rispettato predicatore islamico, noto soprattutto per la sua aspra retorica anti-americana, a movimentare ulteriormente il panorama politico egiziano. Abu Ismail si è guadagnato l’appoggio di molti islamici, in particolare tra i salafiti, ed è apparso come uno dei candidati più forti – assieme all’ex segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa – in alcuni sondaggi elettorali.

L’impasse raggiunta con lo SCAF sul governo e l’imprevista ascesa di Abu Ismail sembrano i principali motivi che hanno spinto i Fratelli Musulmani a scendere apertamente in campo nella competizione presidenziale, presentando un candidato di spicco come Khairat el-Shater, il numero due del gruppo.

Con questa decisione, però, il movimento islamico contravviene alla sua precedente promessa di non presentare un candidato alla presidenza, e ciò ha suscitato aspre critiche nei confronti del gruppo, soprattutto da parte degli ambienti laici e dei copti, ma anche di esponenti islamici che l’hanno accusato di voler monopolizzare il panorama politico egiziano.

E mentre la candidatura di Hazem Abu Ismail sembra essere improvvisamente venuta a cadere a causa della controversa rivelazione secondo cui sua madre avrebbe ottenuto la cittadinanza americana (la legge elettorale prescrive che i candidati debbano avere genitori di nazionalità esclusivamente egiziana), l’ultimo colpo di scena l’ha offerto Omar Suleiman, odiato capo dell’intelligence ai tempi di Mubarak, che ha improvvisamente presentato la propria candidatura poco prima della scadenza dei termini, ed è considerato da alcuni come il “candidato” dello SCAF.

I FRATELLI MUSULMANI E LO SCAF: COMPLICITA’ O SCONTRO?

La decisione dei Fratelli Musulmani di presentare la candidatura di Khairat el-Shater ha spinto molti osservatori a chiedersi se non sia giunta l’ora della resa dei conti fra il movimento islamico e lo SCAF, mentre altri continuano a sostenere che l’ultima mossa del gruppo rientrerebbe in un piano di spartizione del potere con la giunta militare ed avrebbe l’obiettivo di eliminare gli avversari rimasti.

Lo SCAF e i Fratelli Musulmani sono le due principali forze che hanno gestito la transizione egiziana iniziata con la caduta di Mubarak l’11 febbraio 2011.

L’establishment militare era contrario al progetto di trasmissione ereditaria del potere da Mubarak al figlio Gamal. La rivoluzione egiziana fornì all’esercito l’opportunità di sbarazzarsi di padre e figlio, mantenendo in piedi il regime all’indomani dell’11 febbraio.

E’ opinione diffusa in Egitto che, a partire da quel momento, la transizione sia stata gestita tramite un “tacito accordo” fra i militari e i Fratelli Musulmani. Attraverso una revisione “cosmetica” della Costituzione, i primi hanno potuto continuare a gestire il potere ed a preservare i propri vasti interessi nell’economia egiziana, mentre i secondi hanno puntato a un rapido svolgimento delle elezioni legislative, attraverso le quali confidavano di assicurarsi il controllo del parlamento.

Probabilmente la Fratellanza puntava a rivendicare maggior potere in un secondo momento, una volta ottenuta una maggioranza parlamentare e una legittimazione popolare attraverso le elezioni.

La decisione di andare rapidamente alle elezioni legislative con una Costituzione e una legge elettorale solo parzialmente emendate aveva però scontentato le forze laiche dell’Egitto, chiaramente svantaggiate da un affrettato ricorso alle urne, visto che i Fratelli Musulmani sono notoriamente la forza politica più organizzata e radicata a livello popolare nel paese.

Con l’obiettivo di tranquillizzare queste forze, il movimento islamico aveva promesso di non presentare un proprio candidato alle successive elezioni presidenziali, in modo da non monopolizzare il potere. Questa promessa evidentemente tranquillizzava anche la giunta militare, la quale con tutta probabilità si augurava che sarebbe stato possibile eleggere un presidente vicino ai vecchi apparati dello Stato, che avrebbe preservato gli interessi dei militari ed impedito ai Fratelli Musulmani di cambiare il sistema politico del paese a proprio vantaggio.

Dal canto suo, la Fratellanza riteneva che la maggioranza in parlamento le avrebbe successivamente permesso di controllare l’Assemblea Costituente (nominata appunto dal parlamento). Attraverso la nuova Costituzione, il movimento islamico si augurava di trasformare l’Egitto in un sistema parlamentare, o al più semipresidenziale, spostando una parte consistente dei poteri dal presidente al parlamento ed al governo che ne sarebbe stato espressione, e che probabilmente sarebbe stato nelle mani del movimento islamico.

Fino a questo momento la transizione egiziana ha permesso sia allo SCAF che ai Fratelli Musulmani di realizzare i rispettivi obiettivi: i militari hanno mantenuto gran parte del potere reale e preservato i propri privilegi economici, mentre la Fratellanza Musulmana da organizzazione fuorilegge e impossibilitata a prendere parte alla vita politica del paese sotto Mubarak, è divenuta il maggior raggruppamento politico in parlamento e un potenziale partito di governo. Un esponente del movimento, Saad el-Katatni, oltre a essere presidente del parlamento, presiede anche l’Assemblea Costituente in cui i Fratelli Musulmani hanno una presenza preponderante.

LA FRATELLANZA RADDOPPIA

Da quanto detto emerge che, se accordo vi è stato tra lo SCAF e i Fratelli Musulmani, si è trattato di un accordo puramente tattico. Come tale, esso è stato soggetto a periodiche tensioni, e rischia di andare in frantumi con l’approssimarsi dell’ “ora della verità” rappresentata dalle elezioni presidenziali – a meno che non si frappongano altri elementi in grado di convincere entrambe le parti dell’utilità di rinnovare la temporanea “convergenza” di interessi.

E’ in ogni caso evidente che alcune tensioni di fondo tra queste due forze esistono, ed esisteranno in futuro. I Fratelli Musulmani vogliono sottoporre il bilancio dell’esercito alla supervisione del parlamento, e sono contrari allo strapotere dei militari nell’economia del paese.

La rivalità con lo SCAF si è riaccesa nel momento in cui la Fratellanza si è resa conto che il controllo del parlamento non le fornisce ancora un accettabile margine di manovra, dal momento che il potere decisionale rimane nelle mani dello SCAF e del governo Ganzouri da esso nominato.

Il gruppo islamico si trova pertanto nella scomoda posizione di non poter governare pur figurando come il principale raggruppamento eletto in parlamento, e mentre le pressioni e le richieste popolari a livello sociale ed economico rimangono forti e tuttora inascoltate.

Di fronte al muro opposto dallo SCAF, intenzionato a mantenere in carica il governo Ganzouri, i Fratelli Musulmani hanno reagito monopolizzando l’Assemblea Costituente insieme ai salafiti.

I principali sconfitti in questa battaglia sono stati i raggruppamenti laici e liberali. Battuti elle elezioni legislative, dove hanno ottenuto un magro 25% di seggi all’Assemblea del Popolo ed un ancor più miserevole 15% al Consiglio della Shura, essi si sono aggiudicati solo una quarantina di seggi sui 100 complessivi dell’Assemblea Costituente, prima che questo numero si riducesse ulteriormente a causa della decisione di molti loro esponenti di boicottare l’assemblea.

Le forze laiche e liberali si sono ora rivolte alla magistratura per invalidare il risultato delle elezioni legislative. Sono state inoltrate due cause, che potrebbero finire davanti alla Corte Costituzionale.

Nel frattempo, l’Assemblea Costituente boicottata da laici, liberali, copti, e perfino da al-Azhar – la principale istituzione islamica del paese, che appare in competizione con i Fratelli Musulmani per questioni legate alla leadership negli affari religiosi – è stata spogliata di ogni credibilità agli occhi di ampie fasce della popolazione.

Sconcertata dall’intransigenza dello SCAF, preoccupata dall’incertezza del processo costituente, pressata dalla candidatura presidenziale del fuoriuscito Abdel Moneim Abul Fotouh così come dall’ascesa dei salafiti e del candidato Hazem Abu Ismail a loro vicino, la Fratellanza si è risolta a compiere un passo ulteriore, presentando la candidatura di el-Shater alle presidenziali – una mossa controversa che, secondo alcuni, conferma che il gruppo islamico sta perdendo il sangue freddo che era riuscito a conservare in tutti questi mesi.

Il gruppo ha infatti rotto l’ennesima promessa volta a rassicurare le forze politiche non islamiche sulla propria intenzione di non dominare la vita politica del paese. Se el-Shater dovesse vincere le presidenziali, i Fratelli Musulmani si troverebbero a controllare la presidenza, il parlamento e l’Assemblea Costituente, prefigurando quella che alcuni hanno definito come una sorta di “dittatura islamica”.

UNA SCOMMESSA RISCHIOSA

La candidatura di el-Shater ha perciò suscitato allarme nei settori non islamici della società egiziana, ed anche fra i giovani di Piazza Tahrir, che hanno accusato il movimento islamico di aver preso in ostaggio la rivoluzione.

A conferma del carattere controverso della decisione, essa ha suscitato una spaccatura all’interno degli stessi Fratelli Musulmani. Il Consiglio della Shura (l’organo consultivo della Fratellanza) ha approvato la candidatura di el-Shater con 56 voti favorevoli e 52 contrari – una maggioranza esigua, giudicata da molti insufficiente a sanzionare una decisione così importante (l’altra critica che alcuni hanno rivolto al gruppo è il fatto che la candidatura è stata decisa da un organo dirigente della Fratellanza, e non dell’FJP, il partito politico ad essa affiliato – un’altra conferma, secondo costoro, del fatto che la separazione tra religione e politica all’interno del gruppo sarebbe inesistente).

Diversi segnali indicano che all’interno della stessa gioventù dei Fratelli Musulmani molti sarebbero contrari alla decisione. Le simpatie di molti giovani della Fratellanza in realtà vanno al riformista Abul Fotouh, che paradossalmente era stato espulso dal gruppo proprio per aver deciso di candidarsi, quando ancora la posizione del movimento era di non competere per le presidenziali.

La candidatura di el-Shater, inoltre, incrementa il numero dei candidati islamici accrescendo il rischio di frammentare il voto islamico, anche se il sistema elettorale a doppio turno (si voterà il 23 maggio e poi il 16 giugno) fa sì che tale voto potrà ricomporsi se dovesse emergere un candidato islamico in contrapposizione ad un laico (tra i laici il favorito sembra essere Amr Moussa).

La scommessa rappresentata dalla candidatura di el-Shater è rischiosa anche per altre ragioni. Ad esempio, il noto intellettuale islamico Fahmi Huwaidi ha criticato la decisione chiedendosi se i Fratelli Musulmani pensano di poter affrontare da soli le enormi sfide interne dell’Egitto, che vanno dalla crisi della sicurezza alla difficilissima situazione economica, e le sfide della politica estera, a cominciare dallo spinoso rapporto con Israele.

Infine, la diretta discesa in campo dei Fratelli Musulmani non è vista di buon occhio dai paesi del Golfo, ed in particolare dall’Arabia Saudita, potenzialmente uno dei principali finanziatori della disastrata economia egiziana, che però non ha ancora scucito un soldo dei miliardi di dollari promessi, evidentemente non avendo ancora ricevuto sufficienti “rassicurazioni” sulla direzione che prenderà la transizione in Egitto.

La diffidenza dei religiosamente conservatori paesi del Golfo nei confronti della Fratellanza potrebbe apparire poco comprensibile ad alcuni, ma le ragioni di tale diffidenza sono presto spiegate: essa è dovuta al fatto che, mentre i paesi del Golfo propugnano un progetto monarchico assolutista in cui il potere rimane monopolio delle dinastie regnanti, i Fratelli Musulmani, che sono espressione di una società civile musulmana, promuovono un progetto di Stato civile islamico in cui il potere viene legittimato dalle elezioni.

Sebbene in passato vi sia stata una sorta di alleanza tra i Fratelli Musulmani e Riyadh – quando i leader della Fratellanza perseguitati da Gamal Abdel Nasser negli anni ’50 del secolo scorso vennero accolti dall’Arabia Saudita, e divennero parte del fronte anti-nasseriano ed antisovietico allorché il mondo arabo divenne uno dei teatri della Guerra Fredda – i membri del gruppo espatriati non tardarono a impiantare i semi della loro ideologia nel Golfo – semi considerati “sediziosi” dalle monarchie della regione.

Alla luce dell’ascesa dei Fratelli Musulmani in paesi come il Marocco, la Libia, la Tunisia e lo Yemen, se la Fratellanza egiziana dovesse assumere un ruolo troppo assertivo e farsi promotrice di una sorta di “internazionalismo islamico”, certamente susciterebbe allarme nelle monarchie del Golfo, allo stesso tempo privando probabilmente l’Egitto degli aiuti economici che questi ricchi paesi petroliferi hanno assicurato per il momento soltanto a parole.

La candidatura di el-Shater non ha invece suscitato particolari preoccupazioni a Washington, perlomeno all’interno dell’amministrazione Obama. Sono numerosi i responsabili americani che hanno fatto visita alla sede della Fratellanza al Cairo, e che hanno lodato la moderazione di el-Shater e la sua concretezza.

El-Shater è considerato più moderato di altri riguardo a Israele. Egli, pragmaticamente, è favorevole al fatto che l’Egitto e gli Stati Uniti siano in buoni rapporti. E’ inoltre risaputo che i Fratelli Musulmani prediligono un’economia di mercato con colorazioni neoliberiste.

Diversi osservatori dunque ritengono che la Casa Bianca veda la candidatura di el-Shater come un possibile baluardo contro l’ascesa di figure certamente più intransigenti dal punto di vista economico e dei rapporti con Israele – come il summenzionato Hazem Abu Ismail.

E’ proprio questo “beneplacito” da parte americana ad aver spinto alcuni osservatori ed esponenti politici che non vedono di buon occhio i Fratelli Musulmani ad affermare che vi sarebbe un tacito accordo fra essi e lo SCAF, e che le tensioni emerse ultimamente non sarebbero altro che una “sceneggiata”.

Tuttavia il braccio di ferro tra la Fratellanza e i vertici militari appare reale, come sembra confermare anche la candidatura all’ultimo minuto di Omar Suleiman, sicuramente con il sostegno di spezzoni importanti del vecchio apparato di potere (ciò non esclude la possibilità che il movimento islamico e lo SCAF giungano alla fine ad un accordo, ma non prima di aver misurato le proprie forze).

La candidatura di Suleiman (definita da el-Shater “un oltraggio alla rivoluzione”) si affianca a quella di Amr Moussa, altro politico di lungo corso certamente non malvisto dallo SCAF.

UN QUADRO ISTITUZIONALE CONFUSO AUMENTA I RISCHI PER L’EGITTO

A rendere ancora più incerta la situazione è il confuso quadro istituzionale e giuridico. El-Shater, che ha trascorso lunghi anni in carcere ai tempi di Mubarak, si è candidato affermando di aver ottenuto un’amnistia che gli permette di presentarsi malgrado le vicissitudini giudiziarie attraversate sotto il passato regime.

Anche questa “amnistia” è stata alla base di speculazioni su un presunto accordo tra il movimento islamico e la giunta militare. Ma in realtà non è affatto certo che la candidatura di el-Shater non verrà invalidata, tant’è vero che per evitare sorprese i Fratelli Musulmani hanno presentato anche un candidato di riserva, Mohamed Mursi, attuale leader dell’FJP.

A questo tipo di incertezze si aggiunge poi la confusione legata alla Costituzione attualmente in vigore. Dopo aver indetto un referendum per approvare alcuni emendamenti alla Costituzione in vigore sotto Mubarak, lo SCAF ha messo insieme gli articoli emendati ed altri articoli non emendati della vecchia Costituzione per produrre una “Dichiarazione Costituzionale” di dubbia validità giuridica, la quale dovrebbe rappresentare il testo costituzionale attualmente in vigore. La giunta militare ha anche cercato di imporre dei “principi sovra-costituzionali” per cercare di salvaguardare la posizione privilegiata dell’esercito, e in alcuni casi ha continuato a riferirsi alla vecchia Costituzione del 1971.

In questo quadro così confuso, alcuni non hanno escluso la possibilità che lo SCAF cerchi di nuovo di manipolare il testo della Costituzione a proprio vantaggio, o che decida di schierarsi con le forze laiche che stanno cercando di invalidare i risultati delle elezioni legislative, esercitando pressioni sulla Corte Costituzionale. Un’altra possibilità è che la Corte (che i Fratelli Musulmani hanno lasciato intendere di considerare come uno strumento nelle mani della giunta militare) sciolga l’Assemblea Costituente, proprio sfruttando le ambiguità presenti nell’attuale quadro costituzionale.

Alcuni si sono addirittura spinti a prefigurare uno scenario analogo a quello che si verificò nel 1954, quando gli “ufficiali liberi” di Gamal Abdel Nasser consolidarono il loro potere epurando tutti gli avversari politici, compresi i Fratelli Musulmani.

Un simile scenario, tuttavia, appare poco realistico, visto che a metà del secolo scorso gli ufficiali liberi avevano appena cacciato la monarchia, mentre i generali della giunta attualmente al potere sono parte del vecchio regime combattuto dalla rivoluzione. Gli attuali vertici militari appaiono pertanto più che altro sulla difensiva, preoccupati di salvaguardare i propri privilegi, ed incapaci di raccogliere un consenso popolare attorno a un tentativo di eliminare i propri avversari politici.

Per la stessa ragione, appare improbabile che la candidatura di Omar Suleiman possa rappresentare una vera carta da giocare per lo SCAF.

A loro volta, però, i Fratelli Musulmani monopolizzando l’Assemblea Costituente o cercando di ottenere a tutti i costi la presidenza nel tentativo di contrastare i militari, rischiano di alienarsi parte del consenso e di creare nuove diffidenze e fratture nel paese.

Nell’Egitto di oggi è difficile che una singola forza riesca ad accaparrarsi il potere, ma la lotta per l’egemonia in assenza di un quadro di valori istituzionali condivisi rischia di prolungare l’incertezza politica e di sprofondare ancora di più il paese nella grave crisi economica in cui già si dibatte.

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